Componimenti come “I Miserabili” portano sempre con sé l’aura di opere monumentali a tratti inavvicinabili, che conducono lungo vie tortuose e impervie, colpa in parte della copiosità di pagine (1050 in media, variando da edizione a edizione), o del tema trattato, sensibile e bruciante come una ferita eterna. Un grande libro per dar voce ai piccoli, alle anime dimenticate, agli ultimi, i miseri, le ombre della società. E’ il 1820 quando Hugo inizia a scriverlo, appena diciottenne, per portarlo a termine nel 1862 ormai sulla soglia dei sessant’anni. Il romanzo nasce dalla spiccata sensibilità dell’autore verso i problemi sociali, a cominciare da quello del sistema penale vigente in Francia e della miseria degli operai, degli anziani, dei bambini illegittimi e dei deboli. La miseria, ovvero “la cosa senza nome”, divampa tra le parole dell’opera, si dà voce a chi voce non ha, si fa luce sull’ombra, nasce “un libro specchio”.

Lo stesso Hugo scrive all’editore italiano, «Questo libro è il vostro specchio, non meno di quanto sia il nostro. Gli specchi, questi dicitori di verità, sono odiati, anche se ciò non impedisce loro di essere utili». Come in tutti i suoi capolavori, l’autore riesce ad evocare nel lettore emozioni vive e tenaci, unisce, nella compassione amorevole che si prova verso la parte più intima e misera di se stessi, a tal proposito scrive il grande C. Baudelaire: «L’atmosfera che evoca il poeta Hugo, sembra portare con sé un carattere molto evidente di eguale amore per ciò che è fortissimo e per ciò che è debolissimo, e l’attrazione esercitata sul poeta da questi due estremi, deriva da un’unica fonte, che è la forza stessa, il vigore originario di cui egli è dotato.» Lontano dal voler essere un racconto moralista, è invece un romanzo che vuol suscitare carità, condivisione, interroga, pone dei casi di complessità sociale di natura desolante e terribile. È un poema ricco di quello splendore che solo i capolavori immortali posseggono.

Quanto alla storia, questa è costruita come un collage di meteore e stelle fisse, alcune splendono per qualche secondo e poi scompaiono, altre restano impresse per tutta la durata della storia. Protagonista è il nostro Jean Valjean, costretto ad una pena infima per aver rubato un tozzo di pane, vittima del crudele Javert che, asservito al potere e alla disumanità lo etichetta con un numero, il 24601, togliendo all’uomo la dignità e l’onore. Valjean scappa, si libera dalla pena che lo ha tenuto prigioniero per vent’anni e si rifà una vita, cambia identità, tenta di conferire a quel numero una nuova possibilità di remissione. La sua storia si intreccia con quella di una giovane lavorante della sua fabbrica, Fantine, anima e filo rosso di tutta la storia, sarà costretta a prostituirsi, a vendere denti e capelli, a veder sfiorire la sua dignità di donna, per mantenere sua figlia Cosette, ferma alla locanda dei pessimi Thénardier.

Fantine si ammala, muore e Valjean le promette che finché avrà vita, la sua bambina non rimarrà sola e ne diventa padre adottivo. Passano molti anni e i protagonisti tornano in scena, Cosette è cresciuta, Valjean è un uomo segnato dagli anni e vittima del suo passato che lo tormenta, Javert non ha mai dimenticato 24601, trovare quell’uomo è stata una vocazione, lo scopo della sua esistenza infelice che terminerà con un infimo epilogo privo di misericordia per sé e il prossimo. La vita dei personaggi si intreccia con altrettante vite: quella di Marius, universitario repubblicano e rivoluzionario che diventerà di fondamentale importanza nella seconda parte del romanzo, si innamorerà di Cosette diventando poi quasi un figlio per Valjean, Eponine, figlia dei locandieri Thèndalier, innamorata di Marius al quale salva la vita due volte, fino al momento in cui muore per lui sacrificando se stessa e il suo eterno amore, Gavroche, fratello di Eponine, monello di strada, simbolo dell’infanzia dimenticata, dei figli mai amati e dell’ingenuità tradita da un sistema cieco e opportunista.

Fa da sfondo la Rivoluzione, la lotta contro il potere politico che affama il popolo, la voglia di riscatto, i sogni repubblicani,  gli ideali liberali dei giovani universitari, il sacrificio della propria vita a costo di una liberà realizzata, di una giustizia migliore per chi, forse, sarebbe rimasto dopo di loro. Raccontare la storia narrata ne “I Miserabili”, oltre ad essere un’impresa complessa, renderebbe questa perla di rara bellezza una mera riduzione, diminuirebbe lo splendore e l’emozione, la luce e l’eternità di questo fiore all’occhiello della letteratura romantica. Rimane e ci è concesso esprimere ciò che Hugo riesce a suscitare, ci fa volgere lo sguardo al piccolo, al dimenticato, a ciò che non splende ma che, per insita bellezza, ci attrae proprio perché non brilla.

Vedasi un’altra monumentale opera dello stesso autore, Notre Dame de Paris, in cui il povero Quasimodo, canta alla luna una straziante poesia, manifesto e grido di chi è solo, lontano, polvere e cenere, un soffio che va e non ritorna, parole per la sua triste vita, per quel crudele destino che non può cambiare, inno all’amore che salva, che verdeggia sopra le rovine di una vita distrutta, “Non guardare il volto, fanciulla guarda il cuore, il cuore di un bel giovane è spesso deforme, ci sono cuori in cui l’amore non si conserva. Fanciulla, l’abete non è bello, non è bello come il pioppo, ma d’inverno mantiene le foglie. Aprile volge le spalle a gennaio, la bellezza è perfetta, la bellezza può tutto, la bellezza è la sola cosa che non esiste  a metà. Il corvo vola solo di giorno, il gufo vola solo di notte, il cigno vola di giorno e di notte”.

Posted by Ritalaura Del Conte

Baccalaureato in Scienze Religiose.

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