Questo famoso romanzo di Dino Buzzati (scritto nel 1939 e pubblicato nel 1940) è incentrato sulla vita di un giovane militare il tenente Giovanni Drogo che, al termine del corso di formazione, viene assegnato alla Fortezza Bastiani, una fortificazione di livello inferiore posta a guardia dei confini settentrionali del Regno a ridosso di quello che, appunto, viene chiamato il Deserto dei Tartari in ricordo di antiche scorrerie. Il tempo e lo spazio del racconto sono indefiniti: non si cita quale paese difenda la fortezza, in quale tempo (anche perché l’Italia stava per entrare in guerra e qualsiasi richiamo sarebbe potuto apparire strumentale…): dalla narrazione, laddove si fa riferimento a carri e cavalli, a cannoni, fucili e sciabole, piuttosto che ai gradi utilizzati per indicare i militari della guarnigione, si evince un periodo che potrebbe collocarsi nella seconda metà del XIX secolo; questa, tuttavia, è solo una mia speculazione che nulla aggiunge o toglie al contesto elaborato dallo scrittore il quale, è bene ricordarlo, nel 1927, poco prima di conseguire la Laurea in Giurisprudenza, aveva frequentato la Scuola Ufficiali del Regio Esercito a Milano.

La storia del tenente Drogo si riassume come segue: assegnato come ufficiale di prima nomina alla Fortezza Bastiani, inizialmente non vede l’ora di andarsene (sentimento sperimentato personalmente dallo scrivente, vecchio militare…) ma poi, col trascorrere del tempo, inizia a credere che lassù si potrebbe trovare bene, con un comodo servizio di presidio, non disdegnando la possibilità che la Fortezza possa essere un giorno attaccata e potersi cimentare in eroici combattimenti, cariche di cavalleria con la sciabola in pugno per guadagnarsi sul campo una personale, imperitura gloria militare.

In realtà, i giorni passano uno uguale all’altro, gli amori giovanili svaniscono, le speranze di un attacco scemano sempre più, anzi illuse dall’avvistamento di reparti del Regno del Nord e dalla costruzione, da parte di questi, di una strada che giunge in prossimità dei bastioni. Drogo consuma la sua vita nell’attesa, forse conscio di ciò ma ormai prigioniero delle proprie abitudini e della convinzione che un suo trasferimento in città non lo avrebbe beneficiato, stante la perdita degli amici e degli affetti più cari a causa del trascorrere del tempo e della mancata frequentazione: si sa che l’amicizia, seppur vera (come forse l’amore…) difficilmente regge alle distanze e al prolungato distacco: “il torrente della vita lo aveva gettato ormai da un’altra parte, verso i gorghi periferici, benché in fondo non avesse neppure cinquant’anni”.

Quando (finalmente) l’esercito nemico attacca, Drogo è un vecchio maggiore (lo stesso grado dell’uomo di cinquant’anni dell’omonimo romanzo incompiuto di Goethe…), un militare malato che viene esortato ad allontanarsi per riparare in città vedendosi negata, alfine, la possibilità di combattere per la quale aveva consumato la sua vita, morendo in solitudine in una locanda sulla strada per le retrovie.

Tolgo subito il gusto dell’attesa al lettore, semmai lo avesse maturato: il romanzo,  a mio avviso, racchiude tutte e tre le caratteristiche indicate retoricamente nel titolo ossia è autobiografia, metafora ed esortazione.

È autobiografia perché si rileva potentemente tutto il vissuto tormentato di Buzzati che emerge ancora più marcato da scritti come “Un amore” o “Il segreto del Bosco Vecchio” o, ancora, da alcuni racconti de “La boutique del mistero”; un animo sensibile preso pure dalla paura di soffrire e morire dello stesso male del padre, un tumore al pancreas: Buzzati fu quasi profeta circa la sua fine, atteso che morirà effettivamente di tumore il 28 febbraio 1961 “… con la dignità coraggiosa di un suo famoso personaggio de “Il deserto dei Tartari” come è riportato nella prefazione del nostro romanzo.

Il tormento della sua vita amorosa lo si rileva ancora di più dalla lettura di “Un amore” all’interno del quale, per quanto mi riguarda, è riportato uno dei passi più straordinari e toccanti riguardanti la giovane donna amata la quale, al contrario, non fa altro che approfittarsi del maturo architetto milanese protagonista del racconto: “… fingerá di non accorgersi che nella lotta le si è sciolto il chignon e i capelli neri si spanderanno intorno come inchiostro da un bottiglione infranto e allora si abbandonerà con lui, sorridendo, a vanitose confidenze così candide da renderla ancora più bambina”.

È certamente anche metafora della vita, se trascorsa inutilmente ognuno sui muri della propria personale fortezza Bastiani, aspettando l’occasione che dia senso alla rinuncia o, peggio, non sperando in niente, senza obiettivi, alla sola ricerca di una tranquillità che si trasforma in rinuncia, in un evitamento che diviene quasi misantropia, in un chiudersi in se stesso che, nel tempo, impedisce di vivere, di assaporare anche l’amaro calice delle delusioni che può dare un qualche senso al trascorrere inevitabile del tempo, sempre più prigionieri delle convenzioni, della morale, del giudizio altrui, del bisogno maslowiano di sentirsi accettati e considerati.

E’ esortazione con una grande carica didascalica affinché non si rinunci, per quanto detto, a vivere, ad amare, a liberarsi anche a costo di uscire dal comodo riparo di una fortezza che diviene, nel tempo, prigione portatrice di rimpianto cosicché, al contrario del tenente Drogo, non si debba morire dignitosamente soli e delusi nelle retrovie della vita.

[su_divider divider_color=”#1f32c9″ link_color=”#0c0101″ size=”6″ class=”1″]

Suggerimenti bibliografici dell’autore

D. Buzzati, Il deserto dei Tartari, Milano, 2000.

D. Buzzati, Un amore, Milano, 2006.

D. Buzzati, La boutique del mistero, Milano, 2016.

Pubblicato da Alessandro Feliciani

Laurea Specialistica in Economia e Management, Laurea Magistrale in Management delle Imprese Sportive.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *