Siamo custodi di noi stessi

 

Da qualche anno orami non è difficile imbattersi, leggendo i giornali, ascoltando i Tg, spulciando su internet, di disastri ambientali più o meno seri che colpiscono l’Italia ed il Mondo: piogge torrenziali che si abbattono in luoghi certamente più piovosi di altri, che comunque eccedono la norma dei millimetri previsti; zone calde che raggiungono picchi sempre più elevanti che associata ad una minore piovosità costantemente in decrescita, desertifica vastissime zone. Ed ancora tifoni ed uragani che si spingono molto più a Nord rispetto a dov’era la norma, le calotte dei Poli che si assottigliano dalle quali blocchi grande quanto regioni italiane si staccano, vagando negli Oceani; animali che si estinguono per il puerile agire avido dell’uomo e di qui in avanti.

Già, l’uomo, la creatura che fa, ed ha fatto, dell’intelligenza la sua arma di difesa più potente per sopravvivere ad animali feroci ed alle avversità naturali, quella stessa intelligenza che spesso usa contro la vita, la sua compresa. Facendo delle semplici considerazioni, è possibile comprendere la severa situazione in cui ci troviamo, le cause e le conseguenze. Partiamo per dalle basi, dai cicli biogeochimici – quelli che auspicabilmente ognuno di noi conosce, affrontati a scuola fin dalle elementari -. Prenderemo in riferimento esclusivamente quelli gassosi per una questione di brevità.

Non possiamo che iniziare dall’acqua, senza la quale la vita sarebbe impossibile, essendo un ciclo il bilancio deve essere pari a 0 altrimenti qualcosa sta andando storto. L’idrosfera, cioè tutta l’acqua presente sulla Terra in tutti i suoi stati di aggregazione (solida, liquida e gassosa), rende possibile tale ciclo. L’acqua evapora (da liquida diventa gassosa) per effetto dei raggi solari, raggiunta poi una certa quota altimetrica, condizioni di pressione e temperatura adeguate rendono nuovamente il vapore liquido o addirittura solido, ricadendo al suolo; dal suolo l’acqua si infiltra, scorre, crea movimenti carsici e si accumula nuovamente. Come tutti sappiamo però c’è un aumento nell’atmosfera della componente gassosa, cioè del vapore acqueo, che non permette ad una parte sempre più rilevante di energia solare, una volta attraversati i vari strati dell’atmosfera terrestre, di uscirne. Certo non è solo il vapore acqueo che non permette tale passaggio ma è sicuramente uno degli ingredienti principali.

Ovviamente il vapore acqueo, come tutti gli ingredienti della natura, di per sé non è dannoso, nella giusta quantità è fondamentale, permette alla Troposfera di mantenersi ad una certa temperatura permettendo la vita, è la base per ogni forma di precipitazione al suolo di acqua e, non ultimo, concorre a regalarci albe o tramonti meravigliosi. Il problema sorga quando è in eccesso, come nel nostro caso. La domanda: è come mai è in eccesso? O anche da dove proviene l’eccedere di molecole gassose di acqua? Una delle fonti è la reazione di combustione dei carburanti: i combustibili fossili sono molecole composte da atomi di carbonio (C) e di idrogeno (H), combinandosi con l’ossigeno (O) si produce ovviamente energia, ma anche anidride carbonica (CO2) e acqua (H2O) entrambe in forma gassosa. Il gioco è fatto, nell’atmosfera di accumulano queste molecole che di per sé non sono nemici della vita come spesso si sente dire, il problema è solo il loro eccesso. Ma restiamo all’acqua. L’altra fonte che produce eccesso di vapore sono le torri di raffreddamento delle centrali in cui si produce energia per le attività umane.

Leggendo sin qui lo scritto, si potrebbe subito pensare che chi scrive sia un simpatizzante della decrescita felice. Al di là di questa categoria, credo che più che di crescita o decrescita si debba parlare di azioni responsabili, nuove strategie di produzione di energia ed un’intelligente sviluppo umano intessuto armonicamente nella trama del mondo circostante, senza il quale la sua stessa vita è destinata a terminare presto. Ovviamente il problema dell’acqua non finisce qui, come tutti sappiamo solo una piccola parte – il 3% – di questa è dolce, cioè utilizzabile dall’uomo e quindi potabile. Di questa percentuale il 70% è bloccata nei ghiacciai e, senza sconfinare troppo nei numeri, ci si accorge che è davvero un bene prezioso. L’uomo ovviamente non si risparmia e ne usa molta di più del necessario:

 

  • un americano ne usa quasi 2 milioni di litri all’anno,
  • un italiano quasi 1 milione,
  • un africano arriva a mala pena ad un decimo.
  • 1,2 miliardi di esseri umani non possono bere quotidianamente acqua potabile,
  • 2 milioni dei suddetti muoiono per cause legate a scarsità o patologie infettive.

 

Per l’uomo occidentale è diverso, l’acqua è all’apparenza abbondante, può permettersi di ipersfruttarla sia nella vita domestica che per altre attività. Non potendo prendere in considerazione tutte le attività umane, cercherò di analizzare solo quelle che riguardano il quotidiano di ognuno di noi. Iniziano dal bagno: per lo sciacquone si potrebbe istallare una vasca di raccolta per l’acqua piovana; le docce sono da preferire ai bagni in vasca e comunque brevi, 5-6 minuti al massimo sono sufficienti. Per le varie toilettature da lavandino chiudiamo il rubinetto mentre facciamo altro, anche un minuto è molto se fatto da tutti. Sono utili i frangigoccia che riducono gli sprechi. Lo stesso vale per la cucina cerchiamo di ridurre gli sprechi: evitando lavandini gocciolanti, o acqua che esce senza sosta per fare i piatti, meglio una piccola ciotola con un po’ d’acqua calda e sapone ed un veloce risciacquo. Poi passiamo al cibo, non quello cotto in casa, ma al cibo prodotto: quanta acqua occorre per produrre un cibo X? Di seguito propongo un breve elenco esemplificativo dal quale ognuno trarrà le sue conclusioni. Si prenderà in esame l’Impronta idrica, cioè l’intervallo di L/Kg utilizzati:

 

  • Ortaggi da 0 a 240 L/Kg (stagionalità e zone di coltivazione);
  • Frutta da 50 a 900 L/Kg (stagionalità e zone di coltivazione);
  • Latte 1000 L/L;
  • Cereali in genere attorno ai 1500 L/Kg;
  • Legumi da 0 a 3000 L/Kg (aumentano i litri per quelli in scatola, non per i secchi o freschi);
  • Uova 3000 L/Kg;
  • Formaggi 6500 L/Kg;
  • Carni 15000 L/Kg.

Basta poco per capire quanto sia importante quello che mangiamo per far fronte al consumo di acqua, cercando di limitare (non escludere) i cibi che richiedono lo sfruttamento eccessivo di tale risorsa e privilegiare quelli a basso impatto idrico. Il messaggio di questo piccolo contributo è quella di riflettere sulle nostre azioni, ricordandoci che il mondo è di tutti, soprattutto delle future generazioni alle quali stiamo preparando un terreno terribile da lavorare e su cui vivere, ed essendo un patrimonio comune l’azione di uno ricade sugli altri. Quindi riflettiamo, informiamoci e agiamo con consapevolezza in ogni momento e con rispetto.

Sempre più collegati, sempre più distanti

Questo articolo è stato pubblicato su Il Conformista il 22 marzo 2016.

La tua vita è profondamente cambiata, lo senti. Lo percepisci dentro e a attorno a te, e senti che questo cambiamento presenta qualcosa di grave. Te ne accorgi perché sei costantemente distratto, e accorgersi della propria distrazione è una frustrazione latente per te, un fiume carsico, che risale alla tua memoria solo quando l’ha completamente solcata, e spazzata via, rimpiazzandola con una sensazione distonica che avverti quando uno schermo ti fissa, e sfrigola, perché privo di un canale di riferimento.

Quello sfrigolio, ti rimanda alla frammentazione che vivi ogni giorno, in un’altra realtà, una dimensione parallela chiamata social network, e che ha la pretesa di sostituirsi all’altra di realtà, quella più sbiadita, quella che invece dovresti assaporare, sentire e toccare: vivere con tutto te stesso. Uno sciame d’episodi invade il tuo spettro visivo, scorrendo dal basso verso l’alto, come una testata infinita piena zeppa d’informazioni; un rullo magnetico ingannatore che con tutte quelle sue immagini “seducenti” ti sta pian piano trasformando in un consumatore seriale, e silenzioso: un consumatore furtivo di vite altrui.

In questo mondo strano, anche la tua vita è in pasto al consumo degli altri, e diventa ogni giorno un lungo e tedioso episodio spacchettato: i suoi singoli segmenti devono essere da te incorniciati, pubblicati e resi visibili, altrimenti puoi dire di non averli mai vissuti prima, rischiando di perdere memoria di loro. Quella mancanza di memoria che avverti dietro l’angolo, e che fuggi continuamente, dipende da un tuo automatismo acquisito; dalla tua costante esposizione a quella che oggi viene definita “ipertrofia informativa”: una mole esorbitante d’informazioni priva di senso, e che arriva da tutte le epoche e da tutte le parti, senza indicazioni rassicuranti.

Fuggi dunque la mancanza di memoria creando altra memoria. Metti costantemente in circolo le tue immagini, le tue informazioni, molte versioni di te, non sapendo però che sono proprio questi tuoi “pacchetti di memoria” a causarti l’amnesia. Sudi dimenticanza da tutti i pori, e sei nel bel mezzo di un cortocircuito a catena. Ti distanzi da te, e da tutti gli altri, pur continuando a rincorrere te e tutti gli altri.

Il tempo e lo spazio, allora, si sono modificati. La loro percezione ti risulta forte e debole al contempo. Il primo non ha una linearità, ed è composto da tanti punti dispersi che si collezionano a casaccio (passato e presente convivono); il secondo invece aggrega tutto assieme – esperienze, luoghi, persone – per poi catapultarlo verso una lontananza ignota, verso un dimenticatoio globalizzato.

In questo scenario, non puoi esimerti dall’offrire e dal consumare anche tu una promessa di simultaneità, d’istantaneità, che è solo una tra le tante “promesse spot” che oggi viviamo avidamente, e poi non vengono mantenute, perché – come dice una citazione trovata in quel rullo virtuale – “[i media], a cominciare da Internet, tendono a modificare la nostra percezione del tempo. Infatti, determinano un effetto di natura paradossale: in apparenza promettono di raggiungere la simultaneità e l’istantaneità, ma in realtà proiettano in una dimensione che è quella del già avvenuto. E indeboliscono il valore di tutto quello che registrano affinché possiamo evitare di ricordarlo. Vale a dire che il presente, attraverso la fissazione, è privato del suo vero valore.” (Vanni Codeluppi).

Quando le chiamate erano a gettoni il tempo era un bene prezioso: donava valore. Le chiamate illimitate hanno cancellato quel valore, e lo schermo delle chat – che “protegge” le nuove generazioni dall’ansia da chiamata – non lo prende più neppure in considerazione: ora, siamo tutti irrimediabilmente collegati.

Così accade che meno siamo collegati e più siamo vicini. E più siamo collegati e meno viviamo quel valore che è l’attesa, perché l’illusione di essere più vicini di prima, disponibili sempre, sta edificando silenziosamente le nostre nuove distanze solitarie.

Ma che cosa sono oggi le distanze? Esistono davvero? Sono quel resto che realmente mi separa da qualcos’altro? o sono solo quelle parti che stanno al di là e non riesco a toccare o sentire? E se le sentissi lo stesso, quelle parti lontane, che cos’è allora la realtà? è solo quella che calpesto e percorro? o è anche quella che percepisco, che sento comunque vicino a me, pur avendo solo in mano uno schermo freddo?

In effetti, i media digitali danno l’impressione di eliminare le distanze: le percepiamo come nulle. In questo modo può dispiegarsi la spettacolarizzazione del tutto, e di noi stessi: il privato si fonde col pubblico, e quest’ultimo pian piano scompare, sgretolandosi: l’intimità viene deflorata. L’anonimato dello schermo ci protegge dalla mancanza di riguardo, e di rispetto. Il rispetto possiede un riguardo, una distanza, un volgere lo sguardo altrove; lo spettacolo no. Abbiamo perso le distanze e il rispetto.

Ma perdendo il rispetto perdiamo anche la vicinanza, il gioco reciproco, e il rimando vicendevole che ci unisce, e che contribuisce a creare quella fiducia che non riusciamo più a trovare da nessuna parte. Quindi fomentiamo altre distanze, quelle esistenziali: siamo soli e sfiduciati, ma affascinati e sedotti dai nostri spettacoli; siamo aggressivi e senza rispetto, ma poi ci lamentiamo perché non riceviamo comprensione e fiducia.

In definitiva, forse si sono annullate delle distanze, ma ne abbiamo create di nuove. Stanno cambiando le relazioni e i nostri comportamenti, ma non riusciamo a rendercene conto. Come afferma il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, “arranchiamo dietro al medium digitale che, agendo sotto il livello di decisione cosciente, modifica in modo decisivo il nostro comportamento, la nostra percezione, la nostra sensibilità, il nostro pensiero, il nostro vivere insieme. Oggi ci inebriamo del medium digitale, senza essere in grado di valutare del tutto le conseguenze di una simile ebbrezza. Questa cecità e il simultaneo stordimento rappresentano la crisi dei nostri giorni.”

Probabilmente, tutto questo, ha a che fare con la caducità di ciò che viviamo, di ciò che si spegne prima ancora di mettersi in moto. E ha a che fare anche con il tempo, che ci appare veloce e sfuggente, immerso com’è in un eterno presente che ci inchioda alle tante scelte da poter compiere; che ci immobilizza sulle miriade di possibilità ancora sconosciute che si stagliano sui nostri (smarriti) orizzonti di senso.

Ma non è il tempo ad essere diventato veloce. Quello è solo l’allenamento forzato delle nostre percezioni, che essendo continuamente infarcite d’inutili steroidi si spengono, fino a collassare. È quindi l’illusione della simultaneità per ogni cosa, “il tempo reale e trasparente”, che toglie il ritmo alla calda attesa, alla cerimonia rituale delle relazioni (non delle “transazioni”), e all’irta pazienza che tramonta piano dietro i monti… Tutte cose che, diversamente, riescono ad alimentare quella percezione del tempo che non si preoccupa inutilmente di quello che ancora non c’è, ma lo vive, sedimentandolo con cura nella nostra preziosa memoria confortante.

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Suggerimenti bibliografici dell’autore

Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, nottetempo, 2015.

Vanni Codeluppi, Tempo, Doppiozero, 2016.

Dante, Farinata e la politica italiana

Rileggendo ad cazzum l’incontro tra Dante e Farinata degli Uberti nel canto X dell’Inferno ho avuto l’impressione che gli inferi non fossero poi così male: un certo senno, un briciolo di coscienza e un barlume di consistenza morale sembrano essere presenti in ciascun dannato dantesco e, che manchi, invece, proprio qui, tra i vivi, soprattutto italiani. Non si può scorgere in questo episodio lo stesso ondulare che come un mantra si ripete nelle tribune politiche televisive? Non è forse un dramma politico che oppone due altere fazioni l’occorso tra il Sommo Poeta e il sagacissimo Farinata? E non è forse quello che accade oggi, quando politici di schieramenti diversi battagliano come ragazzini per chi ha ragione o torto sui diversi temi della politica italiana? Con una differenza, però. Una differenza così sostanziale che preferirei di gran lunga il sanguinario e soldatesco Farinata degli Uberti a tutta la schiera dei molli e apatici rappresentati politici che mestamente abbiamo eletto.

Vediamo di che cosa sto parlando:

Farinata era un aspro ghibellino sui trenta; forte, astuto, profondo esperto militare e politico. Osservando i cronisti dell’epoca possiamo crearci l’immagine di un uomo tutto d’un pezzo, assertivo, decisionale. Manente, questo il suo vero nome, deve il soprannome di “Farinata” ad una pizza di farina cotta nell’acqua. Sotto il suggerimento di Virgilio, Dante si avvicina all’avello aperto di Farinata, il quale si era già eretto col petto in fuori in spregio a tutto l’inferno mostrando anche negli inferi di che dura pasta era fatto.

 

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?

Vedi là Farinata che s’è dritto:

da la cintola in sù tutto ’l vedrai».

 

Io avea già il mio viso nel suo fitto;

ed el s’ergea col petto e con la fronte

com’avesse l’inferno a gran dispitto

 

Senza timori Dante si fa conoscere, nominando i suoi avi e la sua casata smascherandosi come guelfo, iniziando una querelle degna di un talk-show televisivo nel quale i politici si affrontano rinfacciandosi gli uni gli altri le proprie disavventure. Farinata infatti gli rammenta immediatamente la doppia cacciata da Firenze per sua mano: quella del 1248 e quella, decisamente più sanguinosa, del 1260 nella battaglia di Montaperti sul fiume Arbia, dove i Guelfi vennero praticamente ridotti in poltiglia. Da parte sua Dante controbatte sarcasticamente che la sua fazione ha sempre fatto ritorno a Firenze cosa che non si può dire dei Ghibellini della casa degli Uberti. “Quest’arte del ritornare” è una mancanza che Dante fa pesare a Farinata.

 

poi disse: «Fieramente furo avversi

a me e a miei primi e a mia parte,

sì che per due fiate li dispersi».

 

«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,

rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata;

ma i vostri non appreser ben quell’arte».

 

Non è forse una schermaglia tra politici? Quante volte onorevoli di ogni partito ben piantati su quelle terribili sedie da studio televisivo, color sedia da studio televisivo con lo schienale da postura da studio televisivo, si son dati battaglia a suon di rinfacciamenti di ogni sorta? Forse è così che funziona. Forse fa parte del gioco questa tetra schermaglia tra partiti che ratifica soltanto il rito delle parti senza risolvere nulla. Eppure tra Farinata e Dante c’è qualcosa in più, c’è qualcosa che va oltre la semplice eristica avvicinandoli profondamente e disgelando la situazione.

Qual è questa cosa?

È Firenze naturalmente, la loro amata città. L’amore per la bella Firenze è così forte da scalfire e rompere la cortina faziosa nella quale entrambi si riparano. Firenze annega l’ideologia e il carattere aggressivamente partigiano dei due soldati politici. Perché oltre le loro idee, al di sopra dei loro colori, più in alto della propria visione politica c’è la città, la polis, da cui deriva, appunto, “politica”. Entrambi riscoprono il vero senso, ormai quasi dimenticato, dell’essere stesso della politica. Dopo la violenta vittoria a Montaperti, il legato del re convoca a Empoli i ghibellini toscani ordinando per notifica regia di radere al suolo Firenze. Come spiega magistralmente Vittorio Sermonti, solo Farinata – immagino ergendosi con fierezza come si è erto all’inferno con Dante – «dopo aver motteggiato un po’ in dialetto dichiara che finché sentirà la vita scorrergli in corpo, difenderà la patria con la spada, foss’anche contro i suoi commilitoni. E l’ultima parola è la sua».

 

«Ma fu’ io solo, là dove sofferto

fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,

colui che la difesi a viso aperto».

 

Farinata sta dicendo che contro Firenze non si va; contro la polis al diavolo il partito, le fazioni e le ideologie. L’amore per l’amata Firenze è motivo per combattere i propri alleati e mettersi, addirittura, contro il re Manfredi. Questo è il motivo profondo, sostanziale, la radice ultima e infinita che al di là di tutte le barriere e di tutte le opposizioni faziose accomuna Dante con Farinata: l’amore per Firenze, da proteggere e innalzare come la donna tanto cara ai cantori del dolce stil novo. È la città, la polis, il vero nocciolo duro della politica. È quindi la nazione, l’Italia e i suoi cittadini che dovrebbero avvicinare, accordare, far muovere verso un obiettivo comune le varie forze in campo. L’Italia dovrebbe essere il motore immobile che attrae e insieme orienta la rotta di navigazione come la stella polare. L’Italia dovrebbe essere la madre che dissolve i dissidi e fa superare le divergenze per un più alto bene comune, materiale e spirituale. Dante e Farinata potevano ammazzarsi se si fossero incontrati in vita, ma su Firenze e per Firenze avrebbero dato tutto il loro essere, perché Firenze era la cosa più nobile e importante. Purtroppo, non ho la stessa sensazione quando osservo i miei onorevoli rappresentanti discutere e confrontarsi in televisione. E voi?

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Suggerimenti bibliografici dell’autore:

  1. Alighieri, Divina Commedia, Editrice La Scuola, Brescia 197915.
  2. Sermonti, L’inferno di Dante, BUR, Milano 20084.

 

 

La Natura Subordinata alla Logica del Profitto

La tematica in questione assume un’importanza capitale se si tiene conto di come ormai l’Occidente abbia subordinato la natura ad una fredda e spietata logica del profitto. Esercitando per un attimo l’immaginazione, in maniera un poco originale, ci si può raffigurare nella mente un muro che si frappone tra due momenti focali della storia umana: gli albori della umanità da una parte e la rivoluzione industriale, cronologicamente attestata intorno alla metà del XVIII sec. d. C. dall’altra. Questo spartiacque segna un netto cambiamento, sia per quel che concerne gli aspetti economici, quanto più per quelli antropologici. Infatti, se prima dell’avvento della rivoluzione industriale l’uomo viveva in simbiosi con la natura a prescindere dal fatto che essa fosse ostile o benevola, con l’industrializzazione l’uomo iniziò a concepire la natura non più come una genitrice pronta a dispensare vita, ma come una risorsa da dominare e manipolare allo scopo di incrementare guadagni e comodità. Attraverso il suo pensiero, il filosofo inglese Bacone, diede l’avvio ad una profonda critica al sapere tradizionale. Tale autore fece del sapere scientifico di matrice aristotelica e del metodo scientifico squisitamente sperimentale, i due strumenti più efficaci per permettere all’uomo di conoscere più approfonditamente il cosmo e conseguentemente di dominarlo:

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La Grande Via: una buona alimentazione e preghiera “Elisir” di lunga vita

Molto spesso oggi capita di ascoltare, o leggere, il “bollettino di guerra” che il nostro stile di vita ci consegna. Siamo circondati, o forse noi stessi siamo, malati cronici; i farmaci sono diventati gli ingredienti essenziali per vivere a lungo e se di per sé questo è evidentemente un bel passo avanti compiuto dall’uomo, dell’altro è una condanna perché il malato, più facilmente anziano, è costretto ogni giorno ad assumere un numero più o meno abbondante di pasticche per far fronte spesso – ma non sempre – ad una vita di sregolatezze. Da questo punto di partenza inizia la nostra riflessione che sarà accompagnata dalla lettura del testo “La Grande Via” di due esponenti illustri della medicina italiana: Franco Berrino e Luigi Fontana che non necessitano di presentazioni.

Il presupposto su cui si fonda il discorso è che risulta ormai priva di fondamento la divisione tra corpo, psiche e spirito, che per millenni ha caratterizzato il pensiero dell’Occidente. I confini tra queste parte sono così difficili da rintracciare, qual’ora ci fossero, che ogni definizione risulterebbe artificiosa e pericolosa soprattutto per quel che riguarda le ricadute nella vita quotidiana di ogni singolo individuo. La riflessione dei due autori sopra citati parte dal vecchio, ma intramontabile, aforisma: “siamo quello che mangiamo”. Non si parla in termini ideologici di nessuno stile alimentare, ogni fenomeno è letto sotto la lente di ingrandimento della saggezza antica e delle moderne ricerche. Proprio questa duplice prospettiva di lettura, permette di comprendere come senza alcuna consapevolezza sui processi cellulari e sulle molecole chimiche, i nostri antenati avevano intuito quali fossero le coordinate per vivere in modo sano equilibrando l’intero essere dell’uomo.

La Scuola di Medicina Salernitana nell’XI secolo diceva “Se ti mancano i medici, ti siano medici: la mente lieta, il riposo e il nutrimento moderato”, in Estremo Oriente si consigliava di mangiare solo quando si aveva fame e riempiendo lo stomaco per i ¾, alzandosi con un poco di fame, consumando “cibi delicati come cereali, legumi frutta e vegetali, limitando il resto”. Oggi sappiamo come i cibi ricchi in fibre sono processati dai batteri intestinali per produrre metaboliti che ci proteggono dalle più varie patologie.

Un altro consiglio che fornisce il testo di Berrino e Fontana è di introdurre la maggior parte delle calorie giornaliere nella prima parte della giornata senza andare mai oltre il necessario. Non a caso una iscrizione egizia del 3800 a.C. dice “Gli uomini possono vivere con un quarto di quello che mangiano, sugli altri tre quarti vivono i dottori”. Le più recenti ricerche sull’invecchiamento ci dice, dopo quasi 6000 anni la stessa cosa, cioè che attuando la restrizione calorica del 20-40% si assiste ad un aumento della qualità e della quantità della vita nei topi da laboratorio e nelle scimmie (con cui condividiamo il 96% del DNA).

Questo allungamento della vita e miglioramento della qualità di essa, dipende dalla riduzione del livello delle molecole infiammatorie e ad una più efficace riparazione dei danni al DNA. Ovviamente anche sulla restrizione non si deve esagerare, per cui il consiglio è quello di farsi sempre seguire da un medico che, dopo adeguate analisi, possa calibrare, in base alle esigenze di ognuno, il giusto introito di calorie, elementi minerali e vitamine utili al nostro corpo. Un altro aspetto che i due autori prendono in considerazione è il movimento sia esso di tipo aerobico, che anaerobico e non per ultimo quello associato alle pratiche spirituali come lo Yoga o il Tai Chi: tutto sempre calibrato dal nostro medico in base al nostro quadro clinico.

Questi due punti: la via del cibo e la via del movimento – senza entrare troppo nello specifico per non anticipare la lettura del libro – si basano sull’assunto che l’organismo umano è nato e si è poi evoluto in un ambiente dove il cibo era scarso, comunque doveva essere assunto dopo un notevole sforzo fisico, sia per i raccoglitori, che per i cacciatori ed anche per i primi agricoltori che lavoravano la terra con attrezzi rudimentali. Per questo la sedentarietà risulta essere un fattore di rischio importante per la salute.

L’ultima Via, non per importanza, che nel testo “La Grande Via” viene preso in esame è quella della meditazione/preghiera, uno stato cioè di presenza a se stessi momento per momento che trae origine da tutte le più antiche forme di spiritualità Orientale ed Occidentale. Non importa quale sia la pratica meditativa o di preghiera seguita, ciò che conta per gli autori è praticare tutto con assiduità e serenità d’animo senza affrettare i tempi o spingere l’acceleratore per raggiungere un obiettivo. L’obiettivo è la pratica stessa. Le pratiche spirituali spengono determinati geni, specie quelli responsabili della più comuni malattie che affliggono la società occidentale e accendono i geni che hanno funzioni ripartiva o protettiva.

Questa breve riflessione vuole essere un’esortazione a leggere il libro – ciò non a fini pubblicitari ovviamente – per poter così far esperienza e avere un’idea della proposta degli autori e di questa Grande Via, che ha preso forma dal sapere “ingenuo” dei maestri dei millenni addietro e dal sapere più oggettivante delle scienze moderne; Via che ogni uomo può percorrere. Questa proposta di lettura può così diventare un modo per prendere coscienza di noi stessi e comprendere come ogni rivoluzione è vana se prima non passa per la nostra interiorità, attraverso la nostra riflessione e la nostra esperienza diretta: l’invito è, quindi rivolto al fare più che al fermare tutto al pensare.

 

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Bibliografia suggerita dall’autore

 

  • Bergamini E.: L’arte della longevità in buona salute. 2012.

 

  • Berrino F., Fontana L.: La Grande Via. 2017.

 

  • Bianchi E.: Una lotta per la vita.

 

  • Thich Nhat Hanh.: Il Miracolo della Presenza Mentale. 1992.

L’uomo virtuale: tra sapere e non sapere

L’uomo virtuale si può collocare come Soggetto che vive e agisce all’interno della postmodernità. Per postmoderno si intende quel periodo che va dagli inizi degli anni sessanta ad oggi, in concomitanza con il tramonto della modernità. Tale cambiamento è stato determinato da uno sviluppo repentino dei mezzi di comunicazione e da strutture/sistemi economici sempre più rivolti a dimensioni globalizzanti. Tra le peculiarità più importanti possiamo evidenziare lo straordinario sviluppo della rete, difatti, è un dato oggettivo che l’uomo della postmodernità è “obbligato” a vivere a stretto contatto con l’innovazione tecnologica. Il suddetto progresso che solo alcuni decenni addietro veniva visto come qualcosa di utopico ha facilitato molti ambiti della vita sociale favorendo lo sviluppo di una comunicazione sempre più efficace e immediata. Oggi grazie a internet e alle varie reti di comunicazione globale è possibile dialogare con tutti, qualunque sia la distanza non ci sono più confini, non ci sono più limiti all’informazione, il motto è: si sa tutto di tutti nell’immediato. Da questa “ragnatela” mediatica si è poi sviluppata una modalità comunicativa estremamente rapida e allo stesso tempo intricata, analogicamente possiamo immaginarla come un fiume in piena senza logica di scorrimento delle acque:

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Gv 20,4-8: le bende e il sudario nel sepolcro e il perché di una fede “strutturata”

 

  1. Premessa

In questa sede propongo una riflessione sull’importanza, che definirei essenziale, della traduzione coerente e puntuale dei termini usati nelle Sacre Scritture, contestualmente ad un appropriato commento esegetico ed ermeneutico nel caso di specie, del Nuovo Testamento; trattandosi, come noto, di testi scritti in greco e giunti a noi in questa lingua classica attraverso i c.d testimoni, ossia ogni copia – in questo caso manoscritta – di un testo del quale non si conserva l’originale, può verificarsi che alcune traduzioni non riescano a rendere il senso della frase e fornire una rappresentazione dei fatti cosi come intendeva fornirla il redattore originale; ciò si realizza anche a seguito dei diversi interventi, più a meno voluti, in sede di copiatura di chi ha consentito, nel corso dei secoli, che tali preziosissimi testi giungessero a noi. Del resto, il riferimento etimologico del verso latino tradere, trasmettere – da cui deriva tradizione – è lo stesso di tradire: vi è il rischio, non trascurabile, che ciò che si ritiene autenticamente trasmesso dalla tradizione, possa rivelarsi un tradimento o, quantomeno, un travisamento.

 

  1. Le bende e il sudario

I passi evangelici da cui abbiamo preso spunto per la nostra ricerca sono tratti dallo studio di critica testuale Vangeli e Atti degli apostoli interlineare, greco, latino italiano curato da M. Zappella che, per il testo greco, ha utilizzato la versione di Nestle – Aland, per quello latino l’edizione della Vulgata Clementina e, per quello italiano, l’edizione de La Nuovissima edizione dai testi originali:

ΚΑΤΑ ΙΩΑΝΝΗΝ, 20, 4-8:

4ἔτρεχον δὲ οἱ δύο ὁμοῦ· καὶ ὁ ἄλλος μαθητὴς προέδραμεν τάχιον τοῦ Πέτρου καὶ ἦλθεν πρῶτος εἰς τὸ μνημεῖον, 5καὶ παρακύψας βλέπει κείμενα τὰ ὀθόνια, οὐ μέντοι εἰσῆλθεν. 6ἔρχεται οὖν καὶ Σίμων Πέτρος ἀκολουθῶν αὐτῷ καὶ εἰσῆλθεν εἰς τὸ μνημεῖον, καὶ θεωρεῖ τὰ ὀθόνια κείμενα, 7καὶ τὸ σουδάριον, ὃ ἦν ἐπὶ τῆς κεφαλῆς αὐτοῦ, οὐ μετὰ τῶν ὀθονίων κείμενον ἀλλὰ χωρὶς ἐντετυλιγμένον εἰς ἕνα τόπον. 8τότε οὖν εἰσῆλθεν καὶ ὁ ἄλλος μαθητὴς ὁ ἐλθὼν πρῶτος εἰς τὸ μνημεῖον καὶ εἶδεν καὶ ἐπίστευσεν·

VANGELO SECONDO GIOVANNI, 20, 4-8:

4Correvano ambedue insieme, ma l’altro discepolo precedette Pietro e arrivò primo al sepolcro. 5Chinatosi, vide le bende che giacevano distese; tuttavia non entrò. 6Arrivò poi anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro; vide le bende che giacevano distese,7 e il sudario che era sopra il capo; esso non stava assieme alle bende, ma a parte, ripiegato in un angolo. 8Allora entrò anche l’altro discepolo ch’era arrivato per primo al sepolcro, e vide e credette.

 

Il contesto spazio – temporale del racconto è da collocarsi nell’immediato post Resurrezione, al sepolcro di Cristo: Maria Maddalena ha appena avvisato i discepoli che la pietra del sepolcro è stata spostata e che «2bhanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’abbiano posto»; quindi, Maria non entra nella tomba e ritiene che abbiano sottratto il corpo di Cristo, non immaginando che si fosse concretizzata la profezia della Resurrezione; Pietro – Σίμωνα Πέτρον e l’«2aaltro discepolo che Gesù amava – ἄλλον μαθητὴν ὃν ἐφίλει ὁ Ἰησοῦς» si precipitano al sepolcro e il secondo giunge prima di Pietro e, chinatosi, vede le bende distese: si capisce che l’accesso alla tomba era garantito da una entrata più bassa della statura di un uomo e il discepolo vede le bende chinando il capo ma senza entrare; arriva Pietro, entra nel sepolcro e vede anche lui le bende distese e il sudario a parte: allora, entra anche il secondo discepolo e vide e credette. Perché il discepolo che Gesù amava vide e credette? Che cosa voleva intendere il redattore evangelico con una affermazione così perentoria da non lasciare spazio a nessun dubbio, forse una delle più puntuali di tutta la narrazione neotestamentaria?

Una spiegazione senz’altro originale la fornisce il sacerdote e biblista Antonio Persili nel suo studio Sulle tracce di Cristo Risorto. Con Pietro e Giovanni testimoni oculari, testo – guida in questa beve ricerca, senza dilungarci sulla sua pur puntuale ricostruzione ma arrivando al punto dirimente: quali erano le supposte posizioni delle fasce e del sudario che videro Pietro e l’altro discepolo, rilevate dall’analisi esegetica ed ermeneutica? Il testo greco, al v. 5, dice: «βλέπει κείμενα τὰ ὀθόνια» che in latino è stato tradotto «vidit pòsita linteàmina» utilizzando il verbo κείμενα che nel testo interlineare di riferimento, in italiano, si traduce con giacenti mentre, nel testo comparato sempre in italiano, con l’espressione giacevano distese; il testo CEI 2008 ripreso dalla Bibbia di Gerusalemme traduce con posati là (riferendosi ai teli utilizzando, pertanto, il participio al maschile plurale).

Al v. 6 l’analoga espressione riferita a Pietro «θεωρεῖ τὰ ὀθόνια κείμενα» nella versione latina è tradotta «vidit linteàmina pòsita» e, nell’interlineare, osserva le bende giacenti; nel testo comparato italiano in vide le bende che giacevano distese e nel testo CEI 2008 vide i teli posati là. Anche in questo caso il participio greco utilizzato è κείμενα. Al v. 7 il termine greco utilizzato per il sudario – σουδάριον – è ἐντετυλιγμένον (entetyligménon) tradotto in interlineare con avvolto; la versione latina utilizza pòsitum e la versione italiana comparata ripiegato; la versione CEI 2008 traduce con avvolto.

Il redattore fa notare, sempre nella seconda parte del versetto 7, che «οὐ μετὰ τῶν ὀθονίων κείμενον ἀλλὰ χωρὶς ἐντετυλιγμένον εἰς ἕνα τόπον» ossia che il sudario era «non con le bende giacente «ma a parte avvolto in un solo luogo»: rileviamo che il verbo usato per dire che il sudario non era giacente come le bende è lo stesso utilizzato al v. 6, ossia κείμενον: in questo caso, però, starebbe ad indicare che era diversa la modalità di presentarsi del sudario e non la distinta allocazione rispetto alle bende come meglio indicheremo a breve. Tutto ciò avrebbe portato il discepolo che Gesù amava a vedere e credere e questo era il messaggio che il redattore ispirato voleva far risaltare. Il ricorso ad una diversa esegesi supporterebbe ciò che Don Antonio Persili ritiene abbiano visto i due discepoli:

Due apostoli, Pietro e Giovanni, dietro l’invito pressante della Maddalena, visitarono il Sepolcro subito dopo la prima visita delle due donne e tramandarono la loro testimonianza attraverso il vangelo di Giovanni. Essi descrissero accuratamente ciò che videro nel sepolcro dopo la risurrezione e tacquero ciò che non videro: videro le “fasce afflosciate” e il sudario al contrario rialzato ed avvolto, benché non sostenuto; non videro il corpo di Gesù e gli aromi, che dovevano esserci, ma che erano scomparsi (Cfr. Sulle tracce di Cristo, pag. 7). Il Persili, a sostegno di quanto scrive, dopo aver descritto la preparazione del corpo di Gesù per la sepoltura e fornite le prime indicazioni terminologiche aggiunge, in particolare, sul significato del verbo κείμενα:

Il verbo «keimena» è il participio di «keimai», che corrisponde al latino «jaceo» e significa: «giacere, essere disteso, seduto, steso, orizzontale; si dice di una cosa bassa in opposizione ad una elevata, eretta, come per esempio il mare calmo rispetto al mare agitato». (vocab. greco Bonazzi). Perciò il significato che Giovanni vuol dare a questo verbo è quello di far risaltare che prima le fasce erano rialzate (come un mare agitato), perché all’interno c’era il corpo; dopo la risurrezione, invece, le fasce erano abbassate, distese (come un mare calmo), giacendo nel medesimo posto in cui si trovavano quando contenevano il corpo di Gesù. E arbitrario farle giacere per terra, perché, se cosi fosse, Giovanni avrebbe dovuto dirlo espressamente, aggiungendo una determinazione di luogo, se esso fosse stato diverso da quello, in cui le fasce si trovavano. […] Perciò le due parole “tà othónia keimena” si possono tradurre: “le fasce distese”, ma intatte, non manomesse, non disciolte. I tre versetti, che costituiscono il cuore della testimonianza, contengono in realtà due testimonianze, quella di Giovanni e quella di Pietro (Cfr. Sulle tracce di Cristo, pagg. 145-6).

Per quanto riguarda il sudario, Persili precisa che Giovanni utilizza l’espressione «ὃ ἦν ἐπὶ τῆς κεφαλῆς αὐτοῦ» ossia  «che era sulla testa di lui» facendo espresso riferimento al telo posto sul capo di Cristo: probabilmente, per lo stesso studioso, Giuseppe D’Arimatea aveva lasciato il volto non avvolto nelle bende ponendovi un telo per coprirlo e «questo sudario, come precisa la testimonianza di Pietro al termine del versetto, è avvolto attorno al capo di Gesù e svolge la funzione che le fasce svolgono per il resto del corpo». Ma l’aspetto straordinario, evidenziato dallo studioso, che dà un senso a tutto il racconto e spiega perché il discepolo che Gesù amava vide e credette dopo la visione completa della scena, è che Pietro vuol dire la stessa cosa: le fasce erano distese in piano, si trovavano in posizione orizzontale, mentre il sudario non era in posizione orizzontale, ma in posizione verticale, cioè rialzata e la traduzione della frase è: “Non con le fasce disteso”.

 

In particolare:

Pietro vuol dare all’avverbio “khorìs” il significato modale, perché la logica della sua testimonianza consiste nell’opporre la posizione assunta dalle fasce (distese), a quella, diversa, assunta dal sudario (avvolto). Non ha senso perciò tradurre l’avverbio “khorìs” con l’avverbio italiano “separatamente”, perché non corrisponde alla dinamica del pensiero di Pietro, invece è logico e naturale tradurlo con l’avverbio “al contrario”, perché con tale avverbio si chiarisce e si completa l’opposizione tra i due modi di essere delle fasce e del sudario» (Cfr. Sulle tracce di Cristo, pagg. 148).

Anche il significato attribuito all’espressione «εἰς ἕνα τόπον – eis héna tópon» ossia «in un altro luogo» viene censurato:

 

a parte l’assurdità della testimonianza, dalla lettura del versetto risulta evidente che Pietro vuole contrapporre la posizione delle fasce a quella del sudario e che non vuole contrapporre il luogo in cui si trovano le fasce al luogo in cui si trova il sudario, perché, in questo caso, avrebbe dovuto dire espressamente in quale luogo si trovavano le fasce. Cioè, Pietro avrebbe dovuto precisare che le fasce erano distese sulla pietra sepolcrale e che il sudario era invece avvolto in un altro luogo, diverso dalla pietra sepolcrale, e avrebbe dovuto nominarlo. Poiché Pietro non nomina nessun luogo in particolare, è evidente che sia le fasce che il sudario si trovano nello stesso luogo e che questo luogo non può essere altro che la superficie della pietra sepolcrale. Questo è il significato che Pietro ha voluto dare all’aggettivo numerale “héna”. Il sudario, al contrario delle bende, era avvolto in una posizione unica, nel senso di singolare, eccezionale, irripetibile. Infatti, mentre avrebbe dovuto essere disteso sulla pietra sepolcrale con le fasce, era invece rialzato ed avvolto.

La posizione del sudario appare unica per eccellenza agli occhi di Pietro e poi di Giovanni, perché è una sfida alla forza di gravità. […] Dunque la frase deve tradursi: “in una posizione unica”» (Cfr. Sulle tracce di Cristo, pag. 148). Giova puntualizzare che, per onestà intellettuale, il Persili riporta diffusamente nella sua opera le diverse e opposte interpretazioni di autorevoli grecisti ma, l’esito dello studio del Persili con riferimento a come si sarebbero svolti i fatti al sepolcro snodatisi in distinte fasi, comunque permette di ricostruire la vicenda come segue:

  1. il primo discepolo, quello che Gesù amava (che Persili individua senza dubbio in Giovanni ma sulla cui identità non vi è certezza), arriva al sepolcro ma non entra: si china, perché l’entrata era più bassa e vede le bende distese (il redattore non dice svolte o disfatte);
  2. arriva anche Pietro e, entrato nel sepolcro, vede anch’egli le bende distese e il sudario posto in posizione diversa rispetto alle bende, ossia non disteso come le bende;
  3. entra anche l’altro discepolo e contempla la medesima scena apprezzata da Pietro: vide e credette, perché realizzò che le bende e il sudario, visibili distintamente una volta acceduti, erano posti in maniera diversa ma nel medesimo luogo (la pietra sepolcrale).

 

Una simile ricostruzione, oltre ad apparire certamente coerente in ragione dell’analisi terminologica, lessicale e contestuale esposta, rappresenta uno straordinario strumento di esercizio dell’intelligenza a supporto della fede dimostrando, tra l’altro, l’assunto di partenza circa la necessità imprescindibile che lo studio attento e critico delle Sacre Scritture possa risultare dirimente per la storicizzazione dei fatti inerenti la Salvezza.

 

 

  1. Il perché di una fede strutturata

Nella 1 Lettera di Pietro vi è un versetto che personalmente ritengo uno dei più importanti nell’ottica di una adesione alla fede in maniera matura: «ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi»; un rispondere, quindi, a una domanda sulla fede in maniera ragionevole, non razionale in senso scientifico moderno o, peggio, razionalista – concetto deleterio in tale contesto perché non tiene conto del Mistero della Rivelazione – frutto di un’adesione attraverso l’intelligenza nella consapevolezza che la vera libertà dell’uomo è nella sequela del messaggio di Cristo.  Una teologia intesa quale logos di Dio ma anche ciò che l’uomo può dire su Dio, pur nelle connaturate limitatezza e finitudine, che può e deve intendersi come intelligenza della fede, così come teorizzato da Agostino di Ippona e Anselmo d’Aosta:

La definizione della teologia come intellectus fidei è propria della tradizione teologica occidentale e risale soprattutto a Sant’Agostino (354-430), per essere poi ripresa nel Medioevo da Sant’Anselmo di Canterbuy (1033-1109). Il primo, in particolare, ha coniato alcune formule sintetiche di grande pregnanza per descrivere il rapporto tra la ragione e la fede e per esprimere, all’interno della fede, l’esercizio credente della ragione: Tra le più famose: credo ut intelligam et intelligo ut credam. La prima parte della formula sottolinea che il punto di partenza della teologia è la fede che costituisce la radice e l’orizzonte imprescindibile della comprensione che il cristiano ha del mistero di Dio, alla luce della rivelazione che ne ha fatto (che ne è) il Cristo. Dunque, occorre prima credere, per poter penetrare poi in una conoscenza anche intellettuale del Dio vivente. La seconda parte della formula è complementare alla prima. All’interno dell’orizzonte dischiuso dalla fede, l’intelligenza deve essere esercitata per portare a una fede sempre più profonda e consapevole di sé: desideravi intellectus videre quod credidi – ho desiderato vedere con l’intelletto ciò che ho creduto (Cfr. Teo-logia, le parole di Dio nelle parole dell’uomo, 84-5).

Un cercare, quaerere, sempre nuovo come costante e reiterato invito ad approfondire per consolidare e rafforzare. Anselmo, ispirato dal Vescovo di Ippona, creerà la formula fidens quaerens intellectum o intellectus fidei, ossia una teologia che presuppone la fede «ma è qualcosa di più della semplice fede, rappresentandone un approfondimento di tipo intellettuale; e questo perché il mistero dischiuso dalla fede è immenso, e quindi deve essere sempre ricercato e indagato – veritas semper indaganda: il che corrisponde alla vocazione più profonda dell’intelligenza umana chiamata alla visione di Dio» (Cfr. Teo-logia, le parole di Dio nelle parole dell’uomo, pagg. 86-7). Una relazione su cui si è pronunciato anche Giovanni Paolo II che, nella Lettera enciclica circa i rapporti tra fede e ragione Fides et ratio, non lesina il debito riferimento a San Tommaso D’Aquino sostenendo che:

Un posto tutto particolare in questo lungo cammino spetta a San Tommaso […] (che) ebbe il grande merito di porre in primo piano l’armonia che intercorre tra la ragione e la fede. La luce della ragione e quella della fede provengono entrambe da Dio, egli argomentava. Perciò non possono contradirsi tra loro (Cfr. Fides et ratio, lettera enciclica circa i rapporti tra fede e ragione, 65).

Una impostazione, quella dell’Aquinate, che pone l’uomo quale soggetto attivo nell’atto di ricorrere a fede e ragione in quanto destinatario di tali strumenti fin dalla Creazione, attore a cui è stata donata la capacità di intelligere – ossia vedere e comprendere attraverso l’intelligenza – perché potesse percepire pienamente la Divina Rivelazione servendosi anche del dato rinveniente dalle Sacre Scritture: «certamente nei racconti evangelici è contenuto quanto riguarda la figura storica di Gesù, ma ciò è anche fuso con le interpretazioni tipiche di ogni evangelista, per cui oggi è difficile stabilire esattamente quanto è storico nel senso moderno da quanto è teologico. Lo sforzo dei neotestamentaristi è indirizzato, tra l’altro, a ricostruire la figura del Gesù storico» (Cfr. Introduzione alla Sacra Scrittura alla luce della Dei Verbum, 62). Un tentativo, pertanto, di attingere l’autentico contenuto delle Sacre Scritture per trarne le indispensabili informazioni a supporto di uno studio ragionato che sostenga e rafforzi la fede, che, come detto, è anche e soprattutto ricerca.

 

FONTI

La Bibbia di Gerusalemme, Bologna 2014.

Vangeli ed Atti degli Apostoli, interlineare, greco, latino italiano, a cura di Marco Zappella, Cinisello Balsamo (MI) 2014.

Giovanni Paolo II, Fides et ratio, lettera enciclica circa i rapporti tra fede e ragione, Citta del Vaticano 1998.

 

TESTI

Coda Piero, Teo-logia, le parole di Dio nelle parole dell’uomo, Roma 2009.

Deiana Giovanni, Introduzione alla Sacra Scrittura alla luce della De Verbum, Città del Vaticano 2009.

Persili Antonio, Sulle tracce di Cristo Risorto. Con Pietro e Giovanni testimoni oculari, Tivoli 1988.