Un lieve abbraccio tra il bulbo oculare e il corpo ciliare di una turista a Matera

Ti viene voglia di chiudere gli occhi appena poggi le piante dei piedi a Matera e di tenerli abbastanza serrati fin quando non senti che sei nel tuo punto, in quella che dovrà essere per te l’esatta prospettiva da cui volgere finalmente lo sguardo a quella dolente bellezza tufacea che ti si presenta dinanzi. Muta. Disarmata. Non attonita, quello apnoico lì sei te. Quando ci si trova a scrivere un reportage di questo tipo si deve vivere indiscutibilmente di immagini, rumori, sensazioni e superfici sfiorate. Basta evocare il ricordo di luci ed ombre che emergono da rocce bianchissime, il frastagliato scorrere del torrente Gravina, l’odore e la ruvidezza dell’umida calcarenite ed è subito la Città dei Sassi. Il nucleo urbano originario della città di Matera si è sviluppato a partire dalle grotte naturali scavate nella roccia e via via modellatesi in sempre più elaborate strutture all’interno di due grandi anfiteatri naturali: il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano.

I primi insediamenti nel territorio rupestre in questione risalgono al paleolitico e al neolitico; dopo questi periodi la città sarà abitata anche da altre civiltà come quelle di matrice bizantina, per poi vivere l’avvento dei Normanni fino a giungere alle epoche romanica, rinascimentale e barocca dove fu calzante il tentativo di armonizzazione e riduzione di Matera alle regole della tipica città europea. Nonostante ciò, essa mantenne sempre ognuna delle sue caratteristiche tipiche e la popolazione ci visse tranquillamente fin quando, il 17 maggio 1952, lo Stato italiano per mano del primo ministro Alcide De Gasperi impose a circa diciassettemila persone, con la “Legge speciale per lo sfollamento dei Sassi”, di abbandonare le proprie case per trasferirsi nei nuovi rioni. Il risanamento fu necessario tanto che oggi gli abitanti ne riconoscono l’importanza; i contadini materani, le loro mogli con i figli e proprio le tanto famose abitazioni versavano in condizioni deplorevoli.

Entrando in quelle case si assisteva ad uno spettacolo agghiacciante: le “grotte” di esigue dimensioni ospitavano a volte fino ad undici persone e ciascuna famiglia viveva insieme al bestiame tanto che l’ambiente, il quale era costituito da un’unica stanza, comprendeva un letto per i genitori, una culla in legno nella quale in base all’età dormivano i figli, un tavolino misero con un unico piatto all’interno del quale mangiavano tutti insieme, una sorta di piano cottura con alcuni utensili, un modesto sistema di canalizzazione dell’acqua piovana, qualche mobile per indumenti ed una sezione dedicata esclusivamente al mulo le cui feci, emananti calore, venivano accumulate in un angolo della casa come unica fonte di riscaldamento.

Lo stato del luogo era inammissibile, basti pensare al fatto che a quel tempo il tasso di mortalità infantile superava quello della media nazionale. Si hanno molte scioccanti testimonianze di chi si trovò a passare di lì e che curiosando fu atterrito da quelle circostanze davvero malsane, primo fra tutti il celebre scrittore Carlo Levi il quale, visitando alcuni dei paesi contadini del Mezzogiorno intorno alla metà del 1900, denunciò lo stile di vita di quelle persone e traspose il tutto in un insigne opera letteraria dal titolo “Cristo si è fermato ad Eboli”. Tutta quella gente fu accompagnata fuori da ciò che era stato fino a quell’istante il proprio mondo, la propria vita; l’ultima famiglia ad abitarci vi rimase fino al 1957 ( ved. “Casa-Grotta” in Vico solitario). Lasciare tutto quello, come precedentemente sottolineato, fu opportuno anche se con le ingenti difficoltà. L’abbandono dei Sassi comportò soprattutto la perdita del “vicinato”, «un contesto antropologico di straordinaria complessità, un labirinto urbano ed umano». Questa «microaggregazione superfamiliare», produceva da millenni un esemplare stile di vita basato sul rispetto, sulla condivisione e sul mutuo sostegno.

Le persone vivevano in assoluta semplicità, percorrendo quotidianamente questi loro spazi paragonabili a piccole agorà. Con l’esodo e il successivo svuotamento non si sarebbero più visti lunghi fili con la biancheria stesa ad asciugare, i bambini e i loro umili giochi, gli uomini definiti dalle testimonianze come “senza età e col volto di terra” che tornando alle case la sera posavano i loro legnosi carri con il segno distintivo di volgerli con le lunghe aste anteriori al cielo “come braccia oranti” nella prospettiva di un buona giornata e un buon raccolto. Inoltre, nemmeno le antiche chiese cristiane rupestri (ved. Santa Maria de Idris, Santa Lucia alle Malve, San Pietro Barisano, ecc) colme di affreschi, sarebbero state più gremite di coloro i quali, fedelissimi al culto, vi accorrevano ogni domenica.

Attualmente malgrado le malagevoli problematiche questa incantevole cittadina, ormai risanata, pullula continuamente di turisti curiosi e affascinati che la visitano ogni anno; è divenuta più di una volta importante location, nonché set cinamatografico per scene di film considerevoli per diventare infine Patrimonio Mondiale dell’Unesco. In ultimo, ma non meno importante, va inserito un dato di grande orgoglio non solo popolare e nazionale poiché il 17 ottobre 2014 la città in questione è stata designata come la “Capitale Europea della Cultura” per il 2019.

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Suggerimenti bibliografici dell’autrice

Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, 1945.

Autore: Cecilia Bottolini

Laureanda in Scienze Religiose.

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