Slavoj Žižek afferma di mangiare dal bidone della spazzatura. Il nome di questa pattumiera è «ideologia» e la sua forza materiale sta nel non far vedere ciò che effettivamente si sta mangiando [1]. L’ideologia può tecnicamente essere definita come quel «complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale» [2]; ma, ormai, più che orientarlo, lo determina, lo imbriglia, lo struttura in ogni sua minima parte. Esiste tuttavia una ideologia delle ideologie, per usare la grammatica di Max Weber potremmo definirla una «gabbia d’acciaio» [3], ossia una struttura di pensiero iper-razionale così forte e gerarchizzante da comprendere in sé tutte le altre ideologie presenti. Il capitalismo è questa ideologia delle ideologie e ha un carattere tipicamente religioso, una religione molto particolare, che non ammette null’altro che se stessa.

La tesi non è nuova, nel 1921 Walter Benjamin scrisse un frammento, poco più che un appunto, intitolato Kapitalismus als Religion [4], titolo incerto ma ormai così conosciuto e citato dagli studiosi. Si tratta di uno scritto spigoloso, scarno ed ermetico ma che rivela tutta la potenza della sua intuizione. Dialogando da un lato con il pensiero politico e sociologico di Karl Marx e Max Weber, e dall’altro lato con due feroci critici della metafisica moderna, Friedrich Nietzsche e Sigmund Freud [5], Benjamin perviene alla tesi secondo cui il capitalismo è a tutti gli effetti una religione e non sarebbe affatto un pervertimento del protestantesimo (Weber), ma la sua trasmutazione. Benjamin sostiene decisamente che «nel capitalismo bisogna scorgere una religione, vale a dire che il capitalismo serve essenzialmente a soddisfare quelle medesime preoccupazioni, quei tormenti, quelle inquietudini, cui in passato davano risposta le cosiddette religioni» [6].

In sostanza, Benjamin, ricusa il problematico paradigma ermeneutico della secolarizzazione del cristianesimo protestante, secondo la linea tracciata da Weber, articolando la sua visione sul «capitalismo come una vera e propria religione autonoma e sui generis, benché priva […] di parecchi elementi costitutivi delle confessioni tradizionali e ridotta a puro culto» [7]. Analizziamo il testo di Benjamin: «in primo luogo, il capitalismo è una pura religione cultuale, forse la più estrema che sia mai esistita. In esso, tutto ha significato solamente e direttamente in relazione al culto, esso non conosce alcuna dogmatica specifica, alcuna teologia. Da questa prospettiva, l’utilitarismo ottiene la sua sfumatura religiosa. Da questa concrezione del culto consegue un secondo aspetto del capitalismo: la durata perenne del culto. […] In esso non v’è “giorno lavorativo”, non v’è giorno che non sia festivo nel tremendo significato del dispiegamento di tutte le pompe sacrali, dell’estremo sforzo di chi lo venera» [8].

Questa nuova religione, che Paolo Perticari chiama quarto monoteismo [9], sviluppa un culto perenne che incatena i suoi adepti senza possibilità di avvedersene, avulsi da critica perché tutto il nuovo culto appare «normale» e «naturale», senza poter scorgere che il capitalismo che si respira è, «da cima a fondo, un fenomeno religioso di cui facciamo esperienza» ogni qualvolta che operiamo un bonifico bancario, riempiamo il serbatoio di benzina, cambiamo il cellulare anche se il precedente non è fuori uso… «in esso l’avidità è buona, l’avarizia è un sentimento spirituale nobile per il futuro dei nipoti e delle generazioni e senza lussuria non c’è vita […]. I suoi adepti sono i credenti delle tre “s”: soldi, successo, sesso» [10]. Il capitalismo decritto da Benjamin, puramente cultuale, senza contenuti trascendenti ed escatologici, è quindi capace di parassitare il cristianesimo prendendone il posto; il vecchio Dio cristiano arretra dalla scena fino a dissolversi e lo spazio lasciato vacante viene occupato dalla nuova religione contemporanea e postmoderna del dio-mercato. Il denaro e il capitalismo si impongono oggi come religione, come successore logico e cronologico del vecchio Dio cristiano [11]. Non possiamo allora dimenticarci di come Nietzsche sia stato profetico in questo senso anticipando la nostra attuale situazione con la celebre sentenza della morte di Dio.

Afferma il filosofo tedesco: «Non avete sentito parlare di quell’uomo folle che, nel chiarore del mattino, accendeva una lampada, andava al mercato e gridava incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio”. Poiché molti di coloro che si trovavano là non credevano in Dio, suscitò una gran risata. “Si è forse perduto?”, disse uno. “Ha smarrito la strada, come un bimbo?”, disse un altro. […] E così gridavano e ridevano insieme. Il folle balzò in mezzo a loro e li trafisse con lo sguardo. “Dove è andato Dio?”, gridò. “Ve lo dico io. L’abbiamo ucciso noi, ­˗ voi e io! Noi tutti siamo suoi assassini. […] Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!”» [12]. È interessante notare come, in un tempo dominato dalla razionalità economica del mercato, soltanto l’uomo folle cerca Dio e, quindi, solo chi è pazzo cerca ancora questo fantomatico Essere; nondimeno, il suo dramma si consuma nel cercarlo al mercato, poiché lì e solo lì, nella gabbia d’acciaio, comprende che Dio è morto. Non che non sia mai esistito, ma che è deceduto per mano degli uomini che non solo non credono più in Lui ma ricusano tutti i valori ad Esso connessi. È davvero singolare «il dove» Nietzsche svolge questo «racconto»: al mercato.

È nel mercato che si trovano coloro che non credono più in Dio o, per lo meno, al Dio giudeo-cristiano. L’annuncio della sua morte viene data proprio al mercato (oggi potremmo immaginare l’uomo folle entrare nella borsa di New York o di Londra), al cospetto del nuovo dio, del mercato ipostatizzato, del capitalismo divino. La ricerca di Dio non provoca alcun effetto negli uomini del mercato, se non ilarità e scherno. Di fronte alle risa non ci sono ragionamenti da poter fare: Dio è morto ed è stato sostituito. Lo stesso Massimo Cacciari è sulla stessa linea: [nel mercato] solo il folle vi s’aggira gridando “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E la sua ricerca non suscita alcuno scandalo, alcuna «seria» argomentazione ateistica, ma solo grandi risa. Che cosa può produrre tale divertita indifferenza? Come spiegarsi il fatto che al mercato la tragicità di quella «sentenza» possa apparire così «superata», il lutto per quella morte così perfettamente «consumato»?

Perché tutta la storia della Cristianità o Europa è storia della messa a morte di Dio; noi lo abbiamo ucciso, e cercare Dio non potrebbe ora significare che comprendere la volontà dei suoi assassini: fondare un regno della terra, dove Dio non sia che la formula «di ogni calunnia dell’al di qua» [13]. In questo passaggio, Massimo Cacciari vede con chiarezza quale sia la conseguenza fatale della sentenza nietzschiana: la fondazione di un regno della terra completamente disarticolata dal Regno del Cielo. Un regno della pura immanenza dove tolto Dio rimane, solitario, il ferreo dispotismo del mercato-divinizzato come sottolineato dallo stesso Papa Francesco: «oggi “qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta”» [14]. Dio è un impiccio per l’uomo economico, un intralcio che non ha più ragion d’essere.

Riprendendo il discorso, Walter Benjamin sembra non considerare troppo l’aforisma 125 della Gaia scienza concentrandosi piuttosto sul concetto nietzscheano di superuomo [15], scorgendo nel filosofo tedesco «un tipo di pensiero religioso capitalistico» [16]. Difatti, per Benjamin, il soggetto nietzscheano, l’Übermensch, è «il primo che, riconoscendo la religione capitalistica, comincia ad adempierla» [17]. Per lui, l’Übermensch, è, de facto, «l’essenza umana incrementata» [18], ossia il tipo umano che è al culmine di una crescita costante come la crescita smisurata della produzioni delle merci. «Il superuomo annunciato da Nietzsche […] rappresenta la stilizzazione del primo individuo che fa i conti fino in fondo con il carattere religioso e divino, benché immanente e ormai “umano, troppo umano”, del capitalismo» [19]. Infatti, la trascendenza di Dio è caduta anche per Benjamin ma, contrariamente a Nietzsche, non è morto ma «coinvolto nel destino umano» [20].

La seconda intuizione che Benjamin mostra in questo denso passaggio è che nel capitalismo non esistono giorni feriali perché la «nuova religione» richiede tutti i giorni una sacra adorazione: ogni santo giorno è un giorno santo da sacrificare al mercato divino, si è costretti a produrre per consumare, consumare per produrre [21] in un circolo liturgico-luciferino indisgiungibile. I giorni che normalmente si considerano «lavorativi» sono in realtà la festa della produzione capitalistica delle merci in cui si incensano i suoi meccanismi di incremento indefinito di produzione; il week-end, considerato dai più «giorni festivi», sono i giorni in cui la macchina capitalistica impone ai suoi adepti la sacralizzazione del massimo consumo, incrementando indefinitivamente la ricchezza dei produttori. I centri commerciali, nuovi ed esclusivi templi cultuali, da qualche anno sono immancabilmente aperti anche la domenica, poiché il culto non ammette soste e non ammette concorrenti: la domenica, più di qualsiasi altro giorno, si può osservare quella diaspora religiosa che vuota le chiese e riempie i centri commerciali grazie a un mantra demoniaco che recita: «devi lavorare di più e migliorarti per avere più successo, per consumare di più e per spendere meglio il denaro che non hai ancora guadagnato» [22].

La terza considerazione abissale che senza indugio troviamo in Kapitalismus als Religion è che «questo culto colpevolizza/indebita. Il capitalismo, si presume, è il primo caso di un culto che non toglie il peccato, ma genera colpa/debito. Perciò questo sistema religioso precipita in un movimento immane. Un’immane coscienza della colpa, che non sa togliersi il peccato, ricorre al culto non per espiare in esso questa colpa, ma per renderla universale, inculcarla nella coscienza nonché, infine e soprattutto, per includere Dio stesso in questa colpa [23]». Benjamin insiste sulla «demoniaca ambiguità» [24] del termine tedesco Shuld (colpa/debito), un immane indebitamento in cui è incastrato perfino Dio, cioè il Tutto, l’Essere della tradizione metafisica.

Il culto perennemente reiterato e massificato della nuova religione perpetua nelle carne e nel sangue dei suoi adepti una colpa inestinguibile, nella quale è coinvolto, lo si è visto, anche Dio. Il capitalismo non è strutturato come un culto redentivo che monda la colpa degli uomini, non si spera in nessun sollievo spirituale; in tale culto il crudo meccanismo mira alla totale frantumazione dell’essere, in una sorta di rovesciamento escatologico: «l’aspetto storicamente inaudito del capitalismo risiede nel fatto che la religione non è più una riforma dell’essere, bensì la sua frantumazione: la dilatazione della disperazione a condizione religiosa del mondo, dalla quale non bisogna aspettarsi salvezza» [25]. La matrice colpa/debito si infinitizza nel processo capitalistico generando un movimento bidirezionale che da un lato porta alla nullificazione del Dio trascendente giudeo-cristiano nel mercato e nel denaro; dall’altro lato, come un vettore, si procede alla sostituzione della fede, comunemente intesa, in disperazione; o per meglio dire, in una fede-disperante, ossia senza alcuna speranza per l’uomo di sgravarsi dalla colpa e dal debito – Shuld.

Il quarto momento della riflessione benjaminiana discende necessariamente dagli altri tre, come le leggi del triangolo emanano dalla sua stessa definizione direbbe Spinoza [26]: «il suo Dio [del capitalismo] deve venire occultato e solo allo zenith della sua colpevolizzazione ci si può rivolgere a lui. Il culto viene celebrato davanti a una divinità immatura: ogni rappresentazione, ogni idea di essa lede il mistero della sua maturità» [27]. Il dio del capitalismo è il deus absconditus par excellence poiché privo di ogni elemento redentivo: la divinità è posta oltre la cortina del visibile e del salvifico, in una dimensione eternamente distante.
Le questioni, quanto mai radicali, poste in essere dal frammento di Benjamin, cosa vogliono davvero rivelare? Provando a prendere sul serio il filosofo tedesco, se il capitalismo è una religione, come può essere determinata la sua fede? In altri termini, in cosa crede il capitalismo? Ebbene, possiamo rispondere a questa serie di domande riportando l’esperienza di David Flüsser [28], raccontataci da Giorgio Agamben in un articolo apparso sulla rivista Lo straniero [29]. Flüsser stava lavorando sul termine πιστις (pistis, ovvero il termine greco che, soprattutto nel Nuovo Testamento, indica la fede) proprio nel periodo in cui si trovava, per puro caso, ad Atene. Ad un certo punto, alzando gli occhi per strada, vide una insegna gigantesca con su scritto Trapeza tes pisteos. Guardando con più attenzione si accorse che l’insegna era di una banca e che la scritta non significava altro che «banco di credito».

La fede – continua Agamben – è il credito che l’uomo ha presso Dio e la sua parola gode di fiducia verso di noi nel momento in cui viene creduta. Quando nella Lettera agli Ebrei si afferma che «la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1) si vuol dire appunto che essa «dà realtà e credito a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola» [30]. Ancora: il creditum, è il participio passato del verbo latino credere, ossia ciò in cui crediamo, in cui rimettiamo la nostra fede nel momento stesso in cui instauriamo un rapporto di fiducia con qualcuno; e, nell’accezione corrente, sta a significare un rapporto di fiducia attraverso «una somma di denaro da parte del creditore contro la promessa da parte del debitore di controprestazione futura, a scadenza determinata o indeterminata, di altra somma di denaro» [31]. «Se questo è vero, allora l’ipotesi di Benjamin di una stretta relazione tra capitalismo e cristianesimo riceve una conferma ulteriore: il capitalismo è una religione interamente fondata sulla fede, è una religione i cui adepti vivono sola fide.

E come, secondo Benjamin, il capitalismo è una religione in cui il culto si è emancipato da ogni oggetto e la colpa da ogni peccato e, quindi, da ogni possibile redenzione, così, dal punto di vista della fede, il capitalismo non ha alcun oggetto: crede nel puro fatto di credere, nel puro credito (believes in the pure belief) – cioè: nel denaro. Il capitalismo è, cioè, una religione in cui la fede – il credito – si è sostituita a Dio: detto altrimenti, poiché la forma pura del credito è il denaro, è una religione il cui Dio è il denaro. Ciò significa che la banca, che non è nient’altro che una macchina per fabbricare e gestire credito (Braudel, 368), ha preso il posto della chiesa e, governando il credito, manipola e gestisce la fede – la scarsa, incerta fiducia – che il nostro tempo ha ancora in se stesso» [32].

Non dobbiamo pensare che solamente il meccanismo generale del capitalismo e le grandi multinazionali siano preda di un continuo indebitamento fideistico. A vivere di «sola fide, a credito (o a debito)» siamo tutti noi: «anche gli individui e le famiglie, che vi ricorrono in maniera crescente, sono altrettanto religiosamente impegnati in questo continuo e generalizzato atto di fede sul futuro. E la banca è il sommo sacerdote che amministra ai fedeli l’unico sacramento della religione capitalista: il credito-debito» [33]. Questa nuova religione che si occulta ma esprime in ogni interstizio sociale la sua potente violenza, è una religione a trazione economica, capitalistica appunto, che deforma, implementa e plagia ogni relazione sociale. L’oikonomia è oggi il centro di gravità permanente in cui ruotano le vite e il nuovo credo degli uomini, senza che questo susciti sospetti, critica o timore.

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Suggerimenti bibliografici dell’autore

Agamben G., Un Commento, oggi, in Lo straniero 155 (2013) 7-10.

Bauman Z., Consumo, dunque sono, Roma - Bari 2010.

––––, Modernità liquida, Roma – Bari 2011.

Benjamin W., Il dramma barocco tedesco, Torino 1999.

––––, Tesi di filosofia della storia, Milano – Udine 2012.

Cacciari M., Europa o Cristianità, in MicroMega, 2 (2000) 65-74.

Francesco, Laudato si’, Cinisello Balsamo 2015.

Franchini S. – Perticari P., (a cura di), Il capitalismo divino. Colloquio su denaro, consumo, arte e distruzione, Milano – Udine 2011.

Freud F., Disagio della civiltà, Torino 2010.

Fusaro D., Il futuro è nostro. Filosofia dell’azione, Milano 2014.

––––, Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo, Milano 2012.

Marx C., Il capitale, Torino 2013.

Nietzsche F., Genealogia della morale, Milano 1998.

––––, Opere 1882/1895, Roma 1993.

Spinoza B. de, Etica, Milano 2007.

Vattimo G., Il soggetto e la maschera. Nietzsche e il problema della liberazione, Milano 2007.

Weber M., La scienza come professione, Milano 1997.

––––, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Milano 1996.

Žižek S., The pervert’s guide to ideology (2013), directed by Sophie Fiennes, DVD.

Note a piè di pagina usate dall’autore

[1] Si veda il bellissimo documentario di S. Žižek The pervert’s guide to ideology diretto da Sophie Fiennes.

[2] «Ideologia», in Enciclopedia Treccani online [accesso: 15-12-2015].

[3] M. Weber, Etica protestante e spirito del capitalismo, 185.

[4] W. Benjamin, Capitalismo come religione, Il Melangolo, Genova 2010.

[5] Cfr. C. Marx, Il capitale; Cfr. M. Weber, Etica protestante e spirito del capitalismo; Cfr. F. Nietzsche, Genealogia della morale; Cfr. S. Freud, Disagio della civiltà.

[6] W. Benjamin, Capitalismo come religione, in Id., Tesi di filosofia della storia, 39.

[7] S. Franchini, Le metamorfosi della divinità e le figure del capitale, in S. Franchini – P. Perticari, (a cura di), Il capitalismo divino, 9.

[8] W. Benjamin, Capitalismo come religione, 39-40.

[9] P. Perticari, Il capitalismo divino come quarto monoteismo, in S. Franchini – P. Perticari, (a cura di), Il capitalismo divino, 145.

[10] Ibidem, 147.

[11] Cfr. D. Fusaro, Minima mercatalia, 21.

[12] F. Nietzsche, La Gaia scienza, in Id, Opere 1882/1895, n. 125.

[13] M. Cacciari, Europa o Cristianità, 65-66.

[14] Francesco, Laudato si’, n. 56.

[15] Manteniamo la traduzione classica di «superuomo» come, del resto, è tradotta in italiano nel testo di Benjamin a nostra disposizione. Tuttavia, non possiamo ignorare il bellissimo lavoro di Gianni Vattimo che traduce Übermensch in «oltreuomo» giacché esso «si manifesta come una forma di umanità collocata totalmente oltre l’uomo così come è oggi». G. Vattimo, Il soggetto e la maschera, 283.

[16] W. Benjamin, Capitalismo come religione, 41.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

[19] S. Franchini, Le metamorfosi…, 46.

[20] W. Benjamin, Capitalismo come religione, 40.

[21] Cfr. Z. Bauman, Consumo, dunque sono, 15.

[22] P. Perticari, Il capitalismo…, 157.

[23] W. Benjamin, Capitalismo come religione, 40.

[24] Ibidem, 41.

[25] Ibidem, 40.

[26] Cfr. B. de Spinoza, Etica, 217.

[27] W. Benjamin, Capitalismo come religione, 41.

[28] David Flüsser (1917-2000) è stato professore di cristianesimo primitivo e giudaismo del periodo del secondo tempio presso la Hebrew University of Jerusalem.

[29] G. Agamben, Un commento, oggi, Lo straniero 155 (2013) 7-10.

[30] Ibidem, 9.

[31] «Credito», in Enciclopedia Treccani online [accesso: 25-01-2016].

[32] G. Agamben, Un commento, oggi, 9.

[33] Ibidem.

Posted by Vincenzo Viviani

Laurea Magistrale in Scienze Religiose.

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