Veduta di Monsampietro di Venarotta (AP)

Se il medium messaggio della modernità era la carta fotografica (pensiamo agli album di famiglia che si ingrossano implacabilmente, documentando pagina dopo pagina ingiallita il lento aumentare di eventi che portano all’identità, eventi irreversibili e non cancellabili), in ultima analisi il medium della post-modernità è il videotape, cancellabile e riutilizzabile, pensato per non trattenere le cose per sempre, che fa spazio agli avvenimenti di oggi unicamente a condizione che quelli di ieri siano cancellati (…)”. (Zygmunt Bauman, La società dell’ incertezza).

Noi siamo vissuti nell’epoca del passaggio tra modernità e post-modernità. Nell’epoca del passaggio dall’eccesso di ordine, di sicurezza, di stabilità, di posto fisso, di famiglia unica, verso la deregulation, l’ individualismo, la libertà esasperata, la ricerca di piacere. Siamo passati dall’album delle fotografie, che ogni tanto nei momenti di noia tornavamo piacevolmente a sfogliare, alla comunicazione frenetica e travolgente attuata tramite uno schermo.
Tale trasformazione della società civile, che noi abbiamo vissuto come un’auto che sfreccia a tutta velocità attraverso un muro di nebbia, ci ha lasciati vuoti incolmabili: incapacità di costruire famiglie sane, incapacità di trovare l’essenziale delle nostre vite, incapacità a mantenere una propria vera, salda e forte identità.

E soprattutto stiamo dimenticando la nostra storia! E con essa stiamo perdendo i valori di un tempo come la saggezza, la pazienza, il rispetto per la natura, l’amore per la vita, il coraggio di vivere. E stiamo perdendo quelli che erano i luoghi in cui questi valori si percepivano, si respiravano, si vivevano: i nostri borghi di montagna e di collina. Lì vagano ancora le anime dei nostri avi, delle nostre radici, dei nostri nonni, lì vaga ancora la nostra identità! Ricordo ancora le mie vacanze estive da ragazzino: ai tempi della mia infanzia, vacanze estive significava trascorrere due mesi a Monsampietrodi Venarotta, paesino rurale sulle colline ascolane dove mia madre era nata. Lì imparavo la vera vita:non quella fredda, asettica, ovattata e parziale degli appartamenti cittadini, ma quella totalizzante, coinvolgente e illuminante del vivere all’aperto insieme agli amici (si era tutti amici), agli animali, al sole che ci accarezzava la pelle, alla luna che costituiva la speranza nel buio totale della notte senza illuminazione artificiale, agli odori, ai sapori e alle sensazioni primordiali. Mi sembrava di essere tornato nel ventre di mia madre.

Oggi, Monsampietro e tutti i borghi montani e collinari d’Italia si sentono da noi abbandonati e dimenticati. Quasi nessuno ci abita più, quasi nessuno ci investe, quasi nessuno ricostruisce, quasi nessuno ci torna in vacanza, quasi nessuno ci coltiva un orto, quasi nessuno ci passeggia. Loro – i nostri borghi – si sentono tristemente soli. Gli ultimi tragici avvenimenti, che li hanno visti tristi protagonisti (terremoti, neve, isolamento, mancanza di acqua e corrente per giorni) costituiscono il loro ultimo grido di aiuto. Non lasciamo che questo grido di aiuto cada nel vuoto. Lì ci sono le nostre radici, ci sono i nostri perché, ci sono i nostri cuori, c’è il senso delle nostre vite. Se perdiamo i nostri borghi avremo perso definitivamente la nostra civiltà!

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Citazione tratta da:

Zygmunt Bauman, La società dell’ incertezza, (riportante pensiero di Douglas Kellner, Popular Culture and Constructing Post modern Identities e Douglas Kellner, Modernity and Identity).

Domingo Lupi Libero blogger

Posted by Domingo Lupi

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