I’ cominciai: «Poeta, volontieri

 parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».

(Dante Alighieri, Commedia, Inferno, Canto v. 75)

Paolo e Francesca. Quante volte abbiamo udito parlar di loro o questi nomi hanno solcato le nostre labbra? Tra i banchi di scuola erano soltanto due figure in più da dover legare allo studio, nell’immaginario romantico una delle ennesime coppie travolte da un amore impossibile che li ha condotti ad un destino crudele. Pensiamo a Tristano ed Isotta, ingannati da un sottile gioco del fato, destinati ad amarsi per sempre, senza potersi mai avere; Clorinda e Tancredi, vinti da uno spiacevole equivoco che fa uccidere l’amata scambiandola per un soldato nemico; a Tess dei D’Ubervilles e ad Angel Clare, ad Antonio e Cleopatra o agli amanti impossibili per eccellenza, Romeo e Giulietta, anch’essi vittime di un amore nato sotto contrarie stelle.

Lo stesso Shakespeare lo affermava con sicurezza nell’omonimo dramma, “Le gioie violente hanno violenta fine, e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere da sparo, che si distruggono al primo bacio”. Paolo e Francesca non sono che altre due anime da poter annoverare in questa infinita lista, due delle infinite anime travolte dalla “bufera infernal che mai non resta”, costrette a vagare in preda a questo vento indomabile, come in vita fu il loro amore.

A differenza di moltissime coppie sopracitate, appartenenti chi più chi meno, all’immaginario romantico o al mito, Paolo e Francesca esistettero veramente e morirono realmente grazie alla mano assassina di Giovanni Malatesta, detto Gianciotto a causa di una qualche storpiatura corporea. La loro storia può apparentemente sembrare una delle tante, attimi di vite vissute troppi anni orsono e ormai dimenticate, lei Francesca da Polenta, figlia del Signore di Ravenna, una giovane di cui la storia ci tramanda ben poco, lui Paolo Malatesta, figlio del Signore di Rimini. Le due famiglie entrano in contatto a causa di una lotta di potere contro i Traversari, sarà infatti Gianciotto a far guadagnare a Da Polenta la vittoria, garantendogli così il tanto agognato predominio sulla città d Ravenna, fu allora che per sancire quel legame, gli viene data in sposa la giovanissima Francesca, della cui  bellezza narrano tutti i menestrelli d’intorno.

Il giorno delle nozze però si presenta Paolo, detto il bello, che sposa Francesca per procura, i due si innamorano a prima vista e perdutamente, intratterranno una relazione lunga e appassionata, dal quale nascerà una figlia, Costanza. Si ameranno alla follia, fino a quando gli occhi di Gianciotto non scopriranno il misfatto e le sue mani si macchieranno per sempre dell’assassinio di sua moglie e di suo fratello. Una storia tragica, che può sembrare banale, già udita.

Gabriele d’Annunzio dopo Dante, scrive di lei, nella sua opera teatrale Francesca da Rimini, vari compositori  ne musicano il dramma, ma è solo tra le pagine della nostra letteratura contemporanea che troviamo una narrazione all’altezza della magnifica storia dei nostri due amanti, parole che si fanno vita, emozioni che escono dal V canto dell’Inferno dantesco e diventano carne, lacrime, sangue, sudore. È Manuela Raffa, con la sua “Francesca” a consegnarci un ritratto così magnifico da sembrare un sogno. La storia è la medesima appena narrata, ma arricchita di quel senso che manca alla tiepida narrazione che la storia ci ha donato di loro.

Francesca è una giovane piena di curiosità e intelligenza, bellissima, amata dai  fratelli Lamberto, Bernardino e Samaritana, ma ancor di più da suo padre Guido, che ha sempre conservato per lei una parte cospicua del suo cuore,  lasciando che coltivasse anche la sua grande passione: la lettura. Per lei il padre sogna un matrimonio d’incanto, con un uomo degno e affascinante, con un uomo che lei ami e che sappia amarla. Ma la sete di potere vince sulle aspirazioni per lei, Ravenna è sua, basta che dia in sposa la sua Francesca a Gianciotto, il fautore della loro vittoria sui Traversari, deve consegnare la sua mano a quell’uomo burbero e storpio, privo di cultura e sensibilità, a lui che dopo averla incrociata con un solo sguardo già sentiva di desiderarla ardentemente come un’ossessione.

Francesca accetta affranta il suo destino, mettendo da parte i sogni degli amori cavallereschi di cui tanto amava leggere nei libri; il giorno delle nozze però, incontra l’uomo che cambierà la sua vita: Paolo, il fratello del suo promesso che viene a prenderla in moglie per procura. La scintilla tra i due è quasi immediata, si guardano e il loro cuore è già in fiamme. Durante il viaggio verso Rimini i due trascorreranno del tempo insieme che non farà altro che confermare ciò che i loro cuori presentivano, parlano a lungo e di mille argomenti, Paolo è sorpreso dalla curiosa intelligenza di Francesca, lei si sente finalmente se stessa con lui, sente di avere un valore.

Ma il viaggio giunge al termine, i due si salutano. Le loro anime però restano intrecciate, in virtù di quella promessa che si erano scambiate tacitamente nel breve lascito del tempo che distanzia lo sguardo da un sospiro. I loro rispettivi consorti non sono abbastanza, Beatrice non è Francesca e non lo sarà mai, Giovanni non è Paolo, perché «Solo con lui poteva essere ancora Francesca, e quella Francesca, nuda di ogni collocazione e di ogni convenienza, amava Paolo».

Gli argini poi si rompono, non riescono più a nascondere ciò che travolge il loro cuore, «Amor ch’al cor gentil ratto s’apprende, prese costui della bella persona che mi fu tolta, e l’modo ancor m’offende», mentre Francesca soffre in silenzio in giardino per la perdita del primogenito Francesco, lui la raggiunge e impaziente, lascia che si compia il primo soffio dell’impetuoso vento del loro destino: Cosa leggete? Lancelot in prose. Una storia d’amore tra un cavaliere e la donna del suo signore. […] Si fissarono negli occhi. Non servivano le parole. Lei amava Paolo, dal primo istante. Si era nascosta, ma ora era di fronte a lui senza fronzoli. Con tutto ciò che era rimasto, solo Francesca […] Paolo in quel momento seppe che era perduto per sempre. Non poteva più fermarsi. Non voleva. E prese tutto ciò che Francesca aveva da offrire».

Seguono giorni, mesi, anni di nascondimenti e lacrime, di amore inarrestabile e di vani tentativi di allontanare l’uno dal cuore dell’altra, ma invano. Francesca concepisce una figlia, è certa che sia di Paolo, Gianciotto non dubita, continua ad amarla con amore devoto, crede che quella creatura sia frutto dei loro “doveri coniugali”. Francesca soffre, sente la mancanza di Paolo, attende le sue lettere, i suoi viaggi, le notti diventano realizzazioni di sogni infinitamente lunghi, vivono dei fugaci momenti che riescono a concedersi, a volte sentono che sono sufficienti, altre maledicono il fato per averli resi schiavi di quel tumulto impazzito, imprecano contro se stessi per la forza che non hanno avuto di star lontani.

Ma qualcosa si incrina. Malatestino, fratello di Paolo e Giovanni, scopre il tradimento e mette una pulce nell’orecchio al marito tradito, lui fa ritorno a casa in una notte in cui i due amanti lo credevano in viaggio, apre la porta della camera della moglie e l’anima gli si lacera da capo a fondo; molti anni dopo dirà, «Lui, lo vedo ancora lì, l’ho ucciso. Lei era mia. […] Eri mia, solo mia. Insieme a te mi sono sentito il padrone del mondo. Senza di te sono quello che sono. Niente». Sguainando la spada, dirige il colpo verso Paolo, Francesca si lancia addosso al suo amato, la morte trova prima lei, poi lui: «Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense».

Il sangue è ovunque, l’assassino è assolto, la legge permette ad un uomo di uccidere la moglie adultera e il suo amante. La madre dei fratelli Malatesta, colma di pietà decide di pregare un sacerdote di dar loro una degna sepoltura, ma caso vuole che ci sia un solo spazio. Sepolti insieme, morti insieme, come avrebbero voluto, pensa Margherita. La narrazione si sposta a Firenze. All’orecchio di Dante Alighieri giunge questa tragica storia. Pensa e ripensa e si domanda come sia possibile per una donna e un uomo legati persino da parentela, cadere in un simile peccato, «Da un lato condannava i due amanti che avevano peccato contro Dio e gli uomini. Dall’altro, pensava a Beatrice. A Gemma. Metteva i due visi a confronto.» Il sommo poeta fa sua quella storia, e si dice che un tale sentimento doveva essere nobile se li aveva spinti ad un atroce peccato, si domanda se conti maggiormente la purezza di fronte al creatore, o l’amore che vive in ogni singolo giorno, che supera le convenzioni e il tempo?

Forse ci pensò, a lungo. Poi decise di dar loro la fine che meritavano, peccatori infernali sì, legati da un vento indomabile, dannati per sempre, ma li ha resi immortali, ha conferito a queste due anime lontane e dimenticate dagli uomini, un’eternità che quasi mai si riesce a comprendere nell’immediato, ha impresso le loro storie nell’opera delle opere, ha fatto cantare a quella donna magnifica e sui generis, le lodi di un amore impossibile ed immortale, che non aveva abbandonato lei, e non abbandonerà, mai, neanche noi, «Amor ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi ancor non m’abbandona».

 

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Tutte le citazioni sono tratte dalle seguenti opere:

Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Milano 2005, Mondadori.

Manuela Raffa, Francesca, Milano 2017, Piemme Editore.

Posted by Ritalaura Del Conte

Baccalaureato in Scienze Religiose.

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