Ritengo di avere un legame particolare con la chiesa di San Cristoforo in Ascoli Piceno (detta della Morte con riferimento alla Confraternita proprietaria) atteso che, per quanto di mia conoscenza, sono l’unico che vi ha contratto matrimonio dopo gli interventi di restauro della metà del primo decennio del 2000. Comunque sia, vale certamente la pena scrivere di uno dei gioielli del barocco della nostra architettura sacra cittadina, probabilmente poco conosciuto (l’accesso alla chiesa è ubicato in una rua secondaria, via D’Argillano): addirittura è verosimile che molti ascolani conoscano la fontana dei cani, installata nel 1824 (in realtà, si tratta di leoni di foggia duecentesca), che si appoggia al muro meridionale della chiesa, ma non la costruzione che le fa da sfondo.

La chiesa in parola, contraddistinta dal n. 1100047778 del Catalogo dei Beni Culturali delle Marche, venne ricostruita intorno al 1593-98 là dove in precedenza sorgeva già un’altra chiesa del XIV secolo. Il Ciannavei, nel ‘700, non trovava più la vecchia Chiesa ivi allocata fin dal 1496 in quanto «la presente è più moderna essendo stata edificata sul corso in un casareno [denominazione data, all’epoca, ai lotti edificabili, n.d.r.], ed un orto lasciato dalla quondam Olorisia Moglie del quondam Felice Novelli per testamento morto il 12 maggio 1593 affine di edificare una Chiesa sotto tal titolo: e fu compita nel 1598. Nell’anno poi 1600: fu eretta ivi Compagnia della Morte, ed aggregata a quella di Roma». Da un atto del Notaio Giovanni Paolo Bonafede di Ascoli, datato 26 giugno 1597, parzialmente rovinato nella parte di interesse stante l’uso di inchiostri particolarmente acidi di fine ‘500, risulta una riunione degli abitanti della omonima chiama (ossia la convocazione degli abitanti di un rione del tempo, n.d.r.) «[…] Sancti Cristophori de Asculo ante [ecclesiam? confraternitam?] Sancti Cristophori» a sostegno del fatto che una chiesa, a quella data, non solo fosse già esistente ma desse anche il nome a un rione.

Negli anni ’30 del secolo scorso, a seguito di dissennati lavori di riqualificazione dell’area, fu abbattuta la casa della Confraternita che insisteva sull’odierna Via Sacconi (sacrestia e oratorio). La facciata è di fattura seicentesca, estremamente essenziale, con un portale riportante sull’architrave l’iscrizione DOMUS MEA DOMUS ORATIONIS EST; al di sopra, è riportata una epigrafe che recita INDULGENTIA PLENARIA QUOTIDIANA PERPETUA PRO VIVIT ET DEFUNCTIS, a memoria della possibilità di dispensare l’indulgenza a chi si fosse recato in questa chiesa giusta provvedimento di Papa Pio IX, come documentato da un’altra epigrafe all’interno della chiesa stessa, posta a sinistra dell’altare maggiore. Sul muro settentrionale, sopra la citata fontana dei cani, è ubicata una meridiana «del secolo XVII/XIX (?) restaurata nel 1997. E’ una doppia meridiana, in alto si vede l’orologio a ore italiche (la punta dell’ombra segna le ore mancanti al tramonto del sole) e in basso orologio a ore francesi o moderne (l’ombra segna l’ora vera o locale)».

Anime Purganti

All’interno tre altari barocchi in gessone ascolano opera di Giuseppe Giosafatti, uno dei più dotati artisti di questa famiglia che ha operato in Ascoli per tre generazioni. A lui si deve la progettazione e la realizzazione, tra l’altro, del tempio di S. Emidio alla Grotte, costruito tra il 1717 e il 1721 per devozione al Santo che aveva preservato Ascoli dal terribile terremoto del 1703. Degne di nota le tele: il Miracolo di San Nicola di Bari (altare di destra), considerata il capolavoro di Lodovico Trasi, San Cristoforo attribuito, in prima facie (probabilmente da tradizione orale locale…) al pittore reggiano Venceslao Corrigioli (o Correggioli) della fine del XVI secolo: ciò in contrasto con quanto si rileva dalla scheda tratta dal sito del Comune di Ascoli Piceno, ove si legge: «[…] in essi sono collocate le tele: Il Miracolo di San Nicola di Bari considerata il capolavoro di Lodovico Trasi; San Cristoforo e Le anime purganti di Nicola Monti». Che il San Cristoforo non sia attribuito al Monti si evince anche dalle informazioni tratte dal testo di Carolina Ciociola Nicola Monti 1736-1795, nel quale risulta catalogata, al contrario, l’opera Angelo soccorre le anime purganti aggiungendo che «L’opera va a collocarsi, dunque, nell’ultimo periodo dell’attività artistica del Monti.

Il recente restauro del 2004, che ha riportato la superficie pittorica all’originale stato originario, ha confermato la consuetudine del pittore, in particolare modo nei lavori eseguiti negli anni immediatamente precedenti la sua morte, di utilizzare materiali scadenti che hanno causato un repentino deterioramento delle tele. […] La tradizione orale afferma che tra i volti dei purganti si riconoscono i ritratti del pittore e di sua moglie Porzia, individuabili l’uno nell’uomo canuto e l’altra nella donna che appare subito accanto a questi. Effettivamente la fisionomia femminile si ritrova in molte Madonne dipinte dall’artista, per le quali, sempre secondo la tradizione, egli avrebbe preso a modello proprio la consorte». Inoltre, alla Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno, è conservato un disegno dall’analogo titolo, attribuito dal Prof. Papetti al Monti come lavoro preparatorio dell’opera in parola. Su tali artisti, ci fornisce qualche elemento il Fabiani nella sua opera Artisti del sei-settecento in Ascoli: per il Monti, si rifà anche ad un articolo del Cantalamessa del 1871, enumerando diverse sue opere senza però includere quelle allocate nella nostra chiesa: «[…] il Martirio di S. Eurosia […] S. Anna con la Vergine e S. Gioacchino nella nostra civica pinacoteca […] il Monti, uscito dalla scuola del concittadino Biagio Miniera, […] lavorò moltissimo anche per le città limitrofe delle Marche, dell’Umbria e degli Abruzzi, distinguendosi nella novità delle invenzioni, nella simpatica scelta dei tipi, nella giustezza dei chiaroscuri e nella solida conoscenza del disegno».

L’auspicio del Fabiani affinché «qualche scrittore voglia rivendicare, in una compiuta monografia, i molti meriti di questo artista, oggi quasi dimenticato […]» è stato raccolto dalla Dott.ssa Ciociola, dal cui testo abbiamo tratto diverse informazioni sul misconosciuto pittore ascolano. Con riferimento al Corrigioli (o, come detto, Correggioli), di lui v’è traccia nella scheda dell’affresco di S. Domenico (ora alla Pinacoteca Civica), raffigurante San Carlo Borromeo del quale si scrive quale «proveniente dal convento di S. Domenico, nella cui chiesa si sa aver operato Venceslao Corrigioli da Reggio, pittore del Vescovo di Ascoli, Cardinal Berneri»; nel testo di Daniela Ferraini, ove è riassunta l’attività del Cardinale Girolamo Berneri (o Bernieri, o Bernerio) in Ascoli dal 1586 al 1603, si aggiunge, richiamando il Lazzari, che «nel complesso di San Domenico faceva ampliare parte del convento, e nell’interno della chiesa volle scolpito in travertino l’altare di San Giacinto, entro la cui mensa era riposta l’urna del beato Costanzo da Fabriano (morto nel 1470). Il Lazzari riferisce che il Berneri, ovvero il Cardinale d’Ascoli, “vi sta ritratto genuflesso, dal suo concittadino Vinceslao o Vincilauro da Correggio” […] cui il Cardinale affidava il Battesimo di Cristo da porsi nel Battistero [ove è tutt’oggi posizionato, n.d.r.] entro un altare ligneo intagliato (quest’ultimo poi demolito)»; al Correggioli la Ferraini attribuisce la Cappella del Carmine nella Chiesa di Santa Maria della Carità, il Ritratto del Cardinal Berneri (nella sala dei ritratti del Palazzo Vescovile), attribuitogli in ragione della pregressa analoga opera in San Domenico.

Altare maggiore con pala di S. Cristoforo

Non risulta altro su tale pittore che possa far ritenere che abbia dipinto anche il San Cristoforo. Sul punto, il Prof. Papetti sostiene che «Non si è trovata memoria della tela in esame che, pur rappresentando il santo eponimo, doveva essere conservata in locali annessi alla chiesa, non segnalati nelle guide consultate [si riferisce agli scritti del Lazzari, dell’Orsini e del Carducci, n.d.r.]; nel quadro dell’arte picena, alla quale deve essere ricondotta l’esecuzione del dipinto, i nome di Sebastiano Ghezzi, capostipite della prestigiosa famiglia di artisti, sembra essere quello più congeniale allo stile dell’opera che presenta talune soluzioni pittoriche di buona qualità, come si rileva nella realizzazione del santo». Inoltre, risultano interessanti gli interventi operati sulla tela nel corso degli anni, evidenziati dall’attività di restauro che ha ripristinato lo status quo ante, che ha reso visibile l’immagine di S. Emidio decollato sulla destra, la figura di una santa non identificata a sinistra, il globo sorretto da Gesù Bambino più grande e di colore chiaro, oltre allo sguardo dello stesso rivolto verso il santo.

Sempre all’interno, sopra l’ingresso, su un apposito balcone e con la facciata (parte riservata alle canne) racchiusa in una sorta di altare ligneo ricco di tarsie e decorazioni, è allocato un organo storico denominato Opus n. 3 realizzato nell’anno 1763 dal Professore d’Organi Gaetano Callido di Venezia, recentemente restaurato e funzionante. Per quanto riguarda il Trasi, nato nel 1634, il Fabiani lo definisce il «migliore pittore ascolano di tutti i tempi [in quanto] Carlo Crivelli, l’Alemanno e Cola d’Amatrice furono, come noto, degl’immigrati […]»riportando che era stato a Roma allievo di Andrea Sacchi e condiscepolo di Carlo Maratta, anconetano. Il suo dipinto migliore, fra i molti realizzati in Ascoli, sarebbe il Miracolo dell’immagine di S. Domenico trasportata nella terra di Soriano allocata sull’altare nella navata sinistra di S. Pietro Martire. Il Lanzi sostiene che «Bello è il quadro di S. Niccolò a San Cristoforo, ch’è delle cose ove usò maggior diligenza.

Vi espresse la Liberazione di un paggio dalla schiavitù nel momento che il pio giovane serviva alla mensa del padrone». Su tale opera il Fabiani, citando il Carducci (Giovanni Battista, autore della Guida della città di Ascoli Piceno), narra di un curioso episodio: «Alcuni amici del Trasi, sdegnati che in patria godesse, nonostante il suo valore, così poca stima e credito, sparsero la voce che il quadro venisse lavorato a Roma da un grande artista. Quando fu esposto in chiesa, tutti accorsero a vederlo e le lodi, addirittura ditirambiche, raggiunsero il cielo. Il Trasi, che era presente, lascio dire, sdegnando anche di raccogliere e ribattere qualche punta ironica a lui rivolta: poi, quando tutti si furono sfogati, trasse tranquillamente di tasca un’umida spugna e strofinando con essa un angolo del quadro, scoperse il suo nome e cognome». Evidentemente, una certa invidia covava anche all’epoca se si realizzava l’adagio per cui nemo propheta in Patria. L’altare maggiore, su quale campeggia la pala del Monti, come detto, è stato realizzato da Giuseppe Giosafatti in c.d. gessone ascolano: tale tecnica, probabilmente, aveva il suo punto di forza ne «la sua riproducibilità in serie grazie agli stampi in gesso delle matrici, [che] la rendeva particolarmente adatta alla creazione di motivi ed ornati dal carattere ripetitivo con il vantaggio di poter realizzare elementi molto più leggeri e maneggevoli, qualità fondamentali per decori destinati ad un soffitto.

Il supporto cartaceo poteva essere ricoperto da uno strato preparatorio di gesso e colla». Una tecnica, potremmo dire, che consentiva di risparmiare tempo e denaro, consentendo la riproduzione di motivi standard con poco impegno; al contrario, il lavoro sulla dura pietra di travertino non avrebbe consentito la medesima rapidità. Nell’altare di sinistra è allocata una tela di un ignoto autore intitolata Madonna dalle sette spade, verosimilmente del XVIII secolo . Dall’atto rogato dal Notaio Francesco Pomponi di Ascoli, in data 26 novembre 1703, risulta che la Confraternita dell’Orazione e Morte nominò due delegati a contrattare col Giosafatti la realizzazione dell’altare maggiore o, meglio, di una cappella di marmo della stessa qualità di quella già esistente nella chiesa e intitolata a San Nicola (riferendosi, evidentemente, all’altare di destra che già ospitava l’opera del Trasi), «di marmo nostrano con quattro colonne con forme della famiglia dei signori Mucciarelli nei piedi stalli secondo il disegno fatto dal signor Giosafatto […] e sia in parte lustro e in parte lavorato secondo l’arte et anche nel vacuo della parte di sopra al cornicione dove termina la cappella in mezzo di farvi di stucco l’armi o insegne della detta compagnia […] al prezzo di scudi 187».

Pertanto, sarebbero certamente due gli altari del Giosafatti: l’altare maggiore seguito a quello di S. Nicola di Bari, laddove il terzo altare si attribuirebbe, in difetto di ulteriori riscontri, per analogia con le pregresse opere insistenti in loco. Sotto il predetto altare maggiore, è posta una statua lignea di S. Fulgenzio giacente, con vicino un reliquiario. Risultano, inoltre, degne di nota le seguenti opere: sul lato destro, un altorilievo del Paci realizzato per un monumento funebre a JOSEPHO ANASTASII […] OBIIT. VI. IDUS. NOVEMBR. MDCCCXLVII ed una statua di S. Anna con Maria bambina di ignoto, in legno e gesso, verosimilmente del XIX secolo; sul lato sinistro, altro monumento funebre del Paci (rimasto inutilizzato) e una statua lignea e gesso della Madonna Addolorata, anch’esso di ignoto. Nella sacrestia, a corredo di una bella cassettiera in stile, vi è un dipinto su pala del Volto e Santissimo Cuore di Gesù che la tradizione orale all’interno della Confraternita attribuisce al Monti.

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Suggerimenti bibliografici e sitografici dell’autore

GIUSEPPE FABIANI, Artisti del sei-settecento in Ascoli, Ascoli P., 1961.


NADIA BERTONI – STÉPHANE CREN, Le decorazioni ottocentesche in carta incollata, detta comunemente cartapesta, di casa Ascoli a Gorizia, in Atti e memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, Trieste, 2008, pagg. 277-296.


LUIGI LANZI, Storia pittorica della Italia dell’abate Luigi Lanzi antiquario della R. Corte di Toscana, tomo I, Bassano, 1795.


CAROLINA CIOCIOLA, Nicola Monti 1736-1795, Ascoli Piceno, 2014.


GIUSEPPE IGNAZIO CIANNAVEI, Compendio di memorie istoriche spettanti alle Chiese […] nel circuito di essa e nei sobborghi, rist., Ascoli Piceno, 1995.


DANIELA FERRAINI, Il Cardinale Girolamo Berneri ad Ascoli, in Le arti nelle Marche al tempo di Sisto V, a cura di P. DAL POGGETTO, Milano, 1992.


STEFANO PAPETTI, Scheda anonimo n. 39 in In viaggio con San Cristoforo: pellegrinaggi e devozione tra Medio evo e età moderna, Firenze, 2000, 178, a cura di L. MOZZONI, M. PARAVENTI.

Sitografia


TULLIO LAZZARI, Ascoli in prospettiva: colle sue più singolari pitture, sculture e architetture, https://books.google.it/books?id […]
http://www.turismo.marche.it/Guida/Chiese/Title/Ascoli-Piceno-Chiesa-di-S-Cristoforo/IdPOI/499/C/044007
http://www.beniculturali.marche.it/Ricerca/tabid/41/ids/66736/Chiesa-di-S-
Cristoforo/Default.aspx
http://www.beniculturali.marche.it/Ricerca.aspx?ids=12138
http://www.arsgnomonica.com/cristoforo.php
http://www.amastrofili.org/Doc/Marche/Meridiane/ascoli-sancristoforo.htm
http://www.rotaryascolipiceno.com/public/pubblicazioni/La_fontana_dei_cani.pdf
Archivio di Stato di Ascoli P., Atti del Notaio G.P. BONAFEDE, vol. 2258, e del Notaio F. POMPONI, vol. 3472.

Pubblicato da Alessandro Feliciani

Laurea Specialistica in Economia e Management, Laurea Magistrale in Management delle Imprese Sportive.

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