Un lieve abbraccio tra il bulbo oculare e il corpo ciliare di una turista a Matera

Ti viene voglia di chiudere gli occhi appena poggi le piante dei piedi a Matera e di tenerli abbastanza serrati fin quando non senti che sei nel tuo punto, in quella che dovrà essere per te l’esatta prospettiva da cui volgere finalmente lo sguardo a quella dolente bellezza tufacea che ti si presenta dinanzi. Muta. Disarmata. Non attonita, quello apnoico lì sei te. Quando ci si trova a scrivere un reportage di questo tipo si deve vivere indiscutibilmente di immagini, rumori, sensazioni e superfici sfiorate. Basta evocare il ricordo di luci ed ombre che emergono da rocce bianchissime, il frastagliato scorrere del torrente Gravina, l’odore e la ruvidezza dell’umida calcarenite ed è subito la Città dei Sassi. Il nucleo urbano originario della città di Matera si è sviluppato a partire dalle grotte naturali scavate nella roccia e via via modellatesi in sempre più elaborate strutture all’interno di due grandi anfiteatri naturali: il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano.

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La Fragilità dell’Individuo Oggi a Confronto Con la Forza Interiore di Ieri

Il libro “Monsampietro: i ricordi di mia nonna” contiene un capitolo dedicato alla giornata tipo di un secolo fa nella vita di un paesino rurale dell’entroterra. Tale testimonianza, oltre che avere un importante valore storico, mi stimola riflessioni con cui completerò l’ articolo. Intanto ecco la testimonianza di Vincenza Tondi: Gli anziani del paese usavano ricordare più volte il proverbio se vuoi anticipare il tuo vicino, coricati quando si corica la gallina; poi, quando canta il gallo, tu cammina. La nostra giornata risentiva fortemente di questo detto: non mi era mai permesso di alzarmi in modo dolce; venivo sempre svegliata alle tre (del mattino). Mio padre si alzava all’una di notte per accendere il fuoco e preparare il pane tostato per la colazione per poi andare a lavorare la terra, mentre le donne della famiglia si alzavano verso le tre quando il gallo cantava per la prima volta.

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Monsampietro: i ricordi di mia nonna, religione e riti scaramantici ai primi del ‘900

In questo periodo natalizio mi piace far dono a tutti i lettori di un estratto del mio umile libro riportante le memorie di mia nonna Vincenza Tondi sul modo di vivere la religione e la fede ai primi del ‘900 nel paesino rurale di Monsampietro. Il racconto di mia nonna mi permetterà poi di fare delle riflessioni che troverete alla fine: “Si era molto religiosi: la domenica la funzione religiosa era un appuntamento fisso per tutti, la Messa era recitata dal parroco in latino tanto che noi non capivamo un parola. Anche nel mese di novembre ci recavamo tutti i giorni a Messa per rispetto ai defunti, però siccome durante il giorno dovevamo lavorare nei campi, era d’obbligo andare in Chiesa di notte con la prima Messa che si celebrava all’una di notte e l’ultima alle tre di notte.

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Le Banche: Un Intermediario Finanziario/Finanziato

Nei dibattiti economici quando si tratta di temi come risparmi, investimenti e rendimenti, si intuisce che si sta parlando di banche, chiaro a tutti ormai il ruolo per il quale questo ente è nato, ossia quello di raccogliere denaro dai depositi dei risparmiatori e prestarli ad altri soggetti meglio definiti investitori. I primi soggetti sono generalmente rappresentati da semplici cittadini e famiglie, la seconda categoria, invece, è composta da aziende private, enti pubblici o qualsiasi altro soggetto bisognoso di prestito. Nonostante presenti aspetti puramente economici, tale circolazione di denaro, nel tempo, ha permesso alle banche di assumere un ruolo cruciale ai fini di uno sviluppo sociale/economico di un territorio.

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Canto di Natale. Dickens e gli Spettri dell’Esistenza

Composto nel 1843, Canto di Natale o Ballata di Natale, inaugura la fortunata serie di racconti natalizi (quattro per l’esattezza) composti dallo stesso Dickens volti ad instillare nel lettore, usando le sue stesse parole, «pensieri d’amore e considerazione verso il prossimo, che non sono mai fuori stagione». Il noto paradosso è visibile nel titolo stesso, ognuno di noi ha sentito parlare di entrambi i termini, ma nessuno si è mai soffermato sul fatto che di rado vengono utilizzati insieme, ciò perché appartengono a due tradizioni diverse, l’una a quella poetica, l’altra a quella storica. A tal proposito l’autore si pone come “difensore” di una tradizione che rischiava di andare perduta per sempre, causa la dilagante disparità esistente tra le classi sociali e la totale mancanza di generosità verso i più indigenti.

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Dal “Ceppo di Natale” al “Bûche de Noël”

Quercia, pino, frassino, betulla, sono queste le raffinate tipologie di albero che venivano utilizzate per rendere impeccabilmente perfetta la tradizione del “Ceppo di Natale”. Per quanto trascurata e disusata, questa costumanza rivendica ancora oggi una certa rilevanza per alcuni popoli i quali, come nel caso degli Slavi meridionali, tuttora conservano l’usanza con l’impiego di ceppi d’ulivo o di faggio e addirittura a Palmer Lake, in Colorado, dal 1933 gli abitanti sono soliti organizzare una vera e propria caccia al ceppo per grandi e piccoli. Molti hanno scritto relativamente a questo tema così come molte sono le loro conoscenze al riguardo, dando la possibilità di poter elaborare un discorso tale da render giustizia a questa ancestrale memoria.

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