Solo una decrescita felice (selettiva e governata) può salvarci (2017) è un libro edito dalla Lindau e scritto da Maurizio Pallante e Alessandro Pertosa. Il titolo è tutto un programma. Heidegger nella famosa intervista allo Spiegel afferma che «ormai solo un Dio ci può salvare». Dio qui è sostituito dalla decrescita felice. Nulla di blasfemo, sia chiaro, ma la «notte del mondo» di cui profeticamente parlava il filosofo tedesco incombe ora con tutto il suo funereo manto. Allora il titolo diventa programmatico: solo un radicale cambio di rotta rispetto all’attuale assetto economico-sociale può salvarci. Diciamolo esplicitamente: se l’uomo non disarticola la logica del profitto illimitato, che propone una crescita infinita in un mondo dalle risorse limitate, l’unica prospettiva è la morte! Non una vita di future privazioni, ma la privazione stessa della vita. La società capitalistica di cui siamo abitatori sta conducendo il mondo alla catastrofe.

Non sto enfatizzando. L’esasperata rincorsa al profitto, motore e causa efficiente del capitalismo, sta producendo una rottura irreversibile dell’equilibrio ecologico che renderà la Terra un luogo in cui la permanenza umana è impossibile. Non ci vuole un genio per capirlo; ma finché qualcuno non ti scuote, sbattendoti in faccia questa sfuggente verità, finisci per non pensarci. L’impressione è che tutto vada a gonfie vele navigando nel migliore dei mari possibili (ogni riferimento a Leibniz è casuale), o, al massimo, si vive nella fede cieca che scienza e tecnica troveranno una soluzione ai crimini ecologici di cui l’uomo contemporaneo si sta macchiando perseguendo il mito della crescita infinita. La reazione abituale del sempre affaccendato uomo moderno messo di fronte alla granitica realtà della fine del mondo è quella di una sbrigativa scrollata di spalle. Tuttavia, come amano ripetere gli autori, abbiamo un debito con i nostri figli e non con i nostri padri.

Non possiamo più dire «questo non mi riguarda» o «quando accadrà la catastrofe io non ci sarò più». Pallante e Pertosa evidenziano sin dall’inizio come la ricezione della decrescita felice sia indebitamente osteggiata da più fronti. Certo, è lecito venire fraintesi quando si propone qualcosa di nuovo e di alternativo. Ma non voler capire di proposito, mistificare l’idea altrui con sofismi, negare la direzione che il treno capitalistico ha preso con tanta foga, vuol dire assumere una posizione obliqua e disonesta verso i problemi messi a tema dagli autori e da una cospicua parte del mondo scientifico, che da anni lancia allarmi sempre più circostanziati sugli stravolgimenti ecologici. La chiarezza del libro fa il paio con il suo scopo: precisare una volta per tutte di cosa si sta parlando quando si parla di decrescita felice, per fugare ogni dubbio e spazzare via le fumose polemiche degli ultimi anni (ben vengano, invece, critiche costruttive).

Pallante e Pertosa propongono un modello alternativo all’inferno capitalistico perché non è più possibile porre il profitto come scopo e ragion d’essere dell’uomo. Non si tratta di demonizzare il mercato e il profitto in quanto tali, ma di ricollocarli nel loro giusto ambito: strumenti che ampliano la qualità della vita. Non più fini, ma mezzi in vista di qualcosa d’altro. Per far ciò «non basta riformare il sistema, ma è necessario cambiare l’orizzonte culturale e le categorie attraverso le quali pensiamo e interpretiamo il mondo». Ed è qui che subentra la decrescita felice: ritornare per quanto è possibile alla produzione di beni e non di merci, riportare l’impronta ecologica a 1, riproporre scambi basati sul dono e sulla reciprocità, tornare ad essere comunità e selezionare accuratamente ciò che deve crescere e ciò che invece deve decrescere perché non tutto ciò che cresce è buono, non tutto ciò che cresce è sano, non tutto ciò che cresce è progresso. Una lezione che dobbiamo ancora imparare.

Posted by Vincenzo Viviani

Laurea Magistrale in Scienze Religiose.

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