L’abbraccio infinito tra il vivere ed il morire


Troppo spesso lasciamo cadere nell’indifferenza ciò che ci riguarda, ciò che è scottante ed abita in incognito la nostra esistenza, rendendoci sempre identici a noi stessi. Questo gioco di ombra e luci che rendono l’oggetto del nostro discorso presente ed evanescente allo stesso tempo, ci accompagna in ogni istante della nostra vita, è la linfa delle nostre continue contraddizioni, il nostro apparire e scomparire nel cerchio del vivere.

Sulla scia di questa consapevolezza si può provare, un po’ per gioco, ad intrecciare insieme il pensiero di uno dei più grandi autori inglesi dell’Ottocento, Charles Dickens, con il pensiero, quasi commovente, di Emanuel Lévinas per ciò che concerne l’amore e la vita autentica. Ciò che verrà fuori sarà lo spaccato di un uomo chiaroscurale costantemente chiamato a ripensare se stesso, un uomo che trae vita della fecondazione, dalla passività, dal non possedere, dall’inermità, dalla nascita e dal morire.

Cammineremo allora su un binario, saltando continuamente da una rotaia all’altra: ora Dickens, ora Lévinas, ora la luce, ora l’ombra. Tenerezza e tensione queste sono le nominazioni che si possono dare alla manifestazione, all’epifania degli Amanti; tensione e tenerezza che anima il loro essere rivolti verso la debolezza dell’altro, verso la sua inermità, che qualifica l’alterità stessa. Questi due termini sono anche  sinonimi di fuga, “evanescenza ed estasi”, scivolamento dentro sé e contemporanea estensione verso il mondo, verso l’altro.

Che destino infelice aveva consegnato nelle proprie mani il vecchio Scrooge, personaggio protagonista del romanzo Canto di Natale di Dickens, immobile nel suo esistere stanco e disincantato, senza ricerca, senza una meta distensiva, atto solo ad impossessarsi di qualcosa o di qualcuno. Scrooge perde il senso dell’amare, cioè del prendersi cura e temere per altri da se stesso, vuole affermare la sua volontà di potenza, un’affermatività che non conosce confini o barriere.

Dickens attraverso il personaggio di Scrooge mette in luce se stesso, così come ognuno uomo, e ci mostra questa dimensione umana, la prepotenza e l’arroganza antropocentrica sulla vita. Scrooge è un uomo che ricava nella sua piccola nicchia esistenziale, fatta di solitudine volontaria (l’amore per lui è una “stupidaggine”), avidità, diffidenza e glacialità la condizione eminente dell’esistere. Ogni cosa è profitto, deve essere a portata di mano, scontata, controllabile, privata della magia che anima il mondo. Il suo mondo è in un pugno, il suo pugno, e lui è armato a difendere la sua condizione di apparente sovranità.

Nell’amare, invece, c’è spazio per il vuoto e il lasciar andare, c’è tempo per una carezza: contatto che non tende a niente perché nulla può possedere dice Lévinas. Questo per Scooge è insostenibile perché essa, la carezza, non lo difenderà mai dall’ostilità della realtà: la fame e la sete, la sofferenza e la paura, il freddo e la gelida vacuità dell’esistere. In questo scenario così descritto Scrooge, all’apparenza, si fa impermeabile alla com-mozione ed a tutto ciò che sfugge dalle mani, dalla sua esistenza, non ha la forza della non resistenza, della passività, non ha il coraggio di porsi sul punto di morte. Non ha il coraggio di nascere ancora e poi un’altra volta morire.

Gli amanti invece, per esser tali, si ritrovano sempre allo scoperto, indifesi e nudi al cospetto dell’Eros, dimensione in cui praticare sentieri indicibili perché non esistono parole atte a pronunciare l’impronunciabile che accade tra loro. L’Eros impedisce all’Io di annichilire la sua esistenza nella vecchiaia, nella cosa morta, “morta come un chiodo conficcato in un muro” direbbe Dickens. L’amare impedisce di tornare e stazionare in sé stessi: “l’Io parte senza ritorno, scopre di essere il sé di un altro […] senza che questo accada per simpatia o per compassione”.

L’essere degli amanti è un essere a due che getta le sue propaggine nell’infinito, nell’esistenza che non ha limiti, lì dove ogni totalizzazione mostra il suo volto vuoto, dove il tempo si articola ed il filo rosso che lega le innumerevoli istantanee della nostra vita si trova in perfetta tensione. Così ci si sente, direbbe Hannah Arendt, non fatti per morire ma per nascere. Nascere nell’inermità, disarmati quindi, poveri, nudi, dipendenti da un Altro. Che sia questo il senso del Natale? Che sia questo il paradosso che voleva porre Dickens quando Scrooge, ad un certo punto, posto difronte alla possibilità della sua morte – appello irrevocabile con cui deve fare i conti – si converte. Non solo offre se stesso agli altri, ma ama e torna così in se stesso, passaggio che altrimenti sarebbe stato precluso.

È forse questa la lettura cristiana della natività? Il figlio che nasce inerme, misero, ultimo nel mondo, preso dalla condizione di passività verso qualcosa che lo abita, ma al contempo lo sovrasta e lo attraversa. Un’esistenza autentica che chiama altre esistenze all’autenticità, alla verità che esige un tempo infinito ed un tempo che chiude, che compie. Come ricorda Lévinas il compimento del tempo non è la morte, ma il tempo messianico nel quale il perpetuo si muta in eterno.

Quando l’uomo è in grado di articolare questo duplice ordine del tempo: uno che si infrange e che per questo dona senso all’esistenza e uno che supera il cerchio dell’apparire, potrà fare il passo di Scrooge che, messo nella sua tomba, trova d’un tratto la via di fuga dalla palude in cui si trovava, irretito dagli anelli di una catena che lui stesso aveva assemblato. Ora, dinanzi ai suoi occhi, si apre un nuovo mondo ed un nuovo Scrooge: inerme, fragile, libero e contento. La struttura che si impegnava strenuamente a tener in piedi è crollata, la paura della morte è sconfitta e gli appaiono, in filigrana gli infiniti filamenti che legano tutte le cose del mondo, le sue esperienza, la sua vita. Tutto ora è articolato ai suoi occhi. Ora Scrooge vede, riesce a vedere quello che fino ad un secondo prima non poteva vedere. Chiudiamo con le parole di Lévinas, parole semplici che descrivono in altri termini il passaggio che ha scosso e disarcionato Scrooge nella tomba: “il faccia a faccia resta la situazione ultima”, il faccia a faccia con la morte, non una morte qualsiasi. La propria.

Maurice Caillet: “era un massone”

Voglio proporvi una brevissima “recensione” o meglio presentazione di un testo molto interessante e in un certo senso scomodo da leggere e da proporre il cui titolo è: Maurice Caillet Ero massone. La mia conversione dalla massoneria alla fede, (la cui lettura è estremamente consigliata a tutti). Poteri occulti e politica si intrecciano in ciniche logiche di potere e di manipolazioni sociali, no! Non è complottismo a basso costo da rispolverare quando ci si trova davanti a un bar, ma una spiacevole e inquietante realtà, realtà testimoniata e raccontata da personaggi del calibro di Maurice Caillet.

Domanda: ma chi è Maurice Caillet? Ebbene sì: ha fatto parte della massoneria francese per molto tempo (circa quindici anni), in poco tempo arrivato ai vertici di una delle logge massoniche più potenti del Grande oriente di Francia. Con estrema facilità viene eletto Maestro Venerabile e di conseguenza viene a conoscenza di tutti i segreti della loggia: riti,trattamenti di favore, iniziazione, ma sopratutto la stretta connessione tra massoneria e politica, connessione che lo porterà a breve a diventare un importate punto di riferimento del partito socialista francese.

Video consigliato. Racconto di Maurice Caillet:

Nel periodo trascorso all’interno della massoneria, Caillet vedrà di tutto: corruzione, clientelismi, minacce a personaggi reputati scomodi dalla loggia, trattative di promozioni agli alti vertici delle più importanti e svariate aziende, ma il punto di rottura con la loggia è dietro l’angolo. Infatti, la compagna con cui Caillet convive da anni si ammala gravemente e lo convince a intraprendere un disperato viaggio di salvezza a Lourdes. Un giorno, mentre la compagna è nelle piscine, Caillet, non credente/ateo dichiarato, decide un po’ per curiosità di visitare la Grotta delle apparizioni e in quel luogo Calliet viene scosso profondamente nell’animo, subito cerca un sacerdote e si confessa quello stesso giorno.

Si sente oggettivamente colluso con gli operatori d’iniquità e di conseguenza colpevole di aver avallato il loro pensiero. Determinato a lasciare definitivamente la loggia massonica si imbatte con una inquietante e dolorosa realtà: licenziamento, minacce di morte, impedimento a continuare la carriera da medico, emarginazione dal partito. Oggi vive in Spagna, sotto protezione.

Non è un racconto di fantascienza, ma una triste realtà. Vale la pena di conoscere questa storia, allo scopo di sviluppare una visione sociale più profonda e dunque attenta.

[su_divider divider_color=”#1f32c9″ link_color=”#0c0101″ size=”6″ class=”1″]

Suggerimenti bibliografici dell’autore

Maurice Caillet, Ero massone, 2008, Edizione Piemme.

 

 

 

 

 

 

L’acquisto della prima casa

“Se un tempo si ricercava la certezza, ora la regola è l’azzardo, mentre l’assunzione di rischi prende il posto del perseguimento tenace degli obiettivi. In questo tipo di mondo, dunque, poche cose possono essere considerate solide e affidabili: non c’e’ più traccia degli antichi e robusti canovacci su cui tessere la trama del proprio itinerario esistenziale”. (Zygmunt Bauman – La società dell’incertezza).

Stamattina in radio mi è capitato di ascoltare dallo speaker una dedica che ha subito attirato la mia attenzione; era indirizzata da due genitori alla loro figlia in un momento importante della sua vita: l’acquisto della sua prima casa.

Istintivamente ho provato tenerezza e rabbia al tempo stesso: tenerezza per i genitori della dedica, che immagino ebbri di gioia per aver fermato il tempo. Quel tempo che oggi scorre veloce, ci impedisce di rifiatare ad ogni step e ad ogni obiettivo raggiunto assaporando pace, amore, appagamento. Quel tempo che invece alla loro epoca si era in grado di gestire e adattare a immagine e somiglianza dell’essere umano. Quei genitori hanno voluto farlo ancora: hanno sospeso la corsa quotidiana per chiamare la radio e dedicare una canzone alla figlia che è in procinto di raggiungere uno step importante di vita quanto romanticismo in questa piccola azione! E quanta semplicità in tale gesto! Oggi siamo tutti presi da mille pensieri, mille fobie, che offuscano le nostre menti e i nostri cuori, impedendoci di goderci il qui e ora, una piccola conquista, un piccolo step di crescita personale.

Ho provato anche tenerezza per me, per tutti noi, che con commozione ricordiamo la solennità di quei momenti, la serenità che evaporava da tutti i pori della nostra pelle: la festa di una casa acquistata, del matrimonio di un figlio, di un’assunzione lavorativa, di una partita a carte nel periodo natalizio. Del godersi la festività del Natale con il camino acceso e sopra, appoggiata, una radiolina che trasmetteva la musica natalizia….e l’intera famiglia a godersi quel calore, quella pienezza d’animo, quella parentesi di essenzialità. Noi, le nostre famiglie e i nostri sogni dentro, tutto il resto – per noi indifferente – fuori. Era quella la complicità che permeava le famiglie dell’epoca. Si sapeva fermare il tempo. Ma ho provato tenerezza anche per i nostri genitori che oggi, invecchiando dolcemente, faticano a riconoscere il mondo – e riconoscere noi.

Contemporaneamente, però, ho provato anche rabbia, frustrazione e paura perché oggi non ci riusciamo più! Un lavoro, un matrimonio, un figlio, una casa…..sembra che tutto sia diventato difficilissimo! Quelli che una volta erano passi naturali ed essenziali, di cui festeggiarne cerimoniosamente il raggiungimento per proiettarsi linearmente verso l’obiettivo successivo, oggi sono passi impauriti – perennemente in corsa attraverso un labirinto di strade dov’è difficile trovare quella giusta.

Spesso ci è concesso solo di proteggerci nell’individualismo, vivendo giorno per giorno senza aspettarci nulla dalla vita. Aridamente, freddamente. E guai a gioire dei pochi obiettivi raggiunti perché presto un mostro invisibile li frantumerà. La post-modernità ci ha tolto quei piccoli, fugaci, teneri momenti di gioia che davano a noi e alle nostre famiglie la pace e la serenità, ci ha tolto l’equilibrio per fermare il tempo e viverlo con ottimismo. Ma ci ha lasciato il ricordo struggente di quegli attimi di serenità come gioielli da custodire con amore nei nostri cuori.

Il binomio Rozzi/Mazzone e la favola Ascoli calcio negli anni ’70/80

Costantino Rozzi e Carletto Mazzone: un binomio che ci riporta ad un’epoca in cui la genuinità era un valore, in cui Davide poteva sconfiggere Golia, in cui ogni essere umano poteva avere successo pur rimanendo se stesso. Erano gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso: fino a quel momento, l’Italia era un paese socialmente ed economicamente trascinato dalle grandi aziende e dai grandi personaggi delle metropoli; Torino, Milano, Roma erano centri di rilevante potere politico,economico e sociale.

Negli anni ’70 e ’80 alla ribalta dell’attenzione mediatica giunsero nuovi piccoli centri, che con i loro distretti economici, con le loro piccole ma diffuse e valide realtà aziendali, con i loro sentiti centri di aggregazione, sembravano fornire un modello alternativo di sviluppo sociale ed economico. In quel nuovo, fertile ed ottimistico contesto si sviluppò e giunse alle luci della ribalta nazionale una piccola,umile e verace squadra di calcio: l’Ascoli.

Grazie a Costantino Rozzi e Carletto Mazzone, quella piccola squadra di calcio divenne il simbolo della vivace provincia italiana; fu un fenomeno rilevante in quanto l’Ascoli calcio, rappresentata soprattutto dal suo presidente e dal suo allenatore, incarnava lo spirito battagliero dei piccoli: la necessità di lottare per farsi strada, l’ardente voglia di emergere, il fuoco della passione, ma soprattutto la volontà di arrivare all’obiettivo mantenendo la propria identità localistica, le proprie caratteristiche distintive, la qualità e sincerità dei rapporti umani, la voglia di vivere appieno e di manifestare sempre e comunque il proprio pensiero e le proprie emozioni. Quella piccola squadra di calcio rappresentava l’amore incondizionato per le piccole cose, la gloria della passione. Insomma, l’Ascoli calcio manifestava lo spirito delle piccole province italiane.

Che nostalgia rivedere oggi il video di Carletto Mazzone, nel frattempo diventato allenatore del Brescia, correre verso la curva dei tifosi atalantini in preda ad un raptus perché quelli gli avevano urlato “romano di merda” e “figlio di puttana”! Lui stesso qualche anno dopo l’ha spiegato così: “Questo no,non lo posso sopportare…..guai a offendere la mamma e la città”. Erano uomini, e valori, d’altri tempi! Tempi in cui i ragazzi di provincia affollavano le piazze sperando d’incontrare la ragazza che gli piaceva, cercando il coraggio di parlarle e chiederle di uscire; tempi in cui ogni domenica le famiglie della provincia si ritrovavano insieme a pranzare nella serena convivialità; tempi in cui dopo quel pranzo domenicale gli uomini della famiglia uscivano di casa insieme e gioiosamente per andare allo stadio. Ricordo tante occasioni in cui allo stadio Cino e Lillo Del Duca erano presenti 30.000 spettatori, accorsi dalla città e dai paesi limitrofi.

Era una festa! 

Oggi quel mondo non esiste più. 

Ma vivrà sempre nei nostri cuori…….

[su_divider divider_color=”#1f32c9″ link_color=”#0c0101″ size=”6″ class=”1″]

Suggerimenti bibliografici dell’autore

Bibliografia: “Carlo Mazzone – Una vita in campo (Marco Franzelli e Donatella Scarnati, B.C.Dalai Editore)”.

Senza Spirito siamo “fottuti”

Nell’odierno contesto socio/economico, l’uomo è sempre più considerato come mezzo destinato alla produttività, intesa non solo da un punto di vista strettamente materialistico, ma che abbraccia tutta la dimensione dell’essere umano nella sua totalità. Comportamento frequente consiste nel fare del prossimo un “oggetto utile” con un proprio valore commerciale: merce d’acquisto, di vendita o di scambio; una sorta di oggetto da possedere, da consumare e in tal senso di conseguenza la persona ne resta degradata. Bisogna riportare l’uomo ad un concetto di persona autentico affinché lo si sradichi da quella concezione utilitaristica che lo pone come oggetto. Quando si parla di persona si fa riferimento alla sua imprescindibile identità e interiorità che lo costituiscono individuo e anche al rapporto con gli altri che è alla base della comunità umana. Il concetto di persona deve essere posto come base essenziale per comprendere l’uomo, nello stesso livello con cui riconosce l’altro e si comprende sociale:

“Riconoscere gli altri come persone, è un fatto di grande conseguenza, che porta molto lontano: a dire il vero fino alla soglia della loro estrema verità”. René Latourelle.

Altra caratteristica intrinseca alla natura umana è la capacità di trascendere il proprio vissuto verso un “altrove” parlare di Spirito, esercitare lo Spirito, vivere in Spirito. Questa prerogativa gli permette di attuare una relazione interpersonale con le tensioni dello Spirito. Possiamo descrivere l’uomo come portatore di uno scrigno segreto colmo di ricchezze inviolabili:

“Una persona si distingue essenzialmente da una cosa, da un oggetto, per una certa interiorità la quale fa si che ogni tentativo per assoggettarla con l’obbligo esteriore, costituisce una profanazione”. René Latourelle.

Lo spingersi oltre questa sfera intima comporta una violazione nei suoi confronti che viene percepita come un invasione illecita verso la propria interiorità. In un certo senso l’uomo si sente derubato di se stesso, della propria dignità legata a sua volta all’interiorità ed inviolabilità della persona. Per natura e per vocazione, l’uomo è portato a trascendere il proprio vissuto, questa peculiarità conferisce all’uomo la sua fondamentale dignità. Altro importante punto riguarda la dimensione della libertà: non c’è dignità se non si tiene conto che l’uomo è un essere libero. L’interiorità e il passaggio dall’esterno all’interno non può essere una violazione, ma un rispettoso incontro. La libertà non è un accessorio della natura umana, ma un’esperienza personale originale. La libertà influenza specificatamente gli atti umani. Quanto più si tende al bene, tanto più si diventa liberi. La libertà raggiunge il suo apice quando è rivolta al Sommo bene, ma l’essere liberi comporta anche la possibilità di scegliere tra il bene e il male. Probabilmente la scelta del male corrisponde a un abuso della libertà che porta irrimediabilmente al disordine.

[su_divider divider_color=”#1f32c9″ link_color=”#0c0101″ size=”6″ class=”1″]

Suggerimenti bibliografici dell’autore

Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, 1961.

Erich Fromm, Avere o essere?, 1976.

Boezio, I valori autentici, 2010.

Donna Amelia. Una riflessione su colei che ci ha insegnato a considerare le paure “tigri di carta”

2 Luglio 1937. Metallo. Salivazione azzerata. Respiro accelerato. Un’intera esistenza trascorsa e voluta all’insegna dell’adrenalina, del perseguimento dei propri obiettivi, del superamento di ogni possibile limite posto. Sfrontatezza, emancipazione, indipendenza, intraprendenza e poi? Diga aperta, sospensione, vuoto. Che ti abbia inghiottita o meno Amelia, ma la morsa di quella paura-tigre di carta ti ha afferrata, ti ha immobilizzata con nessuna speranza se non di un approdo non precedentemente visibile o considerato. L’incoercibilità delle circostanze ti ha svuotata. Cosa vuol dire Amelia essere ad un passo dal non-essere? Che significa considerare che di li a poco scompari davvero? A cosa o a chi ti appelli per chiedere aiuto e sperare un’ultima volta? Cos’è realizzare che quel cumulo di alluminio sul quale avevi riposto tutte le tue più felici aspettative ti sta tradendo, non ha un’anima, ti trascina inevitabilmente con sé a terra o in acqua procurandoti l’ultimo dolore o anelito di vita senza che lui senta niente? 2 Luglio 1937. Fu quello il giorno in cui non si ebbero più notizie del pioniere dell’aviazione Amelia Earhart.

Amelia fu la prima donna a compiere la trasvolata atlantica in solitaria dopo averla fatta già una prima volta accompagnata. Correva l’anno 1932. Questo primo successo le permise di essere acclamata alla stregua dello statunitense Charles Lindbergh, l’aviatore che effettuò il primo volo aereo transatlantico senza scalo. Tale conquista le fece guadagnare l’appellativo, non a caso, di “Lady Lindy”. Prosegue nella conquista dei cieli il nostro pilota aereo che nel 1935 effettuerà altri voli, tra cui la prima trasvolata del Pacifico della storia. George P. Putnam, il quale divenne anche suo marito in data 7 Febbraio 1931, già editore di fama per Lindbergh, volle seguire  in prima persona le vicende di Amelia. Grazie anche al suo supporto l’aviatrice divenne una vera e propria celebrità: proposte per linee di abbigliamento, conferenze, lezioni di volo scandivano la sua quotidianità. Sapeva indossare abiti dettati dalla moda americana anni ’20 con eleganza e disinvoltura vista la sua figura longilinea, ma prediligeva di gran lunga la sua comoda mise da aviazione composta nella maggior parte dei casi da pantaloni morbidi costituiti da ampie tasche e cerniere, supporti in pelle e gli immancabili copricapo e occhiali da volo.

Ma chi era davvero Amelia? Tutti coloro che hanno avuto il privilegio di viverle accanto o incontrarla, la descrivono come una donna dalle incredibili qualità: era sicura di sé, sveglia, coraggiosa e affascinante. Dalle poche interviste delle quali possiamo fruire oggi, circa la sua persona, salta subito all’occhio una caratteristica determinante: la pacatezza. Lei era calma nel parlare, nel modo di comportarsi, nelle sue movenze delicate, posate e moderate. Era apparentemente una donna gentile che non mancava mai di rivolgere a persone e telecamere il suo sorriso radioso e dolce, accentuato dal diastema dentale che le conferiva l’ennesimo tratto di autenticità. Nella sua mitezza però, non poteva comunque non attirare l’attenzione su di sé con il suo distintivo taglio di capelli corto che andava ad incorniciare un viso lasciato spesso godere del suo splendore acqua e sapone. Ma c’è un’altra peculiarità in lei, lo si vede nelle riprese dell’epoca, lo si può cogliere anche se quasi impercettibile in alcuni scatti: lo sguardo fugace, quasi sognante (uno dei pochissimi termini che possa avvicinarsi a ciò che vuol essere inteso).

Leggi tutto “Donna Amelia. Una riflessione su colei che ci ha insegnato a considerare le paure “tigri di carta””