Lo si ama o lo si odia. I giudizi accomodanti vengono meno quando si parla di Terrence Malick. L’attesa che ogni volta accompagna l’uscita di un suo nuovo lungometraggio, frutto spesso di una lunga e faticosa gestazione (20 anni sono intercorsi, ad esempio, tra  “I giorni del cielo” e “La sottile linea rossa”), assomiglia ad una malattia, una febbre patologica che assale gli addetti ai lavori, impazienti di assistere alla kermesse cinematografica di turno che abbia, tra i partecipanti in gara, il regista texano. Attesa che si carica poi di inevitabili aspettative, facili a sfociare in prese di posizione estreme, oscillanti tra il compiacimento estatico e l’ostilità repulsiva. L’accoglienza ambigua che ebbe “The Tree of Life” (Palma d’oro) alla 64° mostra del cinema di Cannes o il successivo “To the Wonder” alla 69° edizione del festival di Venezia dimostra e conferma la regola: il cinema di Malick esalta, conturba, divide, alimentando la discussione su uno dei cineasti più controversi a cavallo tra il XX e il XXI secolo.

A ciò contribuisce la sua ormai proverbiale ritrosia al convenzionalismo edonistico dello Star System Hollywoodiano che lo ha portato a stipulare un contratto che vieta l’uso della sua immagine a fini promozionali, il fuggire la morbosità e l’invadenza dei media, la poca disponibilità al farsi intervistare; atteggiamenti che conferiscono a Malick i caratteri tipici di un regista atipico. Ma lui sembra fregarsene, scrolla le spalle e noncurante delle varie critiche circa il suo esasperante ermetismo continua ad andare per la sua strada, consapevole che compito dell’Arte non è compiacere ma turbare, pungere, destabilizzare, rovesciare, porre in crisi. E in questo Malick, come tutti i grandi, è un maestro. Perché, mi si dirà, “The Tree of Life”? Perché secondo me rappresenta, insieme ai successivi “To the Wonder” e “Knight of Cups”, l’anima, la “Weltanschauung” di un artista che esplora, attraverso una singolare tecnica cinematografica, quella “sottile linea rossa”, quelle segrete corrispondenze che legano l’uomo alla natura e, più in generale, a quella maestosità cosmica la cui solennità ridimensiona costantemente le “magnifiche sorti e progressive” cui l’uomo moderno sembra aver destinato la possibilità di una sua salvazione. Il tutto condito da una sorta, mi si passi il termine, “di panteismo cristiano”.

Tu mi parlavi attraverso di lei, mi parlavi dal cielo, dagli alberi, prima di sapere che ti amavo, che credevo in te” e ancora:

Le suore ci hanno insegnato che esistono due vie per affrontare la vita: la via della Natura e la via della Grazia. Tu devi scegliere quali delle due seguire. La Grazia non mira a compiacere se stessa, accetta di essere disprezzata, dimenticata, sgradita; accetta insulti e oltraggi. La Natura vuole solo compiacere se stessa e spinge gli altri a compiacerla. Le piace dominare, le piace fare a modo suo, trova ragioni d’infelicità quando tutto il mondo risplende intorno a lei e l’Amore sorride in ogni cosa”. Così recita la voce “off” con cui il regista introduce la storia di una famiglia piccolo borghese del Texas negli anni 50 di cui Jack (il Jack maturo è interpretato da Sean Penn) è il primogenito di tre figli, cresciuto tra l’amore incondizionato della madre (Jessica Chastain) e il dispotismo autoritario di un padre (Brad Pitt) che scarica sui figli la frustrazione vissuta per non aver raggiunto gli obiettivi prefissati (è un musicista mancato, come ama definirsi). “Ero in attesa che succedesse qualcosa e quel qualcosa era l’attesa”. Approcci diversi alla vita  che ricalcano il dualismo Grazia-Natura. Il conflitto padre-figlio è costante, si inserisce all’interno della dinamica tipica del complesso edipico (“Padre, Madre, voi lottate sempre dentro di me e lotterete sempre”) e segue le forme di un climax che vede l’apice nel desiderio del figlio di uccidere il padre (quando sta riparando la macchina Jack pensa di togliere il cric e farlo così morire schiacciato).

Collante della “storia” ed espediente narrativo per porre in evidenza la fragilità della condizione umana e dar vita così a quell’universo onirico di immagini in flashback di cui Malick si nutre per rendere esplicito il naufragio nel mondo dell’interiorità è la morte di uno dei tre figli. Tutto viene messo in discussione e nascono così le grandi domande esistenziali che percorrono in “off” l’intero film: la Bellezza del creato e la meraviglia e lo stupore che dovrebbero nascere nell’uomo dalla contemplazione del suo mistero, il perché del dolore, l’accettazione del dolore, (interessante, a tal proposito, uno dei sermoni del prete). Ma la “storia”, l’intreccio narrativo in “The Tree of Life” (quest’aspetto è più evidente in “To the Wonder” e in “Knight of Cups”) inteso come sviluppo coerente e conseguente di eventi, lascia il posto al tentativo di trasporre in immagini, con tutte le difficoltà del caso, l’inquietudine interiore di un io alla continua ricerca di se stesso.

Pensi che quando raggiungerai una certa età le cose inizieranno ad avere un senso. Poi scopri che sei perduto, come lo eri prima. Suppongo che questa sia la dannazione. I pezzi della tua vita non si riuniscono mai. Vengono solo…..sbattuti in giro”- (To the Wonder) In “The Tree of Life” tuttavia l’inquietudine dell’uomo e la sua ossessiva ricerca di senso non assume i contorni di una fatalità a cui egli debba rassegnarsi, di un destino inesorabile che fa dell’uomo una parte dell’ingranaggio, di un meccanismo a lui indifferente e, se vogliamo, ostile. Il “Ritorno a casa” per citare il titolo di un film di Manoel de Oliveira, è previsto; l’orizzonte c’è. Ineludibile allora il richiamo alla chiusa del film con la scena della “fine dei tempi”. Qual è il suo significato? Cosa rappresenta? E’ un luogo della mente? Del cuore?

Ma il titolo  del film rimanda ad una dimensione più ampia e così Malick ci offre, nei primi trenta minuti, immagini di rara bellezza (il tutto accompagnato da musiche altamente evocative) che narrano la genesi dell’Universo a partire dal Big Bang, la formazione del pianeta Terra sotto la spinta delle forze generatrici dell’acqua, del fuoco, del vento, lo sviluppo della vita, con il passaggio dagli organismi monocellulari a quelli pluricellulari, il dominio dei dinosauri e la loro conseguente estinzione. Inevitabile il richiamo al colossale “2001 Odissea nello spazio” sia per la tematica affrontata, con tutte le differenze del caso, sia per la collaborazione di Douglas Trumbull, già curatore degli effetti speciali nel film di Kubrick e chiamato in forze da Malick, insoddisfatto dei risultati estetici ottenuti con la tecnica del computer graphic. Gli ingredienti per definire “The Tree of Life” un capolavoro, a mio giudizio, ci sono tutti. Non mi soffermo volutamente, per la complessità a cui un tentativo di “raccontare” delle inquadrature andrebbe incontro, difficoltà che solo l’immagine, a differenza della parola, ha il potere e la forza di fare, sull’analisi di alcune scene, che vista la loro bellezza e il talento di cui sono espressione e che testimoniano un’enorme padronanza del linguaggio della settima arte andrebbero scandagliate meticolosamente (le ombre dei bambini che corrono giocando, la scena in cui si riprende la culla dove giace il secondogenito, con una serie di movimenti di macchina che permette ai  personaggi di entrare e uscire dalla scena, per non parlare dei numerosi simboli che sono sparpagliati qua e là – le varie aperture o passaggi, l’attico, la maschera nell’acqua, la fiamma misteriosa).

In conclusione vi esorto, qualora non l’aveste già fatto, a vedere il film citato. Vi anticipo che non sarà una passeggiata vista la complessità che caratterizza il cinema di Malick ma la sua bellezza ripagherà sicuramente la vostra pazienza e attenzione. Ah…….dimenticavo! Vi lascio con questa postilla tratta ovviamente dal film……

L’unico modo per essere felici è amare. Se non ami la tua vita passerà in un lampo. Fai del bene, meravigliati, spera”…

Posted by Marco D'Auri

Libero Blogger.

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