Premessa

L’arresto di Gesù, il Cristo, è una delle operazioni di polizia forse più famose della storia. Ciò perché dà inizio a quella sequenza di eventi che portarono alla Sua Passione, Morte e Resurrezione che, inevitabilmente, ha influenzato la Storia sia che ci si rivolga a credenti che a non credenti. Ma quale ipotetico ruolo assunsero i Romani, occupanti della Palestina e certamente legati alla casta sacerdotale dominante dei Sadducei, in tale attività? L’intento dello scritto è di circoscrivere l’interesse all’aspetto terminologico di alcune parole del passo giovanneo, per provare a trarre le conclusioni del caso.

Le fonti

I principali testi di riferimento per questo breve excursus sono:

  1. Zappella, ed., Vangeli e Atti degli apostoli interlineare, greco, latino italiano, Cinisello Balsamo (MI) 2014, che riporta, per il testo greco, la versione di Nestle – Aland, per quello latino l’edizione della Vulgata Clementina e, per quello italiano, l’edizione de La Nuovissima edizione dai testi originali, con particolare riferimento al Vangelo di Giovanni;
  2. Schiavone, Ponzio Pilato. Un enigma tra storia e memoria, Milano 2016;
  3. Bulgakov, Il Maestro e Margherita, trad. it. di M. S. Prina, Milano 2014;
  4. K. Bond, Pontius Pilate in history and interpretation, Cambridge 1998; trad. it. di L. Capponi, Brescia 2008;
  5. Sanchez de Luna, Della milizia greca, e romana, della condotta dè Greci e dè Romani in fare allievi per la guerra; dè vantaggi della romana milizia sulla Greca, Napoli 1763.

Il contesto storico

L’arresto di Gesù avvenne, verosimilmente, «… all’alba del quattordicesimo giorno del mese primaverile di Nisan» come ci riferisce Bulgakov nella sua opera e, aggiungiamo, intorno all’anno 30: infatti, se prendiamo quale riferimento temporale gli eventi conosciuti come la strage degli innocenti per iniziativa di Erode il Grande, in considerazione del fatto che costui sia morto intorno al 4 a.C., è probabile che Gesù sia nato quell’anno o poco prima: se la sua predicazione è iniziata a trent’anni ed è durata circa tre anni, va da sé che l’arresto sia avvenuto tra il 29 e il 30; a ciò aggiungiamo che effettivamente il tetrarca di Galilea, a quel tempo, era Erode Antipa (uno dei figli di Erode il Grande) come riportato dalla Bond trattando delle volontà testamentarie di Erode il Grande, avallate da Ottaviano Augusto: «Ad Antipa furono assegnate la Galilea e la Perea; a Filippo furono date la Batanea, la Traconitide, l’Auranitide e alcuni territori di Zenone intorno a Panias. Entrambi ricevettero il titolo di tetrarca, letteralmente il capo della quarta parte del regno, Salome fu proclamata signora di Jamnia, Azoto e Fasaelide e le fu dato il palazzo di Ascalona. La parte restante che corrispondeva alla metà del regno e comprendeva l’Idumea, la Giudea e la Samaria (unitamente alla giurisdizione sulle proprietà di Salome) fu data a Archelao con il titolo di etnarca e la promessa che gli sarebbe stato dato il titolo di re se ne fosse stato degno. Le città di Cesarea, Samaria, Joppe e Gerusalemme sarebbero rimaste in suo potere, mentre le città greche di Gaza, Gadara e Hippos furono annesse alla Siria».

Si parla del medesimo Erode Antipa a cui sarà presentato Gesù (Lc 23), su indicazione di Pilato dopo l’arresto, laddove il Prefetto cerca di eccepire quello che oggi sarebbe chiamato un difetto di giurisdizione essendo il Cristo un galileo; preso atto che il tetrarca non riteneva di giudicarlo, lo reputa nuovamente innocente per la seconda volta e si rimette ˗ sommariamente ˗ ad una propria sentenza suggerita dal popolo giudeo. Dopo la cennata spartizione territoriale, intorno all’anno 6 d.C., con la detronizzazione di Archelao da parte di Augusto, la Palestina divenne una provincia imperiale romana di rango inferiore retta da un Praefectus che, per quanto ci concerne – nel periodo di nostro interesse – era Ponzio Pilato, prefetto di Giudea dal 26 al 37 d.C., dato risultante anche ritrovamento nel 1961 della famosa epigrafe di Cesarea.

Tale incarico faceva si che Pilato riassumesse a sé tutte le funzioni politiche, amministrative e militari, seppure dotato solo di alcune coorti di soldati e dipendente dal Legato di Siria, titolare del comando delle Legioni schierate a difesa del limes orientale: la delicatezza del suo incarico, probabilmente, lo portò e recarsi a Gerusalemme in occasione della Pasqua ebraica nell’anno in cui fu crocifisso Cristo, in quanto egli risiedeva a Cesarea Marittima (o Stratonia, come la chiamavano i Greci), con l’intenzione di presidiare anche con il suo personale intervento la Città Santa agli Ebrei, in un periodo in cui il governo romano era certamente mal sopportato con le classi benestanti che gradivano la pax romana ma dove covava il risentimento degli strati popolari, ansiosi di novità, in attesa del Messia che li liberasse dall’usurpatore.

A ciò si aggiunga che Pilato aveva avuto modo di scontrarsi con i Giudei in più di un’occasione, come narratoci da Giuseppe Flavio in Guerra giudaica e in Antichità giudaiche: nella prima, scritta intorno al 75, si riportano due episodi riguardanti Pilato (ostensione degli scudi a Gerusalemme e prelievo del tesoro del Tempio per la costruzione dell’acquedotto di Gerusalemme); Antichità giudaiche (93 o 94) riferisce dei due eventi analoghi aggiungendo, inoltre, la vicenda del c.d. testimonium flavianum e del rientro del prefetto di Giudea a Roma a seguito della repressione di una presunta rivolta samaritana. Sulla condotta di Pilato, si richiama anche il resoconto negativo di  Filone Alessandrino nella sua Legatio ad Gaium, seppure può ben dirsi che non sia un modello di obiettività.

Il fatto

Per quanto concerne le fonti canoniche, l’unico Vangelo che fa riferimento ad una fattiva partecipazione dei Romani all’arresto di Gesù è quello di Giovanni: in Gv 18, 3 vi è l’esplicito riferimento ai soldati di Roma quali cooperanti con le guardie del Tempio: «1Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron dove c’era un orto, in cui entrò con i suoi discepoli. 2Anche Giuda, che lo stava tradendo, conosceva bene il posto, perché Gesù molte volte si era riunito là con i suoi discepoli. 3Giuda dunque, presa la coorte e le guardie dei sacerdoti-capi e dei farisei, vi si recò con lanterne, fiaccole ed armi». Ancora al versetto 12: «12Allora la coorte, il comandante e le guardie dei Giudei presero Gesù, lo legarono 13e lo portarono dapprima ad Anna. Egli era infatti suocero di Caifa, sommo sacerdote in quell’anno».

I termini di interesse, che riprenderemo a breve, sono coorte e comandante; per il prof. Schiavone (pag. 88 op. cit.), richiamando il testimonium di Flavio Giuseppe nel suo Antichità Giudaiche (ossia il brano in cui si fa riferimento a Gesù e a Pilato, ritenuto da molti una successiva interpolazione), sostiene che «l’arresto e la condanna di Gesù avevano avuto un impulso giudaico, ben all’interno dell’élite sacerdotale: un’iniziativa che Pilato aveva ritenuto opportuno seguire, se non proprio incoraggiare. Le due autorità – quella romana e quella giudaica – avevano proceduto fianco a fianco». Bulgakov, nel romanzare la vicenda, introduce il personaggio di Giuda di Kiriat, spia al soldo dei Romani che doveva tenerli informati degli spostamenti di Gesù, poi ucciso dallo stesso capo dello spionaggio romano in Palestina. Solo fantasia? Oppure il coinvolgimento di Pilato e dei Romani è un’ipotesi concreta?

Tornando alle nostre parole-chiave usate nei versetti 3-12 e riferiti all’unità romana impiegata e all’ufficiale di riferimento, ossia coorte e comandante, i corrispondenti termini greci e latini usati sono: cohòrtem (da cohors) e σπειρα, quindi tribunus e χιλιαρχος; l’importanza delle parole greche usate è essenziale, atteso che il testo giovanneo (come praticamente tutto il Nuovo Testamento) è stato composto in greco. Lo studioso napoletano A. Sanchez de Luna, (pag. 110 op. cit.) sulla coorte romana, con riferimento alla omologa formazione in uso presso le armate greche, scrive: «Schieravano ancora i greci l’esercito in varie forme; secondoché la contingenza richiedeva. Ad oppugnar la falange in terreno ineguale, interrotto, o ingombrato, valevansi dell’ordinanza, nomata da Plutarco spirale. E poiché la prima formava una gran massa di soldatesca ben condensata, e stretta, senza spazi; la seconda doveva essere un ordinanza divida in molti piccoli Corpi. I Greci dicevano Spira la Coorte, e ‘l Manipolo dei Romani. Sicchè Plutarco appellando siffatta ordinanza, Spirale, voce formata dalla radicale speira, linea tortuosa, volle significare un ordinanza divisa per intervalli in più coorti, o manipoli: quale per l’appunto richiedevasi ad attaccare, a battere la falange posta nel sopracennato terreno».

Se ne rileva che, con il termine σπειρα, si indicasse in greco la coorte ma, probabilmente, anche il manipolo romani; a questo punto giova puntualizzare che la legione romana tipo dell’epoca augustea (ma non solo), era composta da circa 5-6000 uomini, divisi in coorti (circa 1/10 della legione), a loro volta divise in manipoli in numero variabile: pertanto ci troveremmo di fronte a un’apparente contraddizione: il termine greco usato per comandante, ossia χιλιαρχος – che letteralmente indica colui che comanda mille uomini – non poteva essere utilizzato, in linea di principio, per il comandante di una coorte che, in teoria, di uomini ne avrebbe contati cinque o seicento; la spiegazione, a questa prima eccezione, sta nel fatto che, oltre al presumibile adattamento dei termini, la prima coorte di ogni legione era composta da mille uomini ed era chiamata, infatti, cohors millenaria mentre le altre nove erano dette quingenarie.

Ma in un arresto all’alba di un tale personaggio, che aveva un seguito non indifferente e che avrebbe potuto scatenare una rivolta, potevano mai schierarsi, in maniera discreta, una intera coorte oltre alle guardie e ai servi dei sacerdoti? Risulta poco verosimile. E qui entra in campo (è il caso di dirlo) il tribunus o χιλιαρχος: atteso che, come scrive Sanchez de Luna, citando Plutarco, il termine σπεῖρα poteva anche riferirsi ad un impiego di un reparto più piccolo ma più dinamico su terreni complessi, l’omologo reparto impegnato nell’arresto potrebbe ben individuarsi nel manipolo comandato però, per l’occasione, da un tribunus.

Pertanto, in definitiva, ritengo estremamente attendibile il racconto giovanneo sull’arresto di Gesù sia per la concordanza dei termini militari greci usati che trovano piena rispondenza nell’organizzazione e nella gerarchia dell’esercito romano del tempo, sia per la concreta possibilità che l’operazione dell’arresto sia stata coordinata, forse in maniera discreta, da un tribuno romano. Tale circostanza ci riporta direttamente all’evenienza per cui Pilato fosse a conoscenza dell’arresto o che, addirittura, lo avesse concordato con il Sinedrio: ciò in quanto, alle sue dipendenze non aveva che alcuni ufficiali di rango tribunizio (disponendo, come anticipato, sono di alcune coorti) e impegnarne uno ponendolo a capo di un  manipolo (al massimo comandato da un centurione), non può che significare che l’ordine sia giunto direttamente dal Praefectus, casualmente (?) presente a Gerusalemme per la Pasqua ebraica.

Pubblicato da Alessandro Feliciani

Laurea Specialistica in Economia e Management, Laurea Magistrale in Management delle Imprese Sportive.

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