C’erano una volta piccole principesse: va’ e gareggia, tanto verrai comunque giudicata ogni giorno della tua vita

Temi trattati e ritrattati percorrono ormai da anni l’universo cartaceo della stampa e il digitale. Il commercio della banalità risulta oggi nauseante. Pertanto è solo quando hai ancora qualcosa da raccontare a te stesso, qualcosa in cui credi, che hai (anche se non sempre in modo esclusivo) l’occasione di scalzare la mediocrità. A tal proposito è doveroso mettere in luce una tematica specifica o meglio, una nuda e cruda polemica concernente la questione delle modelle-bambine. Si è appunto sentito molto parlare di questo fenomeno, ma il problema sta nel fatto che i punti di vista e di approccio ad esso possono essere vari; essi non vanno sottovalutati, meritano ognuno l’adeguata considerazione e per alcuni una più oculata indagine. É prima di tutto doveroso valutare un po’ quello che è lo status quaestionis dell’assunto; se ne è parlato molto in passato, mentre oggigiorno, per certi versi, viene stimato in modo quasi neutro.

Parlare di modelle che decidono con coscienza, in età adolescenziale o post-adolescienziale di intraprendere questa tipologia di carriera, non è propriamente la medesima cosa dell’esserne indotte in fase preadolescenziale. Le bambine si trovano spesso persuase dagli stessi genitori a sfilare e mostrarsi ad un pubblico con indosso indumenti che possono oscillare tra l’abito da sera, lifestyle e fitness o bikini anche piuttosto stravaganti. Il punto è che l’età delle bimbe in questione è indicativamente tra i 3 e i 10 anni circa (con notevoli variazioni). Tante sono le domande che possono scaturire già solo da questo primo aspetto: perché il genitore lo permette? Qual è l’atteggiamento della figlia che si ritrova ad assumere le vesti di una piccola miss? Per quanto ci è dato sapere, il ruolo del genitore risulta essere alquanto distorto seppur determinato e teso ad uno specifico obiettivo; l’infante invece, sotto l’ala protettiva del parente si limita ad eseguire.

Le madri inducono frequentemente le piccole a partecipare ai concorsi di bellezza, in molti casi solo per il gusto di soddisfare il proprio appetito narcisistico; è come se avessero chiara l’idea che quella creatura sia davvero un loro diretto prodotto esclusivamente nell’istante in cui la si vede percorrere una di quelle passerelle su misura. Le bambine non comprendono appieno il contesto del giudizio e si limitano a gareggiare in competizione con le loro coetanee, irretite da ciò che la mamma o il papà inculca in loro. In base a ciò, la prima polemica che emerse fu quella inerente al concetto di iper-sessualizzazione delle ragazzine legata al consumo mediatico. Pertanto si va incontro al contesto dell’oggettificazione del corpo femminile già in tenera età, laddove si avrebbe la tendenza a raffigurare o pensare il corpo della donna come mero oggetto sessuale.

É facile immaginare quali possono essere le conseguenze legate a tale deplorevole sistema ed è proprio per questo che va elaborato il tema appena esposto solo nel momento in cui ci si accorge di avere di fronte uno o più indizi che conducano a circostanze o accadimenti sospetti, sporgendo immediatamente denuncia qualora dovesse verificarsi un episodio deprecabile; ebbene siffatta tematica non va trattata smodatamente se non nella misura in cui sia strettamente necessario, per evitare un abuso dei termini tirati in causa i quali non potrebbero far altro che dare adito a manifestazioni di vario tipo. Sulla scorta di dette considerazioni vi è poi un altro aspetto che merita un’attenta analisi e ancora di più uno spunto di riflessione di notevole importanza. Supponiamo di essere spettatori che per puro caso si siano ritrovati ad osservare bambine che si atteggiano a donne mature sfilando davanti ai nostri occhi, oppure che passando per strada ci imbattiamo in innocenti creature con sguardi ammiccanti guardarci da cartelloni pubblicitari.. potrebbero essere figlie di chiunque, nostre, di un amico, di un conoscente.

Chiediamoci che panni indossano, chiediamoci da quale sofisticata marca di cosmetici sono truccate, chiediamoci che ruolo stanno interpretando, chiediamoci quali sono i loro reali desideri, chiediamo loro se sono felici. Forse che le stiamo privando della loro infanzia? Magari alcune di loro vorrebbero essere a fare coroncine di margherite su un prato con qualche amica, oppure a giocare con le bambole, a colorare, a guardare il proprio cartone animato preferito o semplicemente a mangiare un Happy Meal con McToast al McDonald’s, magari con mamma e papà. Fino a che punto è dunque lecito giudicare la “frantumazione generazionale” che avvertiamo oggi? Chiediamoci se è giusto incolpare i nostri figli. Soppesiamo la sottile differenza che c’è tra l’indossare una scarpa con il tacco firmata e su misura a 6 anni e il giocare con le scarpe alte di mamma che sono ancora troppo grandi, sognando il giorno in cui potranno essere finalmente calzate per uscire la sera con le amiche.

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Suggerimenti bibliografici dell’autrice

– AMBARABÀ, Giuseppe Culicchia (55-59).

Riferimenti:

Isabelle Collet, concetto di “frantumazione generazionale”. Facoltà di Psicologia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Ginevra.

Autore: Cecilia Bottolini

Laureanda in Scienze Religiose.

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