Ricorre oggi l’anniversario della strage conosciuta passata alla storia come quella del “16 Ottobre ‘43” in cui la popolazione ebrea Italiana fu duramente e tragicamente colpita dalla deportazione nei campi di sterminio. Narra la storia che ne furono più di 1500, ma i dati riguardati successivamente parlano di 1022 persone. Ne tornarono soltanto 16, 15 uomini e una sola donna. L’ex Ghetto della Capitale sorge in una zona molto suggestiva, chiunque abbia avuto la fortuna di visitarlo ha potuto avvertire sulla pelle una strana sensazione che le parole difficilmente e miseramente potrebbero spiegare.

Ogni vicolo del quartiere ebraico è intriso di storia, dalle antiche botteghe di oggetti usati ai panifici, fino ai ristoranti kosher e ai negozi di tessuti, poi si staglia imponente la sinagoga e poco prima su di un lato, il Portico d’Ottavia, antica pescheria e alzando appena lo sguardo, su un muro che lo costeggia appare una lapide commemorativa che recita così: Il 16 ottobre 1943, qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei e duemila novantuno ebrei di Roma furono avviati a feroce morte nei campi di sterminio nazisti dove furono raggiunti da oltre seimila italiani vittima dell’infame odio di razza. I pochi scampati alla strage e i molti solidali invocano dagli uomini amore e pace, invocano da Dio perdono e speranza”.

Un lieve brivido si impossessa sulla pelle di chi legge e bastano pochi secondi per tornare indietro nel tempo, a quella mattina placida d’autunno in cui le persone si aspettavano di vivere un altro giorno normale, un ennesimo tentativo di sopravvivere a quelle sporche leggi raziali che li avevano privati di troppe cose ma che comunque non avevano tolto loro la speranza, quella che li spingeva ad aprire gli occhi e cominciare comunque a vivere, ogni giorno. Ma il 16 ottobre non è un giorno come un altro.

Alle cinque della mattina arrivano dei camion delle forze armate tedesche, giunte a Roma solo poche ore prima, circondano il quartiere, poi prendono in mano le liste con gli ebrei censiti a dovere e si dividono le zone, bussano alla porta con i fucili, gridano, lasciano un biglietto pieno di inganno, facendo credere alle persone che sarebbero andate a lavorare e che avrebbero avuto cibo, assistenza sanitaria ma soprattutto raccontandogli l’infama beffa che sarebbero tornati.

Il biglietto recita così: insieme alla vostra famiglia e con gli altri ebrei appartenenti alla casa sarete trasferiti; bisogna portare con sé viveri per otto giorni, tessere annonarie, carta d’identità, bicchieri; si può portare via: valigie con biancheria, denaro e gioielli; chiudere a chiave la casa e portare chiave; ammalati anche gravissimi non possono in nessun modo rimanere indietro, infermeria si trova sul campo; venti minuti dopo presentazione di questo biglietto la famiglia deve essere pronta per la partenza. Venti minuti per portare via la propria vita, venti minuti per lasciare quello che si ha il coraggio di non portare con sé, venti minuti per prepararsi a partire per il viaggio senza ritorno.

Tanti sono coloro che riescono a scappare, a rifugiarsi nei conventi sotto pagamento (si dice circa 50000 lire a persona), ma moltissimi sono coloro che vengono salvati da altri romani, magari cattolici o disposti a offrire loro un semplice rifugio, un nome falso, una via di fuga, tanto che l’Italia passò alla storia per essere stata l’unica Nazione con un numero maggiore di scampati grazie ad altri esseri umani e non grazie a istituzioni religiose. Due giorni dopo, in diciotto vagoni piombati, dalla stazione Tiburtina, gli ebrei di Roma furono trasferiti ad Auschwitz e morirono tutti nelle camere a gas, tutti compresi i duecento bambini catturati quella tragica mattina.

Oggi, passeggiando per le vie del ghetto, si vedono delle piccole lastre, poste quasi tutte in corrispondenza delle porte d’entrata delle abitazioni, lasciate in memoria nel punto esatto in cui un ebreo fu catturato, il 16 ottobre 1943, quel giorno in cui “Non c’era più nessuno, né mia moglie, né i miei figli, qualcuno mi disse che erano stati portati via, così mi misi a correre, non so neppure in che direzione, in via Lugara vidi tutti quelli che erano stati catturati, mi gettai contro le porte, ma un agente mi disse di andar via, altrimenti avrebbero preso anche me. Ma io non capivo più niente, continuavo a spingermi avanti ostinatamente, feci ancora qualche passo, poi mi sedetti per terra e cominciai a piangere” (Settimio Calò, scampato alla retata).

Ringrazio di cuore per le informazioni donatemi, la guida del Museo della Shoà di Roma, il signor Marco, scampato anch’egli alla retata, che ha saputo rendere con le parole qualcosa che mai sarò capace di riproporre, perché è stato capace di narrare delle emozioni indicibili che neanche lui era in grado di descrivere. Perché, per cose come queste, non esistono parole.

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Per tutti coloro che sono interessati ad approfondimenti sull’argomento consiglio la lettura di:

16 ottobre 1943. La razzia,  Gangemi Editore, Roma 2016

  1. Coen, 16 ottobre 1943, la grande razzia degli ebrei romani, Firenze 2007
  2. Salmonì, Ho sconfitto Hitler, Roma 2011

La visione del film:

Sotto il cielo di Roma di C.Duguay.

 

Posted by Ritalaura Del Conte

Baccalaureato in Scienze Religiose.

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