Disuguaglianze natalizie: Natale A, Natale B e Natale C

 

Nel nostro “deposito” psichico abbiamo un solo moralistico Natale: il Natale del “siam tutti più buoni”, ma in realtà ci sono tre sottocategorie: il raffinato e elitario Natale A, l’inossidabile dimensione statica e ripetitiva del Natale B e la necessaria presenza del Natale C, che ha come funzione quella di placare subdolamente i rimorsi di coscienza degli “abitanti” del Natale A e B. Premessa: nessuno di questi “natali” ha un lieto fine, ma rappresentano una trappola costante ed equilibrata che protegge irrevocabilmente da qualsiasi costruttivo cambiamento.

Leggi tutto “Disuguaglianze natalizie: Natale A, Natale B e Natale C”

Siamo custodi di noi stessi

 

Da qualche anno orami non è difficile imbattersi, leggendo i giornali, ascoltando i Tg, spulciando su internet, di disastri ambientali più o meno seri che colpiscono l’Italia ed il Mondo: piogge torrenziali che si abbattono in luoghi certamente più piovosi di altri, che comunque eccedono la norma dei millimetri previsti; zone calde che raggiungono picchi sempre più elevanti che associata ad una minore piovosità costantemente in decrescita, desertifica vastissime zone. Ed ancora tifoni ed uragani che si spingono molto più a Nord rispetto a dov’era la norma, le calotte dei Poli che si assottigliano dalle quali blocchi grande quanto regioni italiane si staccano, vagando negli Oceani; animali che si estinguono per il puerile agire avido dell’uomo e di qui in avanti.

Già, l’uomo, la creatura che fa, ed ha fatto, dell’intelligenza la sua arma di difesa più potente per sopravvivere ad animali feroci ed alle avversità naturali, quella stessa intelligenza che spesso usa contro la vita, la sua compresa. Facendo delle semplici considerazioni, è possibile comprendere la severa situazione in cui ci troviamo, le cause e le conseguenze. Partiamo per dalle basi, dai cicli biogeochimici – quelli che auspicabilmente ognuno di noi conosce, affrontati a scuola fin dalle elementari -. Prenderemo in riferimento esclusivamente quelli gassosi per una questione di brevità.

Non possiamo che iniziare dall’acqua, senza la quale la vita sarebbe impossibile, essendo un ciclo il bilancio deve essere pari a 0 altrimenti qualcosa sta andando storto. L’idrosfera, cioè tutta l’acqua presente sulla Terra in tutti i suoi stati di aggregazione (solida, liquida e gassosa), rende possibile tale ciclo. L’acqua evapora (da liquida diventa gassosa) per effetto dei raggi solari, raggiunta poi una certa quota altimetrica, condizioni di pressione e temperatura adeguate rendono nuovamente il vapore liquido o addirittura solido, ricadendo al suolo; dal suolo l’acqua si infiltra, scorre, crea movimenti carsici e si accumula nuovamente. Come tutti sappiamo però c’è un aumento nell’atmosfera della componente gassosa, cioè del vapore acqueo, che non permette ad una parte sempre più rilevante di energia solare, una volta attraversati i vari strati dell’atmosfera terrestre, di uscirne. Certo non è solo il vapore acqueo che non permette tale passaggio ma è sicuramente uno degli ingredienti principali.

Ovviamente il vapore acqueo, come tutti gli ingredienti della natura, di per sé non è dannoso, nella giusta quantità è fondamentale, permette alla Troposfera di mantenersi ad una certa temperatura permettendo la vita, è la base per ogni forma di precipitazione al suolo di acqua e, non ultimo, concorre a regalarci albe o tramonti meravigliosi. Il problema sorga quando è in eccesso, come nel nostro caso. La domanda: è come mai è in eccesso? O anche da dove proviene l’eccedere di molecole gassose di acqua? Una delle fonti è la reazione di combustione dei carburanti: i combustibili fossili sono molecole composte da atomi di carbonio (C) e di idrogeno (H), combinandosi con l’ossigeno (O) si produce ovviamente energia, ma anche anidride carbonica (CO2) e acqua (H2O) entrambe in forma gassosa. Il gioco è fatto, nell’atmosfera di accumulano queste molecole che di per sé non sono nemici della vita come spesso si sente dire, il problema è solo il loro eccesso. Ma restiamo all’acqua. L’altra fonte che produce eccesso di vapore sono le torri di raffreddamento delle centrali in cui si produce energia per le attività umane.

Leggendo sin qui lo scritto, si potrebbe subito pensare che chi scrive sia un simpatizzante della decrescita felice. Al di là di questa categoria, credo che più che di crescita o decrescita si debba parlare di azioni responsabili, nuove strategie di produzione di energia ed un’intelligente sviluppo umano intessuto armonicamente nella trama del mondo circostante, senza il quale la sua stessa vita è destinata a terminare presto. Ovviamente il problema dell’acqua non finisce qui, come tutti sappiamo solo una piccola parte – il 3% – di questa è dolce, cioè utilizzabile dall’uomo e quindi potabile. Di questa percentuale il 70% è bloccata nei ghiacciai e, senza sconfinare troppo nei numeri, ci si accorge che è davvero un bene prezioso. L’uomo ovviamente non si risparmia e ne usa molta di più del necessario:

 

  • un americano ne usa quasi 2 milioni di litri all’anno,
  • un italiano quasi 1 milione,
  • un africano arriva a mala pena ad un decimo.
  • 1,2 miliardi di esseri umani non possono bere quotidianamente acqua potabile,
  • 2 milioni dei suddetti muoiono per cause legate a scarsità o patologie infettive.

 

Per l’uomo occidentale è diverso, l’acqua è all’apparenza abbondante, può permettersi di ipersfruttarla sia nella vita domestica che per altre attività. Non potendo prendere in considerazione tutte le attività umane, cercherò di analizzare solo quelle che riguardano il quotidiano di ognuno di noi. Iniziano dal bagno: per lo sciacquone si potrebbe istallare una vasca di raccolta per l’acqua piovana; le docce sono da preferire ai bagni in vasca e comunque brevi, 5-6 minuti al massimo sono sufficienti. Per le varie toilettature da lavandino chiudiamo il rubinetto mentre facciamo altro, anche un minuto è molto se fatto da tutti. Sono utili i frangigoccia che riducono gli sprechi. Lo stesso vale per la cucina cerchiamo di ridurre gli sprechi: evitando lavandini gocciolanti, o acqua che esce senza sosta per fare i piatti, meglio una piccola ciotola con un po’ d’acqua calda e sapone ed un veloce risciacquo. Poi passiamo al cibo, non quello cotto in casa, ma al cibo prodotto: quanta acqua occorre per produrre un cibo X? Di seguito propongo un breve elenco esemplificativo dal quale ognuno trarrà le sue conclusioni. Si prenderà in esame l’Impronta idrica, cioè l’intervallo di L/Kg utilizzati:

 

  • Ortaggi da 0 a 240 L/Kg (stagionalità e zone di coltivazione);
  • Frutta da 50 a 900 L/Kg (stagionalità e zone di coltivazione);
  • Latte 1000 L/L;
  • Cereali in genere attorno ai 1500 L/Kg;
  • Legumi da 0 a 3000 L/Kg (aumentano i litri per quelli in scatola, non per i secchi o freschi);
  • Uova 3000 L/Kg;
  • Formaggi 6500 L/Kg;
  • Carni 15000 L/Kg.

Basta poco per capire quanto sia importante quello che mangiamo per far fronte al consumo di acqua, cercando di limitare (non escludere) i cibi che richiedono lo sfruttamento eccessivo di tale risorsa e privilegiare quelli a basso impatto idrico. Il messaggio di questo piccolo contributo è quella di riflettere sulle nostre azioni, ricordandoci che il mondo è di tutti, soprattutto delle future generazioni alle quali stiamo preparando un terreno terribile da lavorare e su cui vivere, ed essendo un patrimonio comune l’azione di uno ricade sugli altri. Quindi riflettiamo, informiamoci e agiamo con consapevolezza in ogni momento e con rispetto.

Nel mondo della Sibilla

E d’improvviso mi sono ritrovato immerso nelle nubi, il passo leggero ma mai troppo sicuro, i passaggi vertiginosi si alternano a scorci da meraviglia. Ora nubi, ora schiarite, discese e risalite, ripidi pendii e vette che si avvicendano. Queste sono le impressioni di una mattinata nei Monti Sibillini, immerso tra la Sibilla e Cima Vallelunga, questo è un racconto che chiunque, anche chi non ha mai calpestato la terra in quei luoghi o non è mai stato in montagna, può sentire dentro di sé: può sentire la fatica pungerti i calli che faticano ad andarsene, il sole che picchia la testa e poi, d’improvviso, il cielo che muta e dalla vale sale un vento che addensa l’aria dinnanzi ai tuoi occhi, come un fumo che sale su dal nulla.

E le nubi, che paiono seguire un ritmo sconosciuto, si rapprendono sempre più fitte, abbracciandosi l’una all’altra avvolgendo ogni cosa, privandoti dell’orizzonte che fino ad un attimo prima baciava i tuoi occhi. Ti pare di vedere un amore incomprensibile, per te che cerchi di scrutare oltre rivolto verso il punto più lontano dell’orizzonte, che ora ti ritrovi a guardare ad un paio di metri dal tuo naso. Preso dall’amarezza scopri pian piano fiori, piante ed animali invisibili, gli insetti prendono vita e cambiano i colori del paesaggio circostante. Ora ti accorgi di cose accanto a te che non avresti mai visto, lasciandole cadere nell’indifferenza, impegnato come eri nel guardare l’orizzonte perdersi fino al mare.

Un brulicare di salti, e frusciare dell’erba bassa che si muove rendendo visibili le onde del vento che si imprime fresco e pungente come sottofondo, usando toni acuti ed altri più gentile. Le pietre ora bianche e levigate, ora rosse e taglienti, la terra è di un marrone scuro che par quasi nera ed il rumore dei tuoi passi sembra tremendamente vicino. Le nubi, che oscurano l’orizzonte, donano ai loro visitatori la possibilità di una diversa intimità con loro stessi: il respiro è più denso e vicino, come se rientrasse dentro la bocca rimbalzando sulla spessa coltre di vapore, i movimenti sono più circoscritti per non riempire l’aria con lo strepito delle superfici della giacca che si strusciano l’una all’altra. Si sente la presenza di ogni cosa più nitidamente, vivida e il silenzio le rende più impresse.

Da un certo punto in poi si è sempre sopra i 2000 m e puoi concederti il lusso di sentirti piccolo ed inerme, avvolto in un grande organismo che respira e pulsa come te, di cui anche tu sei respiro e pulsazione. E lì, immerso tra le nuvole, sogni per un attimo di volare osservando la vallata a picco sotto i tuoi piedi ora visibile, ora invisibile, sorvolando anche le tue piccole ma grandi cose quotidiani che spesso appesantiscono i tuoi giorni. Tutto si fa piccolo e lontano, un suggerimento vivo da portare con sé al ritorno.

Scoprire o riscoprire questi luoghi, vicini o lontani che siano, queste montagne misteriose quali sono i Sibillini, è un invito che faccio a tutti. Luoghi magici animati da legende senza tempo: grotte, fate, oracoli e storie che si mescolano a scorci e da brividi, avvolti dalla nebbia e dal silenzio. Un mondo sospeso sopra ai 2000 che non sembra risentire dello scorrere del tempo, un’esortazione costante al raccoglimento che buca ogni istante, ogni passo, ogni respiro. E d’improvviso mi sono ritrovato immerso nelle nubi, il passo leggero ma mai troppo sicuro, i passaggi vertiginosi si alternano a scorci da meraviglia. Ora nubi, ora schiarite, discese e risalite, ripidi pendii e vette che si avvicendano.

Queste sono le impressioni di una mattinata nei Monti Sibillini, immerso tra la Sibilla e Cima Vallelunga, questo è un racconto che chiunque, anche chi non ha mai calpestato la terra in quei luoghi o non è mai stato in montagna, può sentire dentro di sé: può sentire la fatica pungerti i calli che faticano ad andarsene, il sole che picchia la testa e poi, d’improvviso, il cielo che muta e dalla vale sale un vento che addensa l’aria dinnanzi ai tuoi occhi, come un fumo che sale su dal nulla.

E le nubi, che paiono seguire un ritmo sconosciuto, si rapprendono sempre più fitte, abbracciandosi l’una all’altra avvolgendo ogni cosa, privandoti dell’orizzonte che fino ad un attimo prima baciava i tuoi occhi. Ti pare di vedere un amore incomprensibile, per te che cerchi di scrutare oltre rivolto verso il punto più lontano dell’orizzonte, che ora ti ritrovi a guardare ad un paio di metri dal tuo naso. Preso dall’amarezza scopri pian piano fiori, piante ed animali invisibili, gli insetti prendono vita e cambiano i colori del paesaggio circostante. Ora ti accorgi di cose accanto a te che non avresti mai visto, lasciandole cadere nell’indifferenza, impegnato come eri nel guardare l’orizzonte perdersi fino al mare.

Un brulicare di salti, e frusciare dell’erba bassa che si muove rendendo visibili le onde del vento che si imprime fresco e pungente come sottofondo, usando toni acuti ed altri più gentile. Le pietre ora bianche e levigate, ora rosse e taglienti, la terra è di un marrone scuro che par quasi nera ed il rumore dei tuoi passi sembra tremendamente vicino. Le nubi, che oscurano l’orizzonte, donano ai loro visitatori la possibilità di una diversa intimità con loro stessi: il respiro è più denso e vicino, come se rientrasse dentro la bocca rimbalzando sulla spessa coltre di vapore, i movimenti sono più circoscritti per non riempire l’aria con lo strepito delle superfici della giacca che si strusciano l’una all’altra. Si sente la presenza di ogni cosa più nitidamente, vivida e il silenzio le rende più impresse.

Da un certo punto in poi si è sempre sopra i 2000 m e puoi concederti il lusso di sentirti piccolo ed inerme, avvolto in un grande organismo che respira e pulsa come te, di cui anche tu sei respiro e pulsazione. E lì, immerso tra le nuvole, sogni per un attimo di volare osservando la vallata a picco sotto i tuoi piedi ora visibile, ora invisibile, sorvolando anche le tue piccole ma grandi cose quotidiani che spesso appesantiscono i tuoi giorni. Tutto si fa piccolo e lontano, un suggerimento vivo da portare con sé al ritorno.

Scoprire o riscoprire questi luoghi, vicini o lontani che siano, queste montagne misteriose quali sono i Sibillini, è un invito che faccio a tutti. Luoghi magici animati da legende senza tempo: grotte, fate, oracoli e storie che si mescolano a scorci e da brividi, avvolti dalla nebbia e dal silenzio. Un mondo sospeso sopra ai 2000 che non sembra risentire dello scorrere del tempo, un’esortazione costante al raccoglimento che buca ogni istante, ogni passo, ogni respiro.

Sempre più collegati, sempre più distanti

Questo articolo è stato pubblicato su Il Conformista il 22 marzo 2016.

La tua vita è profondamente cambiata, lo senti. Lo percepisci dentro e a attorno a te, e senti che questo cambiamento presenta qualcosa di grave. Te ne accorgi perché sei costantemente distratto, e accorgersi della propria distrazione è una frustrazione latente per te, un fiume carsico, che risale alla tua memoria solo quando l’ha completamente solcata, e spazzata via, rimpiazzandola con una sensazione distonica che avverti quando uno schermo ti fissa, e sfrigola, perché privo di un canale di riferimento.

Quello sfrigolio, ti rimanda alla frammentazione che vivi ogni giorno, in un’altra realtà, una dimensione parallela chiamata social network, e che ha la pretesa di sostituirsi all’altra di realtà, quella più sbiadita, quella che invece dovresti assaporare, sentire e toccare: vivere con tutto te stesso. Uno sciame d’episodi invade il tuo spettro visivo, scorrendo dal basso verso l’alto, come una testata infinita piena zeppa d’informazioni; un rullo magnetico ingannatore che con tutte quelle sue immagini “seducenti” ti sta pian piano trasformando in un consumatore seriale, e silenzioso: un consumatore furtivo di vite altrui.

In questo mondo strano, anche la tua vita è in pasto al consumo degli altri, e diventa ogni giorno un lungo e tedioso episodio spacchettato: i suoi singoli segmenti devono essere da te incorniciati, pubblicati e resi visibili, altrimenti puoi dire di non averli mai vissuti prima, rischiando di perdere memoria di loro. Quella mancanza di memoria che avverti dietro l’angolo, e che fuggi continuamente, dipende da un tuo automatismo acquisito; dalla tua costante esposizione a quella che oggi viene definita “ipertrofia informativa”: una mole esorbitante d’informazioni priva di senso, e che arriva da tutte le epoche e da tutte le parti, senza indicazioni rassicuranti.

Fuggi dunque la mancanza di memoria creando altra memoria. Metti costantemente in circolo le tue immagini, le tue informazioni, molte versioni di te, non sapendo però che sono proprio questi tuoi “pacchetti di memoria” a causarti l’amnesia. Sudi dimenticanza da tutti i pori, e sei nel bel mezzo di un cortocircuito a catena. Ti distanzi da te, e da tutti gli altri, pur continuando a rincorrere te e tutti gli altri.

Il tempo e lo spazio, allora, si sono modificati. La loro percezione ti risulta forte e debole al contempo. Il primo non ha una linearità, ed è composto da tanti punti dispersi che si collezionano a casaccio (passato e presente convivono); il secondo invece aggrega tutto assieme – esperienze, luoghi, persone – per poi catapultarlo verso una lontananza ignota, verso un dimenticatoio globalizzato.

In questo scenario, non puoi esimerti dall’offrire e dal consumare anche tu una promessa di simultaneità, d’istantaneità, che è solo una tra le tante “promesse spot” che oggi viviamo avidamente, e poi non vengono mantenute, perché – come dice una citazione trovata in quel rullo virtuale – “[i media], a cominciare da Internet, tendono a modificare la nostra percezione del tempo. Infatti, determinano un effetto di natura paradossale: in apparenza promettono di raggiungere la simultaneità e l’istantaneità, ma in realtà proiettano in una dimensione che è quella del già avvenuto. E indeboliscono il valore di tutto quello che registrano affinché possiamo evitare di ricordarlo. Vale a dire che il presente, attraverso la fissazione, è privato del suo vero valore.” (Vanni Codeluppi).

Quando le chiamate erano a gettoni il tempo era un bene prezioso: donava valore. Le chiamate illimitate hanno cancellato quel valore, e lo schermo delle chat – che “protegge” le nuove generazioni dall’ansia da chiamata – non lo prende più neppure in considerazione: ora, siamo tutti irrimediabilmente collegati.

Così accade che meno siamo collegati e più siamo vicini. E più siamo collegati e meno viviamo quel valore che è l’attesa, perché l’illusione di essere più vicini di prima, disponibili sempre, sta edificando silenziosamente le nostre nuove distanze solitarie.

Ma che cosa sono oggi le distanze? Esistono davvero? Sono quel resto che realmente mi separa da qualcos’altro? o sono solo quelle parti che stanno al di là e non riesco a toccare o sentire? E se le sentissi lo stesso, quelle parti lontane, che cos’è allora la realtà? è solo quella che calpesto e percorro? o è anche quella che percepisco, che sento comunque vicino a me, pur avendo solo in mano uno schermo freddo?

In effetti, i media digitali danno l’impressione di eliminare le distanze: le percepiamo come nulle. In questo modo può dispiegarsi la spettacolarizzazione del tutto, e di noi stessi: il privato si fonde col pubblico, e quest’ultimo pian piano scompare, sgretolandosi: l’intimità viene deflorata. L’anonimato dello schermo ci protegge dalla mancanza di riguardo, e di rispetto. Il rispetto possiede un riguardo, una distanza, un volgere lo sguardo altrove; lo spettacolo no. Abbiamo perso le distanze e il rispetto.

Ma perdendo il rispetto perdiamo anche la vicinanza, il gioco reciproco, e il rimando vicendevole che ci unisce, e che contribuisce a creare quella fiducia che non riusciamo più a trovare da nessuna parte. Quindi fomentiamo altre distanze, quelle esistenziali: siamo soli e sfiduciati, ma affascinati e sedotti dai nostri spettacoli; siamo aggressivi e senza rispetto, ma poi ci lamentiamo perché non riceviamo comprensione e fiducia.

In definitiva, forse si sono annullate delle distanze, ma ne abbiamo create di nuove. Stanno cambiando le relazioni e i nostri comportamenti, ma non riusciamo a rendercene conto. Come afferma il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, “arranchiamo dietro al medium digitale che, agendo sotto il livello di decisione cosciente, modifica in modo decisivo il nostro comportamento, la nostra percezione, la nostra sensibilità, il nostro pensiero, il nostro vivere insieme. Oggi ci inebriamo del medium digitale, senza essere in grado di valutare del tutto le conseguenze di una simile ebbrezza. Questa cecità e il simultaneo stordimento rappresentano la crisi dei nostri giorni.”

Probabilmente, tutto questo, ha a che fare con la caducità di ciò che viviamo, di ciò che si spegne prima ancora di mettersi in moto. E ha a che fare anche con il tempo, che ci appare veloce e sfuggente, immerso com’è in un eterno presente che ci inchioda alle tante scelte da poter compiere; che ci immobilizza sulle miriade di possibilità ancora sconosciute che si stagliano sui nostri (smarriti) orizzonti di senso.

Ma non è il tempo ad essere diventato veloce. Quello è solo l’allenamento forzato delle nostre percezioni, che essendo continuamente infarcite d’inutili steroidi si spengono, fino a collassare. È quindi l’illusione della simultaneità per ogni cosa, “il tempo reale e trasparente”, che toglie il ritmo alla calda attesa, alla cerimonia rituale delle relazioni (non delle “transazioni”), e all’irta pazienza che tramonta piano dietro i monti… Tutte cose che, diversamente, riescono ad alimentare quella percezione del tempo che non si preoccupa inutilmente di quello che ancora non c’è, ma lo vive, sedimentandolo con cura nella nostra preziosa memoria confortante.

[su_divider divider_color=”#1f32c9″ link_color=”#0c0101″ size=”6″ class=”1″]

Suggerimenti bibliografici dell’autore

Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, nottetempo, 2015.

Vanni Codeluppi, Tempo, Doppiozero, 2016.