Per iniziare intendo, anzitutto, chiarire il titolo di questo breve intervento. In questo caso il termine risposta è un gioco, un pretesto per scrivere ed allinearmi sulla scia di Luca Mercalli climatologo e divulgatore scientifico italiano che, insieme ad altri suoi colleghi, ci mette in guardia ormai da anni sul problema legato al cambiamento climatico.

Nel suo ultimo intervento comparso ieri, 8 luglio 2017 su siti e giornali, intitolato Uccidete il mondo senza accorgervene. Roba da psicologi, formula una serie di risposte a delle affermazioni o domande che, pur se apparentemente provocatorie, risultano quanto mai reali (purtroppo).

Il mondo è piombato in uno stato di indifferenza senza precedenti, specie per quel che concerne le questioni legate al rispetto della “Casa Comune”, il nostro pianeta azzurro. Basta guardarlo dallo Spazio interplanetario per restare stupiti dinnanzi alla sua bellezza: distese d’acqua che, senza preavviso, si imbattono in coste verdi e gialle. Deserti e foreste, distese di ghiaccio, monti, fiumi, laghi. Terre emerse che sembrano galleggiare come zattere alla deriva sul profondo blu degli oceani.

Tutto questo l’uomo non l’ha dimenticato: lo conosce, lo ammira, lo esalta e la tecnologia lo aiuta in questo. Tutto è osservabile, conoscibile, sminuzzabile, misurabile eppure…

Ora, come degli impavidi e fantascientifici paracadutisti, tuffiamoci dall’Esosfera in direzione Terra, lasciamoci attrarre dalla sua gravità che, nell’avvicinarci diventa sempre più forte, quasi a voler tentare di farci “impattare”, gioco forza, con la sua superficie. Attraversati tutti gli starti atmosferici passando più volte da temperature altissime a temperature bassissime, ci avviciniamo a folle velocità al suolo ed una volta entrati nella Troposfera, iniziamo a vedere che ciò che destava meraviglia dalle sconfinate altezze celesti, ci lascia sorpresi e scossi al contempo.

Tolto il respiratore ci accorgiamo che l’aria comincia ad assumere odori nuovi, a volte proprio sgradevoli, qua e là – in alcuni settori del pianeta – coltri di fumi grigi si addensano minacciosi. Spostando lo sguardo verso quella distesa blu intenso che ricopre gran parte della superficie, si vedono delle zattere galleggianti: cumuli di immondizia, pari alla grandezza di una nazione di medie dimensioni, navigano seguendo le correnti oceaniche. Poi i fiumi che perdono il loro colore cristallino per divenire distese di scorie industriali e scarichi urbani, non che reflui zootecnici derivanti dall’abbondanza di allevamenti animali intensivi, industriali e senza terra che aumentano a dismisura il peso degli animali, imponendo vite miseriche a queste creature ed aumentando il nostro peso ponderale, senza una reale necessità.

Se l’acqua è malata lo è anche il terreno, intere distese di suolo destinate alla desertificazione, altre invase da monoculture depauperanti che impoveriscono il terreno di preziosi nutrienti e biodiversità, aumentando il consumo di pesticidi e concimi di sintesi. La Monsanto, la Bayer, la Vilmorin esultano e la nostra vita si impoverisce in tutte le sue sfere. Gli incendi dilagano nelle stagioni estive avvantaggiati dall’effetto dei gas serra, le temperature sono in rapida ascesa e le risorse idriche delle falde acquifere si esauriscono costringendo milioni di persone, in un imminente futuro, a migrare in zone in cui non si muoia più di fame e sete. Si scava il terreno fino a profondità immense per estrarre diamanti, idrocarburi, cobalto e devasta i “polmoni verdi” della Terra per coltivare tabacco ed altre colture di scarso interesse alimentare, infliggendo pesanti colpi alla salute di miliari di suoi simili.

L’uomo vede, conosce, ammira ma distrugge, non rispettando la “Casa” in cui vive. L’uomo assume, curiosamente, le sembianze di un “cancro” che per accrescere se stesso uccide se stesso e colui che gli ha fornito energia per espandersi.

Qual è il motivo di questo paradosso? Se ne possono elencare molti, ma non intendo dare risposte anche perché di oggettive non ne ho. Certamente però abbiamo dimenticato, o forse proviamo più difficoltà che in passato, ad oltrepassare le nostre barriere egoiche costringendoci ad una inevitabile spaccatura con ciò che ci circonda e con noi stessi. Mi viene in mente quanto dice un autore a me caro, Ludwig Binswanger circa il modo d’essere di chi ama qualcosa o qualcuno. Chi ama compie un passo fondamentale, si mette in cammino per provare a rompere queste barriere egoiche che lo confinano in se stesso, che lo relegano nel suo mondo. Provando ad incamminaci sulla strada dell’amore, dello stupore che apre lo sguardo a nuovi orizzonti sul già noto, se proviamo a ri-pensare il nostro modo di essere-nel-mondo, allora non tutto è perduto, come non lo è per due amanti che provano, ogni volta, ad abbandonare le proprie posizioni per incontrarsi, per dialogare, per ascoltare e guardare davvero chi hanno davanti. Una posizione assunta con coraggio e consapevolezza, oltre che con discreta accoglienza.

Pare allora che abbiamo interrotto l’ascolto con ciò che è la Nostra Casa e quindi con noi stessi, abbiamo smarrito la presa che da sempre ha il mondo sui nostri occhi e sul nostro stupore, accondiscendiamo alla sofferenza delle creature e nostra per giungere ad un traguardo immediato e per pochi, non entriamo più in dialogo, in risonanza emotiva – che non richiede parole e conoscenze scientifiche – con ciò che ci circonda, quel misto di natura, cultura e storia che ci rende persone.

Ci sono però delle persone che provano, non tanto a dire no, quanto a porsi una domanda su cosa significa stare al mondo, rispettare le sue – quindi nostre – risorse e tenta di iniziare il “pellegrinaggio” su di un sentiero nuovo, ma già percorso dalle donne e dagli uomini di ogni tempo, quello che riporta l’uomo nel coincidere con tutto quanto ha davanti. Difatti non c’è molecola o atomo che non diventi nostro e che non torni poi nell’ambiente. Non c’è azione – o pensiero – che non conduca ad una conseguenza che, in un modo o nell’altro, non colpisca chi l’ha data alla luce.

Chiudo senza ammonimenti e senza opere di convincimento perché, se non bastano i numeri che le discipline scientifiche ci forniscono tanto meno possono farlo le mie parole. Ricordiamo però che tra noi ed il mondo non c’è distanza di tempo e spazio, non c’è distanza esistenzialmente parlando. C’è una bella parola che descrive tutto questo ed è coincidenza: se la dividiamo creando un gioco di parole, ci accorgiamo che co-incidere è un incidere insieme, cioè apporre un solco indelebile su una superficie che è di tutti. Queste incisioni si influenzano vicendevolmente, le mie le tue e le tue le mie, anche se nessuno di noi due lo vuole. Quanto di nostro, in bene e male, abbiamo già lasciato inciso? Quanto di scavato è incancellabile? Quanto è avvenuto ed avverrà, nella nostra noncuranza su ciò che stiamo facendo? Lasciamoci con una domanda, perché le domande sono più importanti delle risposte in quanto capaci di aprirci allo scorrere del flusso di eventi che accadono tra Me e Te.

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Sitografia consigliata dall’autore

https://www.youtube.com/watch?v=ToVO0Y2pNfA

https://www.youtube.com/watch?v=hcGrJY8xmT4

https://www.youtube.com/watch?v=SxrHOrGWLMQ

https://www.youtube.com/watch?v=KE0146Qqth4

– https://www.youtube.com/watch?v=xJcHiYV-CnI

Posted by Stefano Marini

Psicologo specializzando in Psicoterapia. Editore della pagina

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