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Il mito di Atteone e l’amore di Giordano Bruno per il gentil sesso: la “caccia” divina e la ricerca della soddisfazione carnale.

Il mito di Atteone e il l’amore di Giordano Bruno per il gentil sesso: la “caccia” divina e la ricerca della soddisfazione carnale. Giordano Bruno, filosofo, domenicano, teologo, mago, esercente la mnemonica, docente, scrittore, commediografo e quant’altro: una simile personalità, alla fine del 1500, non poteva che finire sul rogo, destino inveratosi il 17 febbraio 1600 in Roma, Campo dei Fiori (unica piazza romana sprovvista di chiesa), condannato dal Sant’Uffizio grazie anche all’opera del Cardinale Roberto Bellarmino (poi canonizzato da Santa Romana Chiesa). Un dissimulatore di professione che si barcamenava, in sede processuale canonica, fra finte verità, ammissioni, ritrattazioni fino alla resa finale. Non stupisca, pertanto, che un simile genio unisse l’amore per la ricerca della Sapienza, nella sua più alta e nobile accezione, a quello dei piaceri della carne, ad uso a circuire e disturbare donne di ogni ceto nel suo lungo peregrinare in Europa.

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Žižek sul Titanic e una critica che non ti aspetti

Nonostante si dichiari da ogni megafono mediatico l’assoluta libertà del nuovo individuo democratico-occidentale, svincolato dalle «grandi narrazioni» dal postmodernismo, la realtà è un’altra: l’ideologia, che buttata fuori dalla porta rientra dalla finestra! L’ideologia contemporanea è così totalizzante che non l’avvertiamo, non la vediamo e, appunto, una ideologia è tale finché è occulta, essa c’è fintanto si crede che non ci sia. Essa permea ogni cosa, nulla è neutro e tutto è ideologico: cinema, televisione, pubblicità, stampa, informazione, web sono tutti strutturalmente ideologizzati. Un esempio curioso di questa pervasività è l’ideologia nascosta in uno dei film hollywoodiani di maggior successo negli ultimi anni, Titanic di James Cameron. Sulla scorta interpretativa del filosofo Slavoj Žižek possiamo anzitutto chiederci se il film riguarda davvero la storia della nave che affondò nel 1912 o se invece la narrazione racconta altro.

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La vita appesa a un like

Sei solo. Una luce blu, proveniente da uno schermo, illumina il tuo viso. Anche se illuminato, quel tuo viso mostra espressioni misteriose, quasi oscure: passa dalla concentrazione smisurata alla catalessi, e di nuovo alla concentrazione appena accentuata, fino a perdersi, perdersi nel nulla. Le tue dita sembrano morbose, umidicce, si muovono sudate come non mai, anche se non si tratta proprio di una loro istintiva propensione: sei tu che invece, senza accorgertene, sei voglioso di quel traffico senza senso. Sei lì, che scorri, aspettando semplicemente una spia, una goccia rosso-sangue in quel mare blu che ti anestetizza, ti coagula per sempre, senza un perché.

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Trio itinerante tra musica, spiritualità e territorio

Il Trio itineranate è composto da Marco Di Domenico al basso acustico, Stefano Cialini alla chitarra classica e Guido Diamanti alla voce. Il progetto nasce nell’autunno del 2019 da una passione in comune di tre amici. Lo scopo è quello di portare a livello itinerante la bellezza e la profondità della musica sacra nelle Chiese, senza nessuna appartenenza a gruppi di tipo confessionale. Stiamo parlando quindi di una attività laica rivolta specialmente a quelle chiese che oggi vivono ai margini della società. Il Trio itinerante cerca di seguire il sottile filo onirico che lega tradizione, musica e territorio, come sottofondo del viaggio le suggestive armonie della musica sacra che si perdono nelle avvolgenti acustiche delle antiche chiese. Altro aspetto importante di questo progetto, è quello di visitare quelle realtà colpite dal sisma del 2016, realtà molto spesso dimenticate specialmente dalle istituzioni ed è per questo che la band pone come prerogativa la visita di queste comunità. Un percorso contornato da suggestivi paesaggi, profumi, parole, azioni e riti di un tempo passato. Le zone di riferimento del Trio sono il sud delle Marche e il nord dell’Abruzzo. Buon viaggio al Trio itinerante.

Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perchè. I loro desideri hanno le forme delle nuvole.

(Charles Baudelaire)

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L’uomo postmoderno: virtù o ricerca del piacere?

Per la tradizione filosofica la felicità non è data dal possesso di beni materiali, dalla ricerca assennata di una buona salute, ma dall’esercizio costante della virtù. La saggezza di un uomo si forma secondo virtù, realizzando in questo sforzo se stesso e portando a maturazione quelle qualità insite nel proprio costrutto umano. La felicità è una conquista che deriva da un costante esercizio dell’uomo, la sua realizzazione risiede irrevocabilmente nell’uomo e nel grado di volontà e di sacrificio che vuole “investire” per raggiungere l’obiettivo. Secondo l’attuale prospettiva, invece, la felicità è data unilateralmente dalla soddisfazione e nel potenziamento di ogni possibilità di fruire piacere immediato: completa fruizione di tutti i bisogni, libertà integrale nel soddisfare i propri desideri, nell’esorcizzare la sofferenza e nell’indebolimento del concetto di sacrificio.

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Passeggiando nel bosco dell’esistenza

Ritornate verso gli altipiani e
tuffatevi di nuovo nell’oceano cosmico…
la gente pensa che nei dettagli trova la luce,
la precisione che sta cercando. Ma è un’illusione:
troverete molta più luce in ciò che è vago e indistinto…
l’anima umana ha bisogno di immensità;
solo nell’immensità può sentirsi libera di respirare”.
(Omraam Mikhael Aivanhov)

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Bauman sociologo dell’anticonsumo

La morte di Zygmunt Bauman è rimbalzata su tutta la rete nel giro di un minuto. Le bacheche di Facebook e Twitter si sono magicamente riempite di foto e frasi del sociologo polacco. Bauman ci ha lasciati. È morto. Ma in questo caso la morte non è definitiva perché il suo spirito continuerà a vivere nella consistenza delle sue opere. Molti di quelli che lo hanno ricordato sui social lo hanno studiato nelle università, altri lo conoscono solo di nome ma essendo una personalità di spicco non hanno voluto mancare all’appuntamento del «codividi» (chissà cosa avrebbe detto Bauman!); altri ancora, semplicemente, non sanno chi sia.

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La Natura Subordinata alla Logica del Profitto

La tematica in questione assume un’importanza capitale se si tiene conto di come ormai l’Occidente abbia subordinato la natura ad una fredda e spietata logica del profitto. Esercitando per un attimo l’immaginazione, in maniera un poco originale, ci si può raffigurare nella mente un muro che si frappone tra due momenti focali della storia umana: gli albori della umanità da una parte e la rivoluzione industriale, cronologicamente attestata intorno alla metà del XVIII sec. d. C. dall’altra. Questo spartiacque segna un netto cambiamento, sia per quel che concerne gli aspetti economici, quanto più per quelli antropologici. Infatti, se prima dell’avvento della rivoluzione industriale l’uomo viveva in simbiosi con la natura a prescindere dal fatto che essa fosse ostile o benevola, con l’industrializzazione l’uomo iniziò a concepire la natura non più come una genitrice pronta a dispensare vita, ma come una risorsa da dominare e manipolare allo scopo di incrementare guadagni e comodità. Attraverso il suo pensiero, il filosofo inglese Bacone, diede l’avvio ad una profonda critica al sapere tradizionale. Tale autore fece del sapere scientifico di matrice aristotelica e del metodo scientifico squisitamente sperimentale, i due strumenti più efficaci per permettere all’uomo di conoscere più approfonditamente il cosmo e conseguentemente di dominarlo:

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Io e Tu. Il rispecchiamento possibile

Ora – come per sfuggire ad i limiti che il corpo all’apparenza ci consegna – tuffiamoci nella magia dell’apparire del mondo, accadere che attraversa il nostro corpo, quell’intricato intreccio di connessioni cellulari, neurali: migliaia, milioni, addirittura miliardi di unità biologiche che assolvono ad una miriade di funzioni essenziali alla vita. Intreccio che non va confuso, però, con la sua conseguenza consegnataci dal riduzionismo scientifico che ha assunto delle sembianze ambigue e confusionarie, quella condizione che prende il nome di “mente” e che ha in sé una profonda inconsistenza, se con “mente” ci si riferisce solo all’accadere psichico.

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F. Dostoevskij, Le Memorie del Sottosuolo e la salvezza dimenticata

Memorie del sottosuolo è forse l’opera più profonda e compiuta di Dostoevskij, quella nel quale la sua filosofia è espressa con maggior limpidezza e forza evocativa, mostrandoci attraverso una forma letteraria sublime, uno dei lati più turpi e orribili dell’animo umano. L’autore la scrive nel 1864, quando non è ancora l’autore di opere monumentali come l’Idiota o I Fratelli Karamazov, solo per citarne alcuni, ma riesce comunque a condurre fino ai vertici la sua capacità espressiva; egli rivolge in quest’opera uno sguardo crudo e consapevole a se stesso oltre che al  mondo esterno. Il racconto è diviso in due parti, la prima è un lungo monologo interiore nel quale l’Io del protagonista si guarda dentro e descrive al lettore le insenature più ruvide e becere della sua anima: «Sono una persona malata, sono una persona cattiva.

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Ritrovare se Stessi Camminando. Il Fascino senza Tempo del Pellegrinaggio

Camminare è uno sport di moda. Oggigiorno se ne fa un gran parlare e sempre più persone si avvicinano a questa attività, praticandola in varie forme: trekking, Nordic Walking, passeggiate in montagna, camminata a passo svelto, tapis roulant in palestra, gruppi di cammino in città. I medici sono ormai tutti concordi nel declamare i vantaggi del cammino, per tutte le età: prevenzione cardiovascolare, benessere fisico, riduzione del peso, azione benefica sulle articolazioni, etc… Si moltiplicano le iniziative istituzionali per favorire questa pratica e fioriscono, sul territorio nazionale, i cosiddetti cammini a tappe, creati sull’esempio del cammino di Santiago, come, ad esempio, la via Francigena e i cammini francescani.

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LA MASSONERIA. IL POTERE DI UN’OMBRA  DEL POTERE

Sia nei regimi democratici, che in quelli non democratici, è ormai nota la suddivisione del potere politico in tre forme distinte: potere esecutivo, potere legislativo e potere giudiziario. Per quel che concerne i regimi democratici, uno degli aspetti non trascurabili è ciò che fa riferimento all’equilibrio che esiste tra queste forme distinte di esercizio dell’autorità: equilibrio che poggia le sue fondamenta, su svariate variabili in gioco che fungono, come in un gioco di luci ed ombre, da pesi e contrappesi, adattandosi alla forma di governo vigente per quel tipo di Stato. Ma definire democratico un regime di una nazione per il solo fatto di essere fondato sulla suddivisione e sull’equilibrio dei tre diversi modi di esercitare il potere, può risultare un’affermazione semplicistica e non esauriente. Tutto ciò non tiene conto delle molteplici forme e degli strumenti di partecipazione politica che si affiancano ai partiti già direttamente inseriti nelle istituzioni politiche, che su di esse esercitano una notevole pressione.

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La Fragilità dell’Individuo Oggi a Confronto Con la Forza Interiore di Ieri

Il libro “Monsampietro: i ricordi di mia nonna” contiene un capitolo dedicato alla giornata tipo di un secolo fa nella vita di un paesino rurale dell’entroterra. Tale testimonianza, oltre che avere un importante valore storico, mi stimola riflessioni con cui completerò l’ articolo. Intanto ecco la testimonianza di Vincenza Tondi: Gli anziani del paese usavano ricordare più volte il proverbio se vuoi anticipare il tuo vicino, coricati quando si corica la gallina; poi, quando canta il gallo, tu cammina. La nostra giornata risentiva fortemente di questo detto: non mi era mai permesso di alzarmi in modo dolce; venivo sempre svegliata alle tre (del mattino). Mio padre si alzava all’una di notte per accendere il fuoco e preparare il pane tostato per la colazione per poi andare a lavorare la terra, mentre le donne della famiglia si alzavano verso le tre quando il gallo cantava per la prima volta.

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L’ultimo artista della sfera. Un calcio alla fantasia e via.

Chi di noi non si è mai emozionato per una punizione telecomandata, un’idea creata lì su due piedi, un’intuizione…del “divin” Codino? Chi durante i mondiali del 94 non ha “rischiato un arresto cardiaco” ammirando le gesta del Roby nazionale? Ricordando Roberto Baggio e allo stesso tempo buttando uno sguardo al calcio odierno, non possiamo che provare una sana e malinconica nostalgia per l’estro, l’imprevedibilità di un calciatore fuori dagli schemi, dalle logiche pubblicitarie e dunque di profitto che oggi sono diventate prerogative fondamentali.

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