Disuguaglianze natalizie: Natale A, Natale B e Natale C

 

Nel nostro “deposito” psichico abbiamo un solo moralistico Natale: il Natale del “siam tutti più buoni”, ma in realtà ci sono tre sottocategorie: il raffinato e elitario Natale A, l’inossidabile dimensione statica e ripetitiva del Natale B e la necessaria presenza del Natale C, che ha come funzione quella di placare subdolamente i rimorsi di coscienza degli “abitanti” del Natale A e B. Premessa: nessuno di questi “natali” ha un lieto fine, ma rappresentano una trappola costante ed equilibrata che protegge irrevocabilmente da qualsiasi costruttivo cambiamento.

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Siamo custodi di noi stessi

 

Da qualche anno orami non è difficile imbattersi, leggendo i giornali, ascoltando i Tg, spulciando su internet, di disastri ambientali più o meno seri che colpiscono l’Italia ed il Mondo: piogge torrenziali che si abbattono in luoghi certamente più piovosi di altri, che comunque eccedono la norma dei millimetri previsti; zone calde che raggiungono picchi sempre più elevanti che associata ad una minore piovosità costantemente in decrescita, desertifica vastissime zone. Ed ancora tifoni ed uragani che si spingono molto più a Nord rispetto a dov’era la norma, le calotte dei Poli che si assottigliano dalle quali blocchi grande quanto regioni italiane si staccano, vagando negli Oceani; animali che si estinguono per il puerile agire avido dell’uomo e di qui in avanti.

Già, l’uomo, la creatura che fa, ed ha fatto, dell’intelligenza la sua arma di difesa più potente per sopravvivere ad animali feroci ed alle avversità naturali, quella stessa intelligenza che spesso usa contro la vita, la sua compresa. Facendo delle semplici considerazioni, è possibile comprendere la severa situazione in cui ci troviamo, le cause e le conseguenze. Partiamo per dalle basi, dai cicli biogeochimici – quelli che auspicabilmente ognuno di noi conosce, affrontati a scuola fin dalle elementari -. Prenderemo in riferimento esclusivamente quelli gassosi per una questione di brevità.

Non possiamo che iniziare dall’acqua, senza la quale la vita sarebbe impossibile, essendo un ciclo il bilancio deve essere pari a 0 altrimenti qualcosa sta andando storto. L’idrosfera, cioè tutta l’acqua presente sulla Terra in tutti i suoi stati di aggregazione (solida, liquida e gassosa), rende possibile tale ciclo. L’acqua evapora (da liquida diventa gassosa) per effetto dei raggi solari, raggiunta poi una certa quota altimetrica, condizioni di pressione e temperatura adeguate rendono nuovamente il vapore liquido o addirittura solido, ricadendo al suolo; dal suolo l’acqua si infiltra, scorre, crea movimenti carsici e si accumula nuovamente. Come tutti sappiamo però c’è un aumento nell’atmosfera della componente gassosa, cioè del vapore acqueo, che non permette ad una parte sempre più rilevante di energia solare, una volta attraversati i vari strati dell’atmosfera terrestre, di uscirne. Certo non è solo il vapore acqueo che non permette tale passaggio ma è sicuramente uno degli ingredienti principali.

Ovviamente il vapore acqueo, come tutti gli ingredienti della natura, di per sé non è dannoso, nella giusta quantità è fondamentale, permette alla Troposfera di mantenersi ad una certa temperatura permettendo la vita, è la base per ogni forma di precipitazione al suolo di acqua e, non ultimo, concorre a regalarci albe o tramonti meravigliosi. Il problema sorga quando è in eccesso, come nel nostro caso. La domanda: è come mai è in eccesso? O anche da dove proviene l’eccedere di molecole gassose di acqua? Una delle fonti è la reazione di combustione dei carburanti: i combustibili fossili sono molecole composte da atomi di carbonio (C) e di idrogeno (H), combinandosi con l’ossigeno (O) si produce ovviamente energia, ma anche anidride carbonica (CO2) e acqua (H2O) entrambe in forma gassosa. Il gioco è fatto, nell’atmosfera di accumulano queste molecole che di per sé non sono nemici della vita come spesso si sente dire, il problema è solo il loro eccesso. Ma restiamo all’acqua. L’altra fonte che produce eccesso di vapore sono le torri di raffreddamento delle centrali in cui si produce energia per le attività umane.

Leggendo sin qui lo scritto, si potrebbe subito pensare che chi scrive sia un simpatizzante della decrescita felice. Al di là di questa categoria, credo che più che di crescita o decrescita si debba parlare di azioni responsabili, nuove strategie di produzione di energia ed un’intelligente sviluppo umano intessuto armonicamente nella trama del mondo circostante, senza il quale la sua stessa vita è destinata a terminare presto. Ovviamente il problema dell’acqua non finisce qui, come tutti sappiamo solo una piccola parte – il 3% – di questa è dolce, cioè utilizzabile dall’uomo e quindi potabile. Di questa percentuale il 70% è bloccata nei ghiacciai e, senza sconfinare troppo nei numeri, ci si accorge che è davvero un bene prezioso. L’uomo ovviamente non si risparmia e ne usa molta di più del necessario:

 

  • un americano ne usa quasi 2 milioni di litri all’anno,
  • un italiano quasi 1 milione,
  • un africano arriva a mala pena ad un decimo.
  • 1,2 miliardi di esseri umani non possono bere quotidianamente acqua potabile,
  • 2 milioni dei suddetti muoiono per cause legate a scarsità o patologie infettive.

 

Per l’uomo occidentale è diverso, l’acqua è all’apparenza abbondante, può permettersi di ipersfruttarla sia nella vita domestica che per altre attività. Non potendo prendere in considerazione tutte le attività umane, cercherò di analizzare solo quelle che riguardano il quotidiano di ognuno di noi. Iniziano dal bagno: per lo sciacquone si potrebbe istallare una vasca di raccolta per l’acqua piovana; le docce sono da preferire ai bagni in vasca e comunque brevi, 5-6 minuti al massimo sono sufficienti. Per le varie toilettature da lavandino chiudiamo il rubinetto mentre facciamo altro, anche un minuto è molto se fatto da tutti. Sono utili i frangigoccia che riducono gli sprechi. Lo stesso vale per la cucina cerchiamo di ridurre gli sprechi: evitando lavandini gocciolanti, o acqua che esce senza sosta per fare i piatti, meglio una piccola ciotola con un po’ d’acqua calda e sapone ed un veloce risciacquo. Poi passiamo al cibo, non quello cotto in casa, ma al cibo prodotto: quanta acqua occorre per produrre un cibo X? Di seguito propongo un breve elenco esemplificativo dal quale ognuno trarrà le sue conclusioni. Si prenderà in esame l’Impronta idrica, cioè l’intervallo di L/Kg utilizzati:

 

  • Ortaggi da 0 a 240 L/Kg (stagionalità e zone di coltivazione);
  • Frutta da 50 a 900 L/Kg (stagionalità e zone di coltivazione);
  • Latte 1000 L/L;
  • Cereali in genere attorno ai 1500 L/Kg;
  • Legumi da 0 a 3000 L/Kg (aumentano i litri per quelli in scatola, non per i secchi o freschi);
  • Uova 3000 L/Kg;
  • Formaggi 6500 L/Kg;
  • Carni 15000 L/Kg.

Basta poco per capire quanto sia importante quello che mangiamo per far fronte al consumo di acqua, cercando di limitare (non escludere) i cibi che richiedono lo sfruttamento eccessivo di tale risorsa e privilegiare quelli a basso impatto idrico. Il messaggio di questo piccolo contributo è quella di riflettere sulle nostre azioni, ricordandoci che il mondo è di tutti, soprattutto delle future generazioni alle quali stiamo preparando un terreno terribile da lavorare e su cui vivere, ed essendo un patrimonio comune l’azione di uno ricade sugli altri. Quindi riflettiamo, informiamoci e agiamo con consapevolezza in ogni momento e con rispetto.

Nel mondo della Sibilla

E d’improvviso mi sono ritrovato immerso nelle nubi, il passo leggero ma mai troppo sicuro, i passaggi vertiginosi si alternano a scorci da meraviglia. Ora nubi, ora schiarite, discese e risalite, ripidi pendii e vette che si avvicendano. Queste sono le impressioni di una mattinata nei Monti Sibillini, immerso tra la Sibilla e Cima Vallelunga, questo è un racconto che chiunque, anche chi non ha mai calpestato la terra in quei luoghi o non è mai stato in montagna, può sentire dentro di sé: può sentire la fatica pungerti i calli che faticano ad andarsene, il sole che picchia la testa e poi, d’improvviso, il cielo che muta e dalla vale sale un vento che addensa l’aria dinnanzi ai tuoi occhi, come un fumo che sale su dal nulla.

E le nubi, che paiono seguire un ritmo sconosciuto, si rapprendono sempre più fitte, abbracciandosi l’una all’altra avvolgendo ogni cosa, privandoti dell’orizzonte che fino ad un attimo prima baciava i tuoi occhi. Ti pare di vedere un amore incomprensibile, per te che cerchi di scrutare oltre rivolto verso il punto più lontano dell’orizzonte, che ora ti ritrovi a guardare ad un paio di metri dal tuo naso. Preso dall’amarezza scopri pian piano fiori, piante ed animali invisibili, gli insetti prendono vita e cambiano i colori del paesaggio circostante. Ora ti accorgi di cose accanto a te che non avresti mai visto, lasciandole cadere nell’indifferenza, impegnato come eri nel guardare l’orizzonte perdersi fino al mare.

Un brulicare di salti, e frusciare dell’erba bassa che si muove rendendo visibili le onde del vento che si imprime fresco e pungente come sottofondo, usando toni acuti ed altri più gentile. Le pietre ora bianche e levigate, ora rosse e taglienti, la terra è di un marrone scuro che par quasi nera ed il rumore dei tuoi passi sembra tremendamente vicino. Le nubi, che oscurano l’orizzonte, donano ai loro visitatori la possibilità di una diversa intimità con loro stessi: il respiro è più denso e vicino, come se rientrasse dentro la bocca rimbalzando sulla spessa coltre di vapore, i movimenti sono più circoscritti per non riempire l’aria con lo strepito delle superfici della giacca che si strusciano l’una all’altra. Si sente la presenza di ogni cosa più nitidamente, vivida e il silenzio le rende più impresse.

Da un certo punto in poi si è sempre sopra i 2000 m e puoi concederti il lusso di sentirti piccolo ed inerme, avvolto in un grande organismo che respira e pulsa come te, di cui anche tu sei respiro e pulsazione. E lì, immerso tra le nuvole, sogni per un attimo di volare osservando la vallata a picco sotto i tuoi piedi ora visibile, ora invisibile, sorvolando anche le tue piccole ma grandi cose quotidiani che spesso appesantiscono i tuoi giorni. Tutto si fa piccolo e lontano, un suggerimento vivo da portare con sé al ritorno.

Scoprire o riscoprire questi luoghi, vicini o lontani che siano, queste montagne misteriose quali sono i Sibillini, è un invito che faccio a tutti. Luoghi magici animati da legende senza tempo: grotte, fate, oracoli e storie che si mescolano a scorci e da brividi, avvolti dalla nebbia e dal silenzio. Un mondo sospeso sopra ai 2000 che non sembra risentire dello scorrere del tempo, un’esortazione costante al raccoglimento che buca ogni istante, ogni passo, ogni respiro. E d’improvviso mi sono ritrovato immerso nelle nubi, il passo leggero ma mai troppo sicuro, i passaggi vertiginosi si alternano a scorci da meraviglia. Ora nubi, ora schiarite, discese e risalite, ripidi pendii e vette che si avvicendano.

Queste sono le impressioni di una mattinata nei Monti Sibillini, immerso tra la Sibilla e Cima Vallelunga, questo è un racconto che chiunque, anche chi non ha mai calpestato la terra in quei luoghi o non è mai stato in montagna, può sentire dentro di sé: può sentire la fatica pungerti i calli che faticano ad andarsene, il sole che picchia la testa e poi, d’improvviso, il cielo che muta e dalla vale sale un vento che addensa l’aria dinnanzi ai tuoi occhi, come un fumo che sale su dal nulla.

E le nubi, che paiono seguire un ritmo sconosciuto, si rapprendono sempre più fitte, abbracciandosi l’una all’altra avvolgendo ogni cosa, privandoti dell’orizzonte che fino ad un attimo prima baciava i tuoi occhi. Ti pare di vedere un amore incomprensibile, per te che cerchi di scrutare oltre rivolto verso il punto più lontano dell’orizzonte, che ora ti ritrovi a guardare ad un paio di metri dal tuo naso. Preso dall’amarezza scopri pian piano fiori, piante ed animali invisibili, gli insetti prendono vita e cambiano i colori del paesaggio circostante. Ora ti accorgi di cose accanto a te che non avresti mai visto, lasciandole cadere nell’indifferenza, impegnato come eri nel guardare l’orizzonte perdersi fino al mare.

Un brulicare di salti, e frusciare dell’erba bassa che si muove rendendo visibili le onde del vento che si imprime fresco e pungente come sottofondo, usando toni acuti ed altri più gentile. Le pietre ora bianche e levigate, ora rosse e taglienti, la terra è di un marrone scuro che par quasi nera ed il rumore dei tuoi passi sembra tremendamente vicino. Le nubi, che oscurano l’orizzonte, donano ai loro visitatori la possibilità di una diversa intimità con loro stessi: il respiro è più denso e vicino, come se rientrasse dentro la bocca rimbalzando sulla spessa coltre di vapore, i movimenti sono più circoscritti per non riempire l’aria con lo strepito delle superfici della giacca che si strusciano l’una all’altra. Si sente la presenza di ogni cosa più nitidamente, vivida e il silenzio le rende più impresse.

Da un certo punto in poi si è sempre sopra i 2000 m e puoi concederti il lusso di sentirti piccolo ed inerme, avvolto in un grande organismo che respira e pulsa come te, di cui anche tu sei respiro e pulsazione. E lì, immerso tra le nuvole, sogni per un attimo di volare osservando la vallata a picco sotto i tuoi piedi ora visibile, ora invisibile, sorvolando anche le tue piccole ma grandi cose quotidiani che spesso appesantiscono i tuoi giorni. Tutto si fa piccolo e lontano, un suggerimento vivo da portare con sé al ritorno.

Scoprire o riscoprire questi luoghi, vicini o lontani che siano, queste montagne misteriose quali sono i Sibillini, è un invito che faccio a tutti. Luoghi magici animati da legende senza tempo: grotte, fate, oracoli e storie che si mescolano a scorci e da brividi, avvolti dalla nebbia e dal silenzio. Un mondo sospeso sopra ai 2000 che non sembra risentire dello scorrere del tempo, un’esortazione costante al raccoglimento che buca ogni istante, ogni passo, ogni respiro.

Dante, Farinata e la politica italiana

Rileggendo ad cazzum l’incontro tra Dante e Farinata degli Uberti nel canto X dell’Inferno ho avuto l’impressione che gli inferi non fossero poi così male: un certo senno, un briciolo di coscienza e un barlume di consistenza morale sembrano essere presenti in ciascun dannato dantesco e, che manchi, invece, proprio qui, tra i vivi, soprattutto italiani. Non si può scorgere in questo episodio lo stesso ondulare che come un mantra si ripete nelle tribune politiche televisive? Non è forse un dramma politico che oppone due altere fazioni l’occorso tra il Sommo Poeta e il sagacissimo Farinata? E non è forse quello che accade oggi, quando politici di schieramenti diversi battagliano come ragazzini per chi ha ragione o torto sui diversi temi della politica italiana? Con una differenza, però. Una differenza così sostanziale che preferirei di gran lunga il sanguinario e soldatesco Farinata degli Uberti a tutta la schiera dei molli e apatici rappresentati politici che mestamente abbiamo eletto.

Vediamo di che cosa sto parlando:

Farinata era un aspro ghibellino sui trenta; forte, astuto, profondo esperto militare e politico. Osservando i cronisti dell’epoca possiamo crearci l’immagine di un uomo tutto d’un pezzo, assertivo, decisionale. Manente, questo il suo vero nome, deve il soprannome di “Farinata” ad una pizza di farina cotta nell’acqua. Sotto il suggerimento di Virgilio, Dante si avvicina all’avello aperto di Farinata, il quale si era già eretto col petto in fuori in spregio a tutto l’inferno mostrando anche negli inferi di che dura pasta era fatto.

 

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?

Vedi là Farinata che s’è dritto:

da la cintola in sù tutto ’l vedrai».

 

Io avea già il mio viso nel suo fitto;

ed el s’ergea col petto e con la fronte

com’avesse l’inferno a gran dispitto

 

Senza timori Dante si fa conoscere, nominando i suoi avi e la sua casata smascherandosi come guelfo, iniziando una querelle degna di un talk-show televisivo nel quale i politici si affrontano rinfacciandosi gli uni gli altri le proprie disavventure. Farinata infatti gli rammenta immediatamente la doppia cacciata da Firenze per sua mano: quella del 1248 e quella, decisamente più sanguinosa, del 1260 nella battaglia di Montaperti sul fiume Arbia, dove i Guelfi vennero praticamente ridotti in poltiglia. Da parte sua Dante controbatte sarcasticamente che la sua fazione ha sempre fatto ritorno a Firenze cosa che non si può dire dei Ghibellini della casa degli Uberti. “Quest’arte del ritornare” è una mancanza che Dante fa pesare a Farinata.

 

poi disse: «Fieramente furo avversi

a me e a miei primi e a mia parte,

sì che per due fiate li dispersi».

 

«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,

rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata;

ma i vostri non appreser ben quell’arte».

 

Non è forse una schermaglia tra politici? Quante volte onorevoli di ogni partito ben piantati su quelle terribili sedie da studio televisivo, color sedia da studio televisivo con lo schienale da postura da studio televisivo, si son dati battaglia a suon di rinfacciamenti di ogni sorta? Forse è così che funziona. Forse fa parte del gioco questa tetra schermaglia tra partiti che ratifica soltanto il rito delle parti senza risolvere nulla. Eppure tra Farinata e Dante c’è qualcosa in più, c’è qualcosa che va oltre la semplice eristica avvicinandoli profondamente e disgelando la situazione.

Qual è questa cosa?

È Firenze naturalmente, la loro amata città. L’amore per la bella Firenze è così forte da scalfire e rompere la cortina faziosa nella quale entrambi si riparano. Firenze annega l’ideologia e il carattere aggressivamente partigiano dei due soldati politici. Perché oltre le loro idee, al di sopra dei loro colori, più in alto della propria visione politica c’è la città, la polis, da cui deriva, appunto, “politica”. Entrambi riscoprono il vero senso, ormai quasi dimenticato, dell’essere stesso della politica. Dopo la violenta vittoria a Montaperti, il legato del re convoca a Empoli i ghibellini toscani ordinando per notifica regia di radere al suolo Firenze. Come spiega magistralmente Vittorio Sermonti, solo Farinata – immagino ergendosi con fierezza come si è erto all’inferno con Dante – «dopo aver motteggiato un po’ in dialetto dichiara che finché sentirà la vita scorrergli in corpo, difenderà la patria con la spada, foss’anche contro i suoi commilitoni. E l’ultima parola è la sua».

 

«Ma fu’ io solo, là dove sofferto

fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,

colui che la difesi a viso aperto».

 

Farinata sta dicendo che contro Firenze non si va; contro la polis al diavolo il partito, le fazioni e le ideologie. L’amore per l’amata Firenze è motivo per combattere i propri alleati e mettersi, addirittura, contro il re Manfredi. Questo è il motivo profondo, sostanziale, la radice ultima e infinita che al di là di tutte le barriere e di tutte le opposizioni faziose accomuna Dante con Farinata: l’amore per Firenze, da proteggere e innalzare come la donna tanto cara ai cantori del dolce stil novo. È la città, la polis, il vero nocciolo duro della politica. È quindi la nazione, l’Italia e i suoi cittadini che dovrebbero avvicinare, accordare, far muovere verso un obiettivo comune le varie forze in campo. L’Italia dovrebbe essere il motore immobile che attrae e insieme orienta la rotta di navigazione come la stella polare. L’Italia dovrebbe essere la madre che dissolve i dissidi e fa superare le divergenze per un più alto bene comune, materiale e spirituale. Dante e Farinata potevano ammazzarsi se si fossero incontrati in vita, ma su Firenze e per Firenze avrebbero dato tutto il loro essere, perché Firenze era la cosa più nobile e importante. Purtroppo, non ho la stessa sensazione quando osservo i miei onorevoli rappresentanti discutere e confrontarsi in televisione. E voi?

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Suggerimenti bibliografici dell’autore:

  1. Alighieri, Divina Commedia, Editrice La Scuola, Brescia 197915.
  2. Sermonti, L’inferno di Dante, BUR, Milano 20084.

 

 

La Radio regala emozioni

“E’ incredibile ciò che si riesce a vedere con le orecchie, non appena si accende la radio” (Ashleigh Brilliant). Tra l’epoca della modernità e quella della post-modernità l’essere umano ha inventato e sviluppato diversi sistemi di comunicazione: la radio, poi la televisione e infine i moderni social tecnologici. Tali strumenti hanno fortemente condizionato la società nelle sue diverse epoche, diventando addirittura delle icone rispetto alle modalità di esercitazione del pensiero e dei rapporti umani. Oggi, i moderni strumenti di comunicazione ci donano la perfezione: qualità dell’immagine, velocità di circolazione delle informazioni, possibilità di vedere tutto nello stesso momento in cui sta accadendo, vantaggio di comunicare con chiunque in qualunque parte del mondo e in tempo reale, ampia scelta di canali e tempi di risposta immediati rispetto alle nostre richieste.

Eppure, in tutta questa perfezione tecnologica l’essere umano (per sua natura imperfetto, riflessivo e inquieto) non riesce a trovare la sua dimensione. Ci sentiamo esseri troppo imperfetti in un mondo troppo perfetto. Come scrive Angeles Donate nel libro “La posta del cuore della senorita Leo”: “Durante quasi tutto il XX secolo, le onde della radio si intrecciarono con la vita di molte persone: nella pace del focolare domestico, in mezzo alle trincee, negli uffici, sui mezzi di trasporto la voce dei presentatori radiofonici faceva compagnia a bambini, giovani e adulti. La musica, i notiziari, le trasmissioni, le partite di calcio, le interviste a personaggi più o meno famosi permettevano alla gente di informarsi, divertirsi, gridare allo scandalo, insomma, di vivere.”

E soprattutto, la radio ci faceva immaginare, sognare, provare emozioni: chi di voi non ricorda con nostalgia la curiosità di associare un volto (sconosciuto) alla voce calda del presentatore o della presentatrice, chi non ha almeno una volta telefonato al numero della radio locale per dedicare all’amato o all’amata la vostra canzone, attendendone con ardente fervore la trasmissione e l’ascolto? Chi di voi non ricorda i tempi in cui la partita di calcio della squadra del cuore si ascoltava alla radio, preferendo questo o quel radiocronista, e quando quest’ultimo iniziava ad aumentare il tono della voce per un’azione d’attacco il nostro cuore cominciava a battere più forte? Immaginavamo quell’azione, i movimenti del calciatore che crossava, di quello che segnava, come poteva esprimere la sua esultanza l’incontro di calcio era tutto dentro la nostra testa, e dentro il nostro cuore.

Cara amata radio, ricordo quando da ragazzo posizionavo le audio cassette nel radio registratore per registrare il mio brano preferito, premevo “record e play”e accadeva che negli ultimi secondi della canzone il presentatore con la sua voce coprisse la registrazione: che nervi, l’avrei ucciso! La vita era apparentemente più difficile, più povera, nulla era a portata di mano, tutto era una conquista però sapevamo cosa volevamo! E conoscevamo i tempi lunghi di ogni conquista! Oggi, nella confusione di input e nell’ampiezza delle scelte che ci vengono offerte, nella facilità di avere ogni risposta con un solo click, abbiamo dimenticato il sapore delle domande, dell’attesa, dell’essenzialità. Non sappiamo più cosa vogliamo!

E poi, quel gracchiare dei dischi di vinile! Oggi il suono è pulito, perfetto, ma paradossalmente gli manca qualcosa, quell’imperfezione che emoziona noi esseri vulnerabili, e che ci veniva donata da quel suono sofferto. Ieri mi è accaduto un sogno: mi reco presso uno studio medico, avviso del mio arrivo in segreteria e dopo un quarto d’ora entro. Tempo mezz’ora, esco dallo studio del medico e torno in segreteria per pagare e avere copia della fattura; la segretaria mi guarda e con un bagliore negli occhi mi sussurra: “Io ho riconosciuto la tua voce, 25 anni fa conducevi un programma di dediche su Radio Ascoli, sento ancora la tenerezza e le emozioni che quella trasmissione mi suscitava. Era una festa e mi permetteva di sognare” Grazie, radio. Nessun altro strumento di comunicazione potrà mai più farci sognare come te.

Ti voglio bene, resisti! “Ogni sera, alla stessa ora, l’intero paese si ferma e si mette in ascolto davanti alla radio. Mentre nelle case si diffondono le prime note della sigla musicale, nel piccolo studio di calle Caspe, a Barcellona, cala il silenzio, una luce comincia a lampeggiare e due labbra dipinte di rosso si avvicinano al microfono per augurare la buona notte agli ascoltatori. Sono le labbra di Aurora, la presentatrice di uno dei programmi radiofonici più popolari nella Spagna degli anni settanta: La posta della senorita Leo. Quando Aurora inizia la sua collaborazione con la radio, non può certo immaginare quanto quel lavoro le cambierà la vita. Per molte persone la senorita Leo è una vera e propria ancora di salvezza, una confidente, un’amica via etere” (Angeles Donate – La posta del cuore della senorita Leo).

La Grande Via: una buona alimentazione e preghiera “Elisir” di lunga vita

Molto spesso oggi capita di ascoltare, o leggere, il “bollettino di guerra” che il nostro stile di vita ci consegna. Siamo circondati, o forse noi stessi siamo, malati cronici; i farmaci sono diventati gli ingredienti essenziali per vivere a lungo e se di per sé questo è evidentemente un bel passo avanti compiuto dall’uomo, dell’altro è una condanna perché il malato, più facilmente anziano, è costretto ogni giorno ad assumere un numero più o meno abbondante di pasticche per far fronte spesso – ma non sempre – ad una vita di sregolatezze. Da questo punto di partenza inizia la nostra riflessione che sarà accompagnata dalla lettura del testo “La Grande Via” di due esponenti illustri della medicina italiana: Franco Berrino e Luigi Fontana che non necessitano di presentazioni.

Il presupposto su cui si fonda il discorso è che risulta ormai priva di fondamento la divisione tra corpo, psiche e spirito, che per millenni ha caratterizzato il pensiero dell’Occidente. I confini tra queste parte sono così difficili da rintracciare, qual’ora ci fossero, che ogni definizione risulterebbe artificiosa e pericolosa soprattutto per quel che riguarda le ricadute nella vita quotidiana di ogni singolo individuo. La riflessione dei due autori sopra citati parte dal vecchio, ma intramontabile, aforisma: “siamo quello che mangiamo”. Non si parla in termini ideologici di nessuno stile alimentare, ogni fenomeno è letto sotto la lente di ingrandimento della saggezza antica e delle moderne ricerche. Proprio questa duplice prospettiva di lettura, permette di comprendere come senza alcuna consapevolezza sui processi cellulari e sulle molecole chimiche, i nostri antenati avevano intuito quali fossero le coordinate per vivere in modo sano equilibrando l’intero essere dell’uomo.

La Scuola di Medicina Salernitana nell’XI secolo diceva “Se ti mancano i medici, ti siano medici: la mente lieta, il riposo e il nutrimento moderato”, in Estremo Oriente si consigliava di mangiare solo quando si aveva fame e riempiendo lo stomaco per i ¾, alzandosi con un poco di fame, consumando “cibi delicati come cereali, legumi frutta e vegetali, limitando il resto”. Oggi sappiamo come i cibi ricchi in fibre sono processati dai batteri intestinali per produrre metaboliti che ci proteggono dalle più varie patologie.

Un altro consiglio che fornisce il testo di Berrino e Fontana è di introdurre la maggior parte delle calorie giornaliere nella prima parte della giornata senza andare mai oltre il necessario. Non a caso una iscrizione egizia del 3800 a.C. dice “Gli uomini possono vivere con un quarto di quello che mangiano, sugli altri tre quarti vivono i dottori”. Le più recenti ricerche sull’invecchiamento ci dice, dopo quasi 6000 anni la stessa cosa, cioè che attuando la restrizione calorica del 20-40% si assiste ad un aumento della qualità e della quantità della vita nei topi da laboratorio e nelle scimmie (con cui condividiamo il 96% del DNA).

Questo allungamento della vita e miglioramento della qualità di essa, dipende dalla riduzione del livello delle molecole infiammatorie e ad una più efficace riparazione dei danni al DNA. Ovviamente anche sulla restrizione non si deve esagerare, per cui il consiglio è quello di farsi sempre seguire da un medico che, dopo adeguate analisi, possa calibrare, in base alle esigenze di ognuno, il giusto introito di calorie, elementi minerali e vitamine utili al nostro corpo. Un altro aspetto che i due autori prendono in considerazione è il movimento sia esso di tipo aerobico, che anaerobico e non per ultimo quello associato alle pratiche spirituali come lo Yoga o il Tai Chi: tutto sempre calibrato dal nostro medico in base al nostro quadro clinico.

Questi due punti: la via del cibo e la via del movimento – senza entrare troppo nello specifico per non anticipare la lettura del libro – si basano sull’assunto che l’organismo umano è nato e si è poi evoluto in un ambiente dove il cibo era scarso, comunque doveva essere assunto dopo un notevole sforzo fisico, sia per i raccoglitori, che per i cacciatori ed anche per i primi agricoltori che lavoravano la terra con attrezzi rudimentali. Per questo la sedentarietà risulta essere un fattore di rischio importante per la salute.

L’ultima Via, non per importanza, che nel testo “La Grande Via” viene preso in esame è quella della meditazione/preghiera, uno stato cioè di presenza a se stessi momento per momento che trae origine da tutte le più antiche forme di spiritualità Orientale ed Occidentale. Non importa quale sia la pratica meditativa o di preghiera seguita, ciò che conta per gli autori è praticare tutto con assiduità e serenità d’animo senza affrettare i tempi o spingere l’acceleratore per raggiungere un obiettivo. L’obiettivo è la pratica stessa. Le pratiche spirituali spengono determinati geni, specie quelli responsabili della più comuni malattie che affliggono la società occidentale e accendono i geni che hanno funzioni ripartiva o protettiva.

Questa breve riflessione vuole essere un’esortazione a leggere il libro – ciò non a fini pubblicitari ovviamente – per poter così far esperienza e avere un’idea della proposta degli autori e di questa Grande Via, che ha preso forma dal sapere “ingenuo” dei maestri dei millenni addietro e dal sapere più oggettivante delle scienze moderne; Via che ogni uomo può percorrere. Questa proposta di lettura può così diventare un modo per prendere coscienza di noi stessi e comprendere come ogni rivoluzione è vana se prima non passa per la nostra interiorità, attraverso la nostra riflessione e la nostra esperienza diretta: l’invito è, quindi rivolto al fare più che al fermare tutto al pensare.

 

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Bibliografia suggerita dall’autore

 

  • Bergamini E.: L’arte della longevità in buona salute. 2012.

 

  • Berrino F., Fontana L.: La Grande Via. 2017.

 

  • Bianchi E.: Una lotta per la vita.

 

  • Thich Nhat Hanh.: Il Miracolo della Presenza Mentale. 1992.

L’uomo virtuale: tra sapere e non sapere

L’uomo virtuale si può collocare come Soggetto che vive e agisce all’interno della postmodernità. Per postmoderno si intende quel periodo che va dagli inizi degli anni sessanta ad oggi, in concomitanza con il tramonto della modernità. Tale cambiamento è stato determinato da uno sviluppo repentino dei mezzi di comunicazione e da strutture/sistemi economici sempre più rivolti a dimensioni globalizzanti. Tra le peculiarità più importanti possiamo evidenziare lo straordinario sviluppo della rete, difatti, è un dato oggettivo che l’uomo della postmodernità è “obbligato” a vivere a stretto contatto con l’innovazione tecnologica. Il suddetto progresso che solo alcuni decenni addietro veniva visto come qualcosa di utopico ha facilitato molti ambiti della vita sociale favorendo lo sviluppo di una comunicazione sempre più efficace e immediata. Oggi grazie a internet e alle varie reti di comunicazione globale è possibile dialogare con tutti, qualunque sia la distanza non ci sono più confini, non ci sono più limiti all’informazione, il motto è: si sa tutto di tutti nell’immediato. Da questa “ragnatela” mediatica si è poi sviluppata una modalità comunicativa estremamente rapida e allo stesso tempo intricata, analogicamente possiamo immaginarla come un fiume in piena senza logica di scorrimento delle acque:

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