Composto nel 1843, Canto di Natale o Ballata di Natale, inaugura la fortunata serie di racconti natalizi (quattro per l’esattezza) composti dallo stesso Dickens volti ad instillare nel lettore, usando le sue stesse parole, «pensieri d’amore e considerazione verso il prossimo, che non sono mai fuori stagione». Il noto paradosso è visibile nel titolo stesso, ognuno di noi ha sentito parlare di entrambi i termini, ma nessuno si è mai soffermato sul fatto che di rado vengono utilizzati insieme, ciò perché appartengono a due tradizioni diverse, l’una a quella poetica, l’altra a quella storica. A tal proposito l’autore si pone come “difensore” di una tradizione che rischiava di andare perduta per sempre, causa la dilagante disparità esistente tra le classi sociali e la totale mancanza di generosità verso i più indigenti.

Come ci ricorda G.K. Chesteron, Dickens «ha salvato il Natale, non in quanto festività storica, ma in quanto appartenente all’umanità e il suo racconto ci aiuta a capire quante cose altrettanto umane fossero sacrificate alla storia». Nell’opera emergono aspramente vari spunti di critica verso la morale vittoriana dell’epoca, che sempre più accresceva di agio i ricchi e lasciava i poveri al più aspro disfacimento. Tema molto caro all’autore in tutta la sua composizione narrativa, emerge con decisione in ogni sua opera, seppur in forme e caratterizzazioni diverse, si pensi al David Copperfield o alla Piccola Dorrit o ancor meglio al capolavoro Grandi Speranze: in ognuno di questi racconti il protagonista riesce a ribaltare le proprie sorti dopo una lunga infanzia di soprusi e sofferenze, grazie al destino o ad una fortunata eredità, così da mutare nel proprio piccolo lo scioglimento della propria storia e divenirne gli eroi.

In Ballata di Natale ritroviamo parecchie di queste sfumature, anche se lo schema di fondo appare essere quello di una presa di coscienza di sé che si apre pian piano fino a dischiudersi completamente, ma non sarà nessuna “vincita” a sovvertire il destino del protagonista, bensì una sorta di sguardo interiore che, insieme ai tre spettri, accompagnerà un animo gelido e cinico verso la redenzione e la compassione del cuore.   L’opera narra del vecchio, «duro e aspro, chiuso in se stesso e solitario come un’ostrica», signor Ebenezer Scrooge che, di rientro dal lavoro la sera della vigilia di Natale, dopo aver guardato con occhio malevolo tutti i passanti in festa e bistrattato il suo aiutante Bob, nella sua abitazione tetra e solitaria riceverà la visita dello spirito di un suo vecchio amico, Marley, che lo metterà in guardia rispetto alla sua condotta, gli mostrerà le catene che lo hanno destinato alla dannazione eterna e gli confesserà che l’autore di quel laccio è stato egli stesso. Effige del crudo finale al quale lo stesso Scrooge potrebbe essere destinato, quasi come una voce fuori dal coro o un triste preambolo al percorso esistenziale che attende il protagonista, alla fine lo spettro gli annuncerà il subitaneo arrivo di tre fantasmi, quello del Natale passato, presente e futuro.

Occasione tanto inquietante quanto rara, il vecchio Scrooge si lascerà trasportare in questo viaggio, verrà messo di fronte ai suoi rimorsi, ai suoi errori e alla sua possibilità di remissione. Il primo a rapirlo dalla sua contorta condotta è lo spirito del Natale passato, sotto forma di una fiammella fioca dal volto di Ebenezer bambino, lo conduce nei luoghi della sua infanzia, immagini di quei teneri ricordi di un passato che non vuole e non sa più tornare. E’ di nuovo un fanciullo, triste e solitario che legge le storie dell’oriente nell’aula romita, poi è il fanciullo che danza con gli amici, infine è il giovane uomo che rifiuta la sua amata perché senza dote, cedendo all’illusione di una ricchezza che l’avrebbe salvato ma che alla fine l’ha incatenato fino quasi a soffocarlo. Piange, vuole andar via, trema, pensa e brucia, quasi annega nelle possibilità sfumate di un tempo lontano che ormai è impossibile poter afferrare, pensando alla donna amata infatti afferma, «vi confesso che mi sarebbe piaciuto di avere la licenza concessa ad un bambino, ma di essere abbastanza uomo da apprezzarne il valore».

Il secondo spirito è quello del Natale presente, questa volta è un uomo grosso, forse simile ad un gigante che tiene in mano una torcia a forma di cornucopia. Lo trascina a vedere ciò che egli ha davanti agli occhi ogni giorno ma che gli appare celato, nascosto dietro la consapevolezza di essere nel giusto. Vede la casa di Bob e una spina gli trafigge il cuore, il povero figlioletto Tim zoppo e vittima di un mondo povero e ingiusto che subisce suo malgrado, sente un bruciore simile alla colpa dilaniargli il cuore, supplica lo spirito di portarlo via, quegli errori lo addolorano troppo. Lo spirito ubbidisce e lo conduce a casa di suo nipote, gli fa osservare i giochi, la gaiezza e l’allegria che ogni anno ha rifiutato con durezza e fare aspro, preferendo la sua casa fredda colma degli echi del suo cuore vuoto. Alcuni dei presenti si prendono gioco del vecchio Scrooge, lo chiamano avaro, cinico, il nipote lo difende, forse per compassione o per semplice spirito di pietà. Quando però il protagonista avverte l’animo diventare leggero e lo sente schiudersi ad ogni immagine, lo spettro sparisce e al suo posto arriva l’ultimo e tremendo visitatore, il fantasma del futuro, il più temuto e beffardo.

Davanti agli occhi del signor Scrooge si apre così uno scenario tanto amaro quanto veritiero, sente gli uomini della città parlare della sua morte, vede la sua cameriera vendere al miglior offerente coperte, abiti, tappeti, ogni tipo di oggetto che in vita gli era appartenuto, ogni angolo di  Londra sussurra la gioia per la scomparsa del “vecchio, avaro, cinico e senza cuore”.
Luce del racconto e massimo climax è la vista della casa del povero Bob priva della sua anima più pura e innocente, il piccolo Tim giaceva infatti al cimitero, portato via dal soffio ingrato della morte troppo presto. Alla fine della storia il protagonista comprende, sente il cuore sciogliersi dai crepacci gelati del suo egoismo, finalmente, dopo tanto vagare riesce a vedere. Grida tra sé, «Voglio vivere nel Passato, nel Presente e nel Futuro, tutti e tre gli spiriti vivranno dentro di me», da una fine degna alla sua vita che ormai si apprestava al crepuscolo, apre il cuore all’altruismo, impara a riconoscere se stesso specchiandosi nel volto dell’Altro, quello sconosciuto che tanto aveva allontanato ma che alla fine della storia è risultato indispensabile per trovare la via della redenzione. Che questa storia possa essere allora una possibilità, una seconda occasione per guardarsi indietro, dentro e avanti, che sia un uscire da sé, un decentramento per poter amare davvero l’Altro, così da poter ritrovare finalmente, dopo aver a lungo cercato, la nostra vera identità e la più profonda e radicata vocazione, epilogo che lo stesso Scrooge ebbe voglia e forza di donare alla sua esistenza, così da divenire, «amico, padrone, un uomo così buono come mai poteva averne conosciuto quella città. Alcuni ridevano vedendo il suo cambiamento, ma egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento».

Ciò che in definitiva la Ballata di Natale ci insegna è che per cambiare non serve dimenticare il proprio passato, non guardare chi si è o non considerare il divenire, basta solamente ricordare, aprire gli occhi e lasciare che la speranza e la libertà colorino il Natale, il cuore e ogni passo del lungo cammino che tutti noi, chiamiamo semplicemente vita.

Posted by Ritalaura Del Conte

Baccalaureato in Scienze Religiose.

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