Tiziano Terzani è una figura tra le più conosciute del nostro tempo, non solo nel nostro Paese. Famosi sono i suoi libri quali Un indovino mi disse, Un altro giro di giostra o, Lettere contro la guerra, solo per citarne alcuni. È al contempo famoso per il suo mestiere di giornalista che, come ci ricorda, fece sempre con “rigore e sensibilità non pretendendo mai di essere imparziale ed oggettivo, perché ciò risulta impossibile”. Era un corrispondente di guerra, “ha sentito la Storia” muoversi sotto i suoi piedi, tra gli scatti della sua inseparabile macchina fotografica, nelle parole che faceva pervenire a noi, qui, lontani.

Tiziano Terzani è anche conosciuto, forse meno, per il suo cammino tutto particolare – come del resto quello di ognuno di noi – di riscoperta della vita spirituale, di una nuova identità e di un nuovo orizzonte da perseguire e osservare, cioè il “togliersi i propri abiti vecchi e gettarli alle ortiche come un qualcosa che sta stretto” aprendo la propria misera umana esistenza ad un “piano superiore”.

Tutto iniziò quando scoprì di avere un cancro, evidentemente aggressivo, che inizialmente lo portò ad affidarsi alla scienza medica occidentale, di cui tutti conosciamo pregi e difetti, per poi condurlo a spasso per il mondo – modo tutto particolare “di reagire alle situazioni” -. Ed il suo viaggio intorno al mondo diventò un’esplorazione nella sua interiorità, uno spaziare tra le sue maschere attraversando gli inganni ed i nascondimenti per i quali tutti siamo vittime ed assassini.

Terzani racconta di una esperienza fatta quando si recò dal karmapa, la seconda più importante incarnazione dei lama tibetani, perché avrebbe tenuto una cerimonia per la lunga vita. Da questa cerimonia ricevette una pallina di orzo e burro inzuppato nel tè ed un nastro rosso, sentendosi da principio di aver partecipato ad una cosa senza alcun valore. Poi voltando lo sguardo verso gli “altri che credevano”, come afferma lui stesso si sentì “inferiore” perché rapito da quel modo di intendere la vita volto principalmente, o esclusivamente alla materia ed alla ragione che spacchetta tutto il mondo sensibile giungendo alle particelle subatomiche, ma dimentica il proprio sé e la propria direzione passata e futura.

Da qui si avverte, nel suo racconto, il cambiamento che lo investe. Inizia  una piccola rivoluzione interiore, l’unica possibile aggiungerei per poter sperare che avvenga una qualsiasi forma di cambiamento personale e comunitario, e lascia mano a mano la sua identità alle spalle. Per lui questo significa andare in un Ashram dove si fa chiamare Anam, “il senza nome”. Tiziano Terzani non va imitato, questo è un punto essenziale, altrimenti c’è il rischio di cadere nel cortocircuito della banalità del cammino, ma può esser preso come spunto per compiere una continua decostruzione della propria identità (della propria idea di se stessi). Per lui questo andava fatto attraverso i viaggi toccando molte terre, c’è chi questo viaggio lo fa tra le mura di casa prendendosi  cura, ogni giorno, della sua famiglia. Altri che lo faranno o lo stanno facendo o l’hanno fatto lavorando la terra, o eremiti su di un monte ed in innumerevoli altri modi, seguendo altre rotte. Questa non è certo una nuova verità, difatti una antica storia talmudica riportata da Martin Buber nel piccolo scritto Il cammino dell’uomo afferma che il “luogo in cui si trova il tesoro è il luogo in cui ci si trova”.

Il cammino di Terzani è una spinta a sospendere i nostri pregiudizi, le idee preconfezionate su noi stessi, sul mondo che ci circonda, sul modo in cui vediamo gli altri, sul nostro credo, è una proposta di viaggio, ma ognuno a suo modo ed ognuno in se stesso. Forse, la prima domanda da porsi allora è dove sei? Nei giorni che hai a disposizione fin dove sei arrivato a conoscere e far cadere l’idea che hai di te stesso? Quali strade hai percorso sino ad ora e dove ti condurranno nei giorni che ti restano?

Far cadere lo spettro delle barriere del pregiudizio e del preconcetto, non significa certo vedere il mondo e gli altri, se stessi ed il modo di intendere Dio in modo roseo o rassicurante, non significa stare al sicuro  in un modo tutto rose e fiori. Dobbiamo riconoscerci invece tesi verso la perdita di ciò che ci sta a cuore e ci fa sentire protetti, diretti verso la disfatta in una apparente inutilità. La realtà è nella perdita perché siamo affetti tutti, allo stesso modo, dall’unica malattia da cui vogliamo ma non possiamo guarire: la mortalità. Se riflettessimo su questo tema molto cambierebbe del modo di vedere tutto ciò che ci circonda, le persone e le circostanze che ci accadono; cambieremmo noi stessi ed il nostro modo di pensare e categorizzare, o negare e denigrare, l’idea che ci siamo fatta di Dio.

 

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Libri e siti suggerita dall’autore

 

https://www.youtube.com/watch?v=naDEcAw-yrc&t=1678s

 

– Buber M.: Il cammino dell’uomo. Torino. 2004.

Posted by Stefano Marini

Psicologo specializzando in Psicoterapia. Editore della pagina

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