Per la tradizione filosofica la felicità non è data dal possesso di beni materiali, dalla ricerca assennata di una buona salute, ma dall’esercizio costante della virtù. La saggezza di un uomo si forma secondo virtù, realizzando in questo sforzo se stesso e portando a maturazione quelle qualità insite nel proprio costrutto umano. La felicità è una conquista che deriva da un costante esercizio dell’uomo, la sua realizzazione risiede irrevocabilmente nell’uomo e nel grado di volontà e di sacrificio che vuole “investire” per raggiungere l’obiettivo. Secondo l’attuale prospettiva, invece, la felicità è data unilateralmente dalla soddisfazione e nel potenziamento di ogni possibilità di fruire piacere immediato: completa fruizione di tutti i bisogni, libertà integrale nel soddisfare i propri desideri, nell’esorcizzare la sofferenza e nell’indebolimento del concetto di sacrificio.

Come evidente la dimensione spirituale e etica della felicità è liquidata a favore della sfera sensibile e psichica. Il desiderio si trasforma nell’unico criterio plausibile da cui scaturisce la realtà e come facilmente intuibile, da questa realtà provengono libertinismo e il quasi totale annientamento della ragione. In questa prospettiva il desiderio rientra pienamente nell’ambito della soggettività, con le sole varianti che riguardano la condizione economica, sociale e culturale. La cultura postmoderna pone al centro il desiderio, ma in questo caso è insaziabile e sempre inarrivabile: tutto è desiderabile senza avere bisogno oggettivamente di nulla. La ricerca del piacere in relazione alla produzione della felicità, ha di gran lunga sostituito la virtù. Ogni piacere è auspicabile semplicemente perché può essere vissuto sensibilmente e non perché sia eticamente giusto. L’individuo assapora la propria “libertà” nella misura in cui riesce ad attingere ai propri desideri in relazione alle proprie possibilità di mezzi e di denaro.

Adesso, se si guarda attentamente la sopraccitata realtà, si può confermare che nella fondazione dell’allargamento del desiderio sia coinvolto concretamente un fattore economico: chi dispone di più denaro ha più possibilità di acquistare piacere. Altra caratteristica della cultura postmoderna corrisponde a una morale fondata sulla ricerca del piacere e non nell’esercizio della virtù, la felicità è strettamente collegata all’esito di una specifica azione o di una determinata esperienza. La dimensione da cui deve sgorgare la felicità non risiede più nell’animo umano, ma negli altri e nella capacità di trasmissione di proposte di piacere date dai mass-media: siete obbligati a rendermi felice.

Questa dimensione sociale, che non poche volte confonde il piacere con gioia e felicità, è destinata a sperimentare ripetutamente quel senso di insoddisfazione nel non poter attingere a quella pienezza di vita tanto sperata. La felicità è accompagnata necessariamente da un’azione volta al Bene e quindi eticamente valida. La felicità è una grande conquista e un esercizio dell’uomo nell’uomo, la sua probabilità di realizzazione risiede nell’uomo stesso. Nelle culture antiche la felicità era strettamente collegata a un cammino e a uno sforzo costante di automiglioramento, questo dato storico non può essere ignorato.

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Suggerimenti bibliografici dell’autore

Umberto Galimberti, I vizi capitali e i nuovi vizi, 2003.

Ignazio Sanna, L’antropologia cristiana tra modernità e postmodernità, 2001.

Marco Di Domenico

Pubblicato da Marco Di Domenico

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