Siete riusciti a entrare, siete riusciti a entrare, siete riusciti a entrare. La cerimonia sta per cominciare…Vi dirò dell’angoscia e della perdita di Dio, vagando nella notte disperata. Qui fuori, nel perimetro, non ci sono stelle. Qui siamo strafatti, immacolati.”

Dionisiaco/Apollineo, Natura/Civiltà, Religione (intesa come Mito) /Scienza, Sogno/Realtà, Irrazionale/Razionale. Il linguaggio dei Doors è un costante tentativo di dar forma all’ineffabile, all’intuìto, al magico, all’ignoto che caratterizza i primi poli di queste opposizioni.
La cerimonia dunque può iniziare. Sta a noi riuscire ad entrare.

Dritto, profondo e largo è il passaggio che conduce dall’altra parte” (“The gate is straight, deep and wide. Break on Through to the other side”- Break On Through.) L’invito è ad allargare gli orizzonti della nostra coscienza a ciò che non è direttamente e immediatamente percepibile (“Che ne sapete se un qualunque uccello che taglia le strade dell’aria non è un immenso mondo di delizia chiuso dai vostri cinque sensi?”W. Blake, A Memorable Fancy- The marriage of Heaven and Hell). Los Angeles, metà anni 60. Sulla spiaggia di Venice Beach un Morrison timido e imbarazzato legge a Manzarek, suo compagno di studi alla UCLA, il testo di quella che sarà una delle hit dell’album Strange Days: “Moonlight Drive”.

E’ qui che tutto ha inizio…

Ray: “Le cose stanno per esplodere Jim, lo si sente nell’aria. Il mondo vuole combattere o scopare, amare o uccidere. Il Vietnam è là, dietro l’angolo. Bisogna scegliere da che parte stare. Brucerà tutto amico. Questo pianeta chiede urlando un cambiamento Morrison. Noi dobbiamo creare i Miti.”

Jim: “Dovrebbero esserci delle grandi orge come quando Dioniso è arrivato in Grecia. Per lui le donne sono impazzite, hanno lasciato le case e sono salite sulle montagne[…]

Ray: “Potremmo chiamarci Dioniso!”

Jim: “No, io un nome ce l’ho: i Doors

Ray: “Vuoi dire le porte della mente, il libro di Huxley

Jim: “Le porte della percezione, l’acido. Quando le porte della percezione saranno purificate all’uomo tutto apparirà come realmente è: infinito. E’ William Blake

(The Doors, O. Stone 1991).

Il nome della band vuole essere allora un Manifesto, una dichiarazione di intenti. Come fosse una spugna imbevuta d’acqua: se la si strizza ecco uscirne fuori Nietzsche, Blake, Rimbaud, Huxley, tutto quell’universo letterario che ripudia l’oggettivo, il sensibile, l’apparenza ed eleva il soggettivo, il mitopoietico, la visione a principi gnoseologici. Cultura Classica, Romanticismo, Simbolismo, Esistenzialismo (in “Riders On The Storm”  lo “scagliàti su questo mondo come un cane senz’osso, come un attore sul palcoscenico” è la parafrasi del concetto dell’esserci di Sartre come totale libertà e responsabilità dell’agire umano). Si tratta di squarciare il “Velo di Maya” che si frappone tra la cosa e la sua essenza, come un bambino curioso che voglia vedere cosa nascondono i paraventi che circoscrivono la rappresentazione del mondo. La difficoltà, quasi a minimizzarne la portata, è tutta qui. Come rendere percepibile musicalmente tutto questo?

Risiede qui la cifra che contraddistingue i Doors e li isola, per usare una “forzatura”, da ogni contesto, da ogni mero tentativo di classificazione che intenda etichettarli musicalmente. E’ la loro poetica a svincolarsi ontologicamente dalla pretesa di rinchiuderli entro le gabbie di ciò che è circoscritto e definito. C’è il blues, il rock, la psichedelia, il flamenco, il jazz ( Coltrane e la sua “My Favorite Things”, a cui il gruppo si ispira nelle improvvisazioni di “Light My Fire”); i Doors però hanno qualcosa in più e il risultato è un amalgama unica ed irripetibile.
When The Music’s Over” e “The End” sono i caposaldi irrinunciabili su cui si fonda la filosofia sciamanica dei Doors. Lo sciamano “è l’uomo della medicina degli Indiani. Lui grazie al peyote va in trance e scava sempre più in fondo e ha una visione. Tutte le culture ne hanno una. I Greci avevano il teatro e gli Dei…” (The Doors. O. Stone, 1991).

E’ lì che bisogna riuscire a entrare e le esibizioni dei quattro non sono che una cerimonia che si prefigge come scopo la rottura della convenzionale separazione tra pubblico e palco, tra attori e spettatori, nell’ intento di intorpidire la coscienza che l’individuo ha di sé, quello che filosoficamente parlando si potrebbe definire “principium individuationis”. Dal vivo le esecuzioni, mai uguali,  non sono semplici riproposizioni, schematiche ripetizioni, come se la differenza tra l’ascolto intimo e lo show non risieda che nella presenza fisica del gruppo. Direi piuttosto che i Doors si sarebbero dovuti sentire dal vivo. Qui danno il meglio. Ti tirano dentro. Si ha l’impressione di non assistere ad un concerto bensì ad una rappresentazione teatrale. E’ un’esperienza totalizzante. La musica non è semplicemente la percezione sensoriale dei suoni. Il suono è linguaggio. E’ significazione. La batteria di Densmore, che lui suona dandogli la valenza di strumento melodico e non semplicemente ritmico, descrive, sottolinea, puntualizza, parla nel vero senso della parola: è umanizzata. Se si immaginano le parole di Morrison come risuonare dalle profondità dell’inconscio, le risposte timbriche di Densmore ne sarebbero l’eco. La batteria è molto più legata alla voce di quanto non avvenga solitamente e questo anche per il fatto che l’armatura ritmica del basso (manca il basso elettrico e Manzarek suona il Fender Rhodes Piano Bass) è ridotta all’osso.

E’ sincopata, dando continuamente il senso di un incespicare, di un balbettare. E’ questa l’impressione che si ha se si ascolta l’intro di “When The Music’s Over” versione studio. La batteria sembra descrivere i movimenti di un ubriaco che a tentoni cerca di appoggiarsi per trovare un equilibrio. La chitarra di Krieger, grazie all’uso del fuzz e dello slide stride, urla, graffia. A volte sembra una sirena, un enorme megafono che distorce e amplifica. In “The End” evoca il deserto, il viaggio. Rievoca la cultura degli Indiani d’America e i loro riti. Il cembalo di Densmore suggerisce l’immagine di un serpente a sonagli che sa di ancestrale e di primitivo. Il serpente incarna l’inconscio, la parte più oscura e allo stesso tempo più genuina dell’essere umano, il sommesso, il nascosto, l’ombra. Accumulazione e liberazione, contrazione e rilascio. Lo sviluppo musicale  ricalca le forme di una manifestazione epilettica che nasce, si sviluppa e muore. Il corpo del brano comincia a irrigidirsi, si contorce, gli spasmi si fanno frequenti e le convulsioni prefigurano l’apice del dolore. La tensione cresce, l’ascoltatore è in attesa e percepisce l’imminenza di qualcosa che ha da venire.

Qualcosa sta per accadere…..“Father? Yes son? I want to kill you. Mother, I want to…
La narrazione dell’incesto e del patricidio è di derivazione classica e riecheggia la vicenda dell’ “Edipo Re” di Sofocle.  Interessante l’interpretazione che ne dà Nietzsche nella “Nascita della Tragedia” e che forse Morrison riprende in “Feast of Friends” (“Finchè nell’altra sua fauce l’incesto non appare e scioglie l’obbedienza ad una legge vegetale”- An American Prayer, Feast of Friends). Per Nietzsche solo contrastando la Natura mediante ciò che è innaturale si può costringere questa a svelare i suoi segreti (Prometeo è colui che, come Edipo, forza la Natura rubando il fuoco agli Dei). In “When The Music’s Over” il basso è ipnotico e le note del Gibson di Manzarek sembrano introdurre le trame di quello che assomiglia ad un rito d’iniziazione, un dionisiaco invito a perdersi in un isterismo collettivo. Le sfumature emotive cui riesce a dar voce Morrison vanno dalla seduzione all’aggressività, dalla rabbia al sarcasmo. Si percepisce, in maniera quasi tattile, la straordinaria coesione artistica nello sviluppare il loro linguaggio. In tal senso non noto una “egemonia” di Morrison rispetto agli altri componenti, spesso avanzata, come se i Doors (è fuorviante usare il termine per indicare gli altri componenti, Jim escluso) fossero la cornice entro cui risalterebbe l’immagine, in rilievo, del Morrison cantante.

Si sa, i grandi gruppi si alimentano del mito, dell’ icona e in questo caso la condotta trasgressiva del “Re Lucertola” aiuta a perpetuare l’immagine della band. Ma se vogliamo usare il simbolismo del “dipinto” di cui Morrison sarebbe il soggetto allora i Doors non possono esserne la cornice ma la tela che fornisce fisicità al dipinto stesso. “Si, ma Morrison era prima di tutto un poeta”. Certo, era anche un poeta ma, in primo luogo, era il cantante dei Doors. Se non fosse stato il cantante dei Doors, se avesse deciso di incidere nella storia affidandosi al solo estro poetico probabilmente oggi sarebbe uno sconosciuto e noi non avremmo avuto modo di conoscerlo anche come poeta se non l’avessimo prima conosciuto come cantante.

Solo così si sono potute apprezzare in pieno le sue doti artistiche. E’ legittima l’insofferenza che esprimeva riguardo  la feticizzazione della sua immagine che ne faceva una bambola rock ad uso e consumo delle masse. Ma ragionando “a posteriori” è proprio quella visione riduttiva ed esageratamente iconica che ha permesso poi al tempo di restituirgli gli allori come poeta. Ciò che l’ha ucciso lo ha poi riabilitato. A quanto pare, ripensando a quel colloquio sulla spiaggia di Venice Beach, una decisione è stata presa; si è scelto da che parte stare ed oggi, quegli anni, sembrano caricarsi di una particolare nostalgia. Le cose stanno ancora per esplodere e lo si sente nell’aria forse ancor più di allora. E non è più il sogno, l’utopia, ad innescare la miccia ma la disperazione e la disillusione di un mondo che forse poteva essere diverso. Ma la storia la scrivono i vincitori e gli sbandati hanno perso per citare uno dei dialoghi de “Il grande Lebowskidei fratelli Coen.
La vostra rivoluzione è finita Signor Lebowski, condoglianze. Gli sbandati hanno perso, gli sbandati perderanno sempre”. Perciò quando la musica è finita non resta altro da fare che spegnere la luce. “When The Music’s Over turn out the lights”.

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Riferimenti alla discografia dei Doors

The Doors 4/01/1967:
Break On Through, Light My Fire, The End.

Strange Days 25/09/1967:
Moonlight Drive, When The Music’s Over.

L. A. Woman 04/1971:
Riders On The Storm.

An American Prayer 17/11/1978:
Feast of Friends.

Citazioni bibliografiche dell’autore

William Blake: “The marriage of Heaven and Hell”, 1790.

Suggerimenti bibliografici dell’autore

Friedrich Nietzsche: “Die Geburt der Tragodie”, 1872.

Sofocle: “Edipo Re”, V sec. A.C.

Film citati dall’autore

Oliver Stone: “The Doors”, 1991.

Joel and Ethan Coen: “Il grande Lebowski”, 1998.

Posted by Marco D'Auri

Libero Blogger.

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