Rileggendo ad cazzum l’incontro tra Dante e Farinata degli Uberti nel canto X dell’Inferno ho avuto l’impressione che gli inferi non fossero poi così male: un certo senno, un briciolo di coscienza e un barlume di consistenza morale sembrano essere presenti in ciascun dannato dantesco e, che manchi, invece, proprio qui, tra i vivi, soprattutto italiani. Non si può scorgere in questo episodio lo stesso ondulare che come un mantra si ripete nelle tribune politiche televisive? Non è forse un dramma politico che oppone due altere fazioni l’occorso tra il Sommo Poeta e il sagacissimo Farinata? E non è forse quello che accade oggi, quando politici di schieramenti diversi battagliano come ragazzini per chi ha ragione o torto sui diversi temi della politica italiana? Con una differenza, però. Una differenza così sostanziale che preferirei di gran lunga il sanguinario e soldatesco Farinata degli Uberti a tutta la schiera dei molli e apatici rappresentati politici che mestamente abbiamo eletto.

Vediamo di che cosa sto parlando:

Farinata era un aspro ghibellino sui trenta; forte, astuto, profondo esperto militare e politico. Osservando i cronisti dell’epoca possiamo crearci l’immagine di un uomo tutto d’un pezzo, assertivo, decisionale. Manente, questo il suo vero nome, deve il soprannome di “Farinata” ad una pizza di farina cotta nell’acqua. Sotto il suggerimento di Virgilio, Dante si avvicina all’avello aperto di Farinata, il quale si era già eretto col petto in fuori in spregio a tutto l’inferno mostrando anche negli inferi di che dura pasta era fatto.

 

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?

Vedi là Farinata che s’è dritto:

da la cintola in sù tutto ’l vedrai».

 

Io avea già il mio viso nel suo fitto;

ed el s’ergea col petto e con la fronte

com’avesse l’inferno a gran dispitto

 

Senza timori Dante si fa conoscere, nominando i suoi avi e la sua casata smascherandosi come guelfo, iniziando una querelle degna di un talk-show televisivo nel quale i politici si affrontano rinfacciandosi gli uni gli altri le proprie disavventure. Farinata infatti gli rammenta immediatamente la doppia cacciata da Firenze per sua mano: quella del 1248 e quella, decisamente più sanguinosa, del 1260 nella battaglia di Montaperti sul fiume Arbia, dove i Guelfi vennero praticamente ridotti in poltiglia. Da parte sua Dante controbatte sarcasticamente che la sua fazione ha sempre fatto ritorno a Firenze cosa che non si può dire dei Ghibellini della casa degli Uberti. “Quest’arte del ritornare” è una mancanza che Dante fa pesare a Farinata.

 

poi disse: «Fieramente furo avversi

a me e a miei primi e a mia parte,

sì che per due fiate li dispersi».

 

«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,

rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata;

ma i vostri non appreser ben quell’arte».

 

Non è forse una schermaglia tra politici? Quante volte onorevoli di ogni partito ben piantati su quelle terribili sedie da studio televisivo, color sedia da studio televisivo con lo schienale da postura da studio televisivo, si son dati battaglia a suon di rinfacciamenti di ogni sorta? Forse è così che funziona. Forse fa parte del gioco questa tetra schermaglia tra partiti che ratifica soltanto il rito delle parti senza risolvere nulla. Eppure tra Farinata e Dante c’è qualcosa in più, c’è qualcosa che va oltre la semplice eristica avvicinandoli profondamente e disgelando la situazione.

Qual è questa cosa?

È Firenze naturalmente, la loro amata città. L’amore per la bella Firenze è così forte da scalfire e rompere la cortina faziosa nella quale entrambi si riparano. Firenze annega l’ideologia e il carattere aggressivamente partigiano dei due soldati politici. Perché oltre le loro idee, al di sopra dei loro colori, più in alto della propria visione politica c’è la città, la polis, da cui deriva, appunto, “politica”. Entrambi riscoprono il vero senso, ormai quasi dimenticato, dell’essere stesso della politica. Dopo la violenta vittoria a Montaperti, il legato del re convoca a Empoli i ghibellini toscani ordinando per notifica regia di radere al suolo Firenze. Come spiega magistralmente Vittorio Sermonti, solo Farinata – immagino ergendosi con fierezza come si è erto all’inferno con Dante – «dopo aver motteggiato un po’ in dialetto dichiara che finché sentirà la vita scorrergli in corpo, difenderà la patria con la spada, foss’anche contro i suoi commilitoni. E l’ultima parola è la sua».

 

«Ma fu’ io solo, là dove sofferto

fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,

colui che la difesi a viso aperto».

 

Farinata sta dicendo che contro Firenze non si va; contro la polis al diavolo il partito, le fazioni e le ideologie. L’amore per l’amata Firenze è motivo per combattere i propri alleati e mettersi, addirittura, contro il re Manfredi. Questo è il motivo profondo, sostanziale, la radice ultima e infinita che al di là di tutte le barriere e di tutte le opposizioni faziose accomuna Dante con Farinata: l’amore per Firenze, da proteggere e innalzare come la donna tanto cara ai cantori del dolce stil novo. È la città, la polis, il vero nocciolo duro della politica. È quindi la nazione, l’Italia e i suoi cittadini che dovrebbero avvicinare, accordare, far muovere verso un obiettivo comune le varie forze in campo. L’Italia dovrebbe essere il motore immobile che attrae e insieme orienta la rotta di navigazione come la stella polare. L’Italia dovrebbe essere la madre che dissolve i dissidi e fa superare le divergenze per un più alto bene comune, materiale e spirituale. Dante e Farinata potevano ammazzarsi se si fossero incontrati in vita, ma su Firenze e per Firenze avrebbero dato tutto il loro essere, perché Firenze era la cosa più nobile e importante. Purtroppo, non ho la stessa sensazione quando osservo i miei onorevoli rappresentanti discutere e confrontarsi in televisione. E voi?

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Suggerimenti bibliografici dell’autore:

  1. Alighieri, Divina Commedia, Editrice La Scuola, Brescia 197915.
  2. Sermonti, L’inferno di Dante, BUR, Milano 20084.

 

 

Posted by Vincenzo Viviani

Laurea Magistrale in Scienze Religiose.

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