In questo periodo natalizio mi piace far dono a tutti i lettori di un estratto del mio umile libro riportante le memorie di mia nonna Vincenza Tondi sul modo di vivere la religione e la fede ai primi del ‘900 nel paesino rurale di Monsampietro. Il racconto di mia nonna mi permetterà poi di fare delle riflessioni che troverete alla fine: “Si era molto religiosi: la domenica la funzione religiosa era un appuntamento fisso per tutti, la Messa era recitata dal parroco in latino tanto che noi non capivamo un parola. Anche nel mese di novembre ci recavamo tutti i giorni a Messa per rispetto ai defunti, però siccome durante il giorno dovevamo lavorare nei campi, era d’obbligo andare in Chiesa di notte con la prima Messa che si celebrava all’una di notte e l’ultima alle tre di notte.

Anche se molti di noi non sapevano leggere e scrivere, conoscevamo a memoria diverse preghiere: l’atto di dolore, l’atto di carità, i dieci Comandamenti, i precetti della Chiesa, il Padre Nostro e l’Ave Maria. Il prete era forse l’autorità più importante nel paese, e sia in estate che in inverno indossava sempre scarponi alti e tonaca. In Chiesa le donne non potevano entrare senza il fazzoletto in testa mentre gli uomini dovevano togliersi il cappello. Il Battesimo ai neonati si faceva il giorno dopo la loro nascita (perché si aveva paura che se fossero morti senza il Sacramento non sarebbero andati in Paradiso). Poiché le condizioni metereologiche erano fondamentali per il raccolto e la sopravvivenza della famiglia, si riteneva allontanare lo spettro del brutto tempo con la pratica di diversi riti scaramantici e religiosi: quando pioveva, il sagrestano si affrettava a suonare le campane della Chiesa; al sopraggiungere di tuoni e fulmini si sparava una bomba verso il cielo, forse con l’obiettivo di sparpagliare le nuvole; sempre in caso di maltempo, si accendeva una candeletta dentro casa; quando una persona aveva dei problemi o si riteneva fosse sfortunata, si passava l’invidia con l’obiettivo di togliere negatività: questa pratica consisteva nel recitare una sorta di litania in un contesto di gesti e movimenti del corpo.

La notte di Natale si poneva nel camino il ceppo di legna più bello e più grande; la parte di tizzone che avanzava si spegneva con l’acqua, poi nei giorni successivi si portava in strada e tutto il paese vi si raccoglieva attorno per pregare affinché l’anno successivo fosse buono dal punto di vista metereologico e del raccolto. Quando si sentiva cantare una civetta, per gli abitanti del paese era una tragedia perché si pensava che il canto della civetta portasse disgrazie. Tutto il paese ovviamente partecipava alla Messa di mezzanotte del Natale e inoltre tutte le sere si andava in Chiesa a ricevere la benedizione. Nel periodo di Quaresima, per 40 giorni ci recavamo a Messa ogni mattino presto e in occasione dei Sepolcri portavamo in Chiesa un vaso con i prodotti della terra come dono ai Santi. Le benedizioni pasquali del sacerdote erano considerate molto importanti, e oltre alle benedizioni nelle case, erano molto partecipate quelle dei terreni. Il parroco riceveva spesso regali dai contadini, ad esempio la gallina a Natale e il cappone a Pasqua”.

Mia nonna con queste parole mi stimola delle riflessioni: in quel tempo l’individuo aveva una fede incondizionata verso la volontà di Dio e dei Santi, e accoglieva con semplicità le conseguenze di tali superiori volontà; l’unico modo di provare a condizionarle era aderire a tradizionali riti religiosi/scaramantici. L’essere umano era consapevole di non poter controllare la vita e, pur nella semplice e pacifica accettazione degli eventi, si raccomandava a Dio e alla scaramanzia con riti genuini ma forti e significativi. Ciò che più mi colpisce è la capacità in quel tempo di accogliere con serenità gli eventi e provare a migliorarli con atti rispettosi e umili verso la natura e verso Dio.

Oggi, con l’antropizzazione assistiamo ad un “muscolaretentativo dell’essere umano di forzare la natura e gli eventi, pensando che la natura sia nostra “nemica” e che vada sfruttata/combattuta, e ponendo Dio come un’entità separata da noi ed esterna a noi, spesso addirittura poco conciliante. Non comprendiamo quello che mia nonna e la sua generazione avevano ben chiaro: la felicità consiste nella capacità di accordarsi al mondo e di agire accettandone il fluire. Non dobbiamo per forza capire e combattere tutto ciò che ci accade intorno e che non ci piace, dobbiamo semplicemente rientrare dentro di noi e accettare il presente momento dopo momento. Perché siamo un corpo unico con Dio e con il mondo.

Vincenza Tondi a vent’anni (foto tratta dal saggio: Monsampietro: i ricordi di mia nonna)

Pubblicato da Domingo Lupi

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