Evitando di ridurre questa lettera un inutile manifesto politico e di “trasformare” Michele in un martire dei nostri giorni, occorre puntualizzare che il suicido non rappresenta mai una scelta risolutiva o un’azione da strumentalizzare. Allo stesso tempo bisogna cercare di comprendere quel mal di vivere che attanaglia inesorabilmente molti giovani e non solo. Il senso di precarietà appare come una profonda voragine capace di risucchiare tutto e tutti e che sembra ormai non avere più confini di età e di genere. Quel senso di inadeguatezza che pone l’individuo costantemente sotto esame, in una sorta di corsa affannosa verso un adattamento sociale che molto spesso non corrisponde con le proprie vocazioni e i propri progetti, può generare una destabilizzazione a livello psichico e interiore. La mancanza di prospettive, di valori in cui credere, di legami affettivi sempre più fragili e latenti, tipici del nostro tempo, mettono in discussione quell’aspirazione intrinseca all’uomo che possiamo chiamare costruzione di senso:

I giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui“. (1)

Parafrasando Nietzsche nei Frammenti Postumi, egli descrive il nichilismo come una mancanza di risposte ai vari “perché?”, mettendo in evidenza la frammentazione e l’annientamento di quei Valori che un tempo erano alla base dello sviluppo personale del singolo. E’ un atto doveroso leggere la seguente lettera senza lasciarsi trasportare dalla “pancia”, dall’emotività foriere di interpretazioni erronee. Questa epistola rappresenta un vero monito alla riflessione e ancor di più ci ricorda che anche noi nel nostro piccolo possiamo contribuire a rendere questa società un luogo migliore.

Mi rivolgo a vai, cari genitori, dopo essermi rivolto agli insegnanti, molti dei quali impegnati a far domanda di prepensionamento perché più non reggono le loro classi, e siccome voi in pensione dalla vostra funzione genitoriale non potete andarci mai, con voi c’è forse più tempo e più disponibilità per provare a capire quel deserto affettivo che sembra sia diventato il paesaggio abituale di molti dei nostri figli“. (2)

L’ultima lettera di Michele alla società…

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte. Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità. Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione. Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare. Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno. Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri. Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento. P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi. Ho resistito finché ho potuto”.
Michele.

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Suggerimenti bibliografici dell’autore

Eugenio Borgna, Le emozioni ferite.

Citazioni tratte da:

Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani. (1), (2).

Di Domenico Marco

Posted by Marco Di Domenico

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