Dante, Farinata e la politica italiana

Rileggendo ad cazzum l’incontro tra Dante e Farinata degli Uberti nel canto X dell’Inferno ho avuto l’impressione che gli inferi non fossero poi così male: un certo senno, un briciolo di coscienza e un barlume di consistenza morale sembrano essere presenti in ciascun dannato dantesco e, che manchi, invece, proprio qui, tra i vivi, soprattutto italiani. Non si può scorgere in questo episodio lo stesso ondulare che come un mantra si ripete nelle tribune politiche televisive? Non è forse un dramma politico che oppone due altere fazioni l’occorso tra il Sommo Poeta e il sagacissimo Farinata? E non è forse quello che accade oggi, quando politici di schieramenti diversi battagliano come ragazzini per chi ha ragione o torto sui diversi temi della politica italiana? Con una differenza, però. Una differenza così sostanziale che preferirei di gran lunga il sanguinario e soldatesco Farinata degli Uberti a tutta la schiera dei molli e apatici rappresentati politici che mestamente abbiamo eletto.

Vediamo di che cosa sto parlando:

Farinata era un aspro ghibellino sui trenta; forte, astuto, profondo esperto militare e politico. Osservando i cronisti dell’epoca possiamo crearci l’immagine di un uomo tutto d’un pezzo, assertivo, decisionale. Manente, questo il suo vero nome, deve il soprannome di “Farinata” ad una pizza di farina cotta nell’acqua. Sotto il suggerimento di Virgilio, Dante si avvicina all’avello aperto di Farinata, il quale si era già eretto col petto in fuori in spregio a tutto l’inferno mostrando anche negli inferi di che dura pasta era fatto.

 

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?

Vedi là Farinata che s’è dritto:

da la cintola in sù tutto ’l vedrai».

 

Io avea già il mio viso nel suo fitto;

ed el s’ergea col petto e con la fronte

com’avesse l’inferno a gran dispitto

 

Senza timori Dante si fa conoscere, nominando i suoi avi e la sua casata smascherandosi come guelfo, iniziando una querelle degna di un talk-show televisivo nel quale i politici si affrontano rinfacciandosi gli uni gli altri le proprie disavventure. Farinata infatti gli rammenta immediatamente la doppia cacciata da Firenze per sua mano: quella del 1248 e quella, decisamente più sanguinosa, del 1260 nella battaglia di Montaperti sul fiume Arbia, dove i Guelfi vennero praticamente ridotti in poltiglia. Da parte sua Dante controbatte sarcasticamente che la sua fazione ha sempre fatto ritorno a Firenze cosa che non si può dire dei Ghibellini della casa degli Uberti. “Quest’arte del ritornare” è una mancanza che Dante fa pesare a Farinata.

 

poi disse: «Fieramente furo avversi

a me e a miei primi e a mia parte,

sì che per due fiate li dispersi».

 

«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,

rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata;

ma i vostri non appreser ben quell’arte».

 

Non è forse una schermaglia tra politici? Quante volte onorevoli di ogni partito ben piantati su quelle terribili sedie da studio televisivo, color sedia da studio televisivo con lo schienale da postura da studio televisivo, si son dati battaglia a suon di rinfacciamenti di ogni sorta? Forse è così che funziona. Forse fa parte del gioco questa tetra schermaglia tra partiti che ratifica soltanto il rito delle parti senza risolvere nulla. Eppure tra Farinata e Dante c’è qualcosa in più, c’è qualcosa che va oltre la semplice eristica avvicinandoli profondamente e disgelando la situazione.

Qual è questa cosa?

È Firenze naturalmente, la loro amata città. L’amore per la bella Firenze è così forte da scalfire e rompere la cortina faziosa nella quale entrambi si riparano. Firenze annega l’ideologia e il carattere aggressivamente partigiano dei due soldati politici. Perché oltre le loro idee, al di sopra dei loro colori, più in alto della propria visione politica c’è la città, la polis, da cui deriva, appunto, “politica”. Entrambi riscoprono il vero senso, ormai quasi dimenticato, dell’essere stesso della politica. Dopo la violenta vittoria a Montaperti, il legato del re convoca a Empoli i ghibellini toscani ordinando per notifica regia di radere al suolo Firenze. Come spiega magistralmente Vittorio Sermonti, solo Farinata – immagino ergendosi con fierezza come si è erto all’inferno con Dante – «dopo aver motteggiato un po’ in dialetto dichiara che finché sentirà la vita scorrergli in corpo, difenderà la patria con la spada, foss’anche contro i suoi commilitoni. E l’ultima parola è la sua».

 

«Ma fu’ io solo, là dove sofferto

fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,

colui che la difesi a viso aperto».

 

Farinata sta dicendo che contro Firenze non si va; contro la polis al diavolo il partito, le fazioni e le ideologie. L’amore per l’amata Firenze è motivo per combattere i propri alleati e mettersi, addirittura, contro il re Manfredi. Questo è il motivo profondo, sostanziale, la radice ultima e infinita che al di là di tutte le barriere e di tutte le opposizioni faziose accomuna Dante con Farinata: l’amore per Firenze, da proteggere e innalzare come la donna tanto cara ai cantori del dolce stil novo. È la città, la polis, il vero nocciolo duro della politica. È quindi la nazione, l’Italia e i suoi cittadini che dovrebbero avvicinare, accordare, far muovere verso un obiettivo comune le varie forze in campo. L’Italia dovrebbe essere il motore immobile che attrae e insieme orienta la rotta di navigazione come la stella polare. L’Italia dovrebbe essere la madre che dissolve i dissidi e fa superare le divergenze per un più alto bene comune, materiale e spirituale. Dante e Farinata potevano ammazzarsi se si fossero incontrati in vita, ma su Firenze e per Firenze avrebbero dato tutto il loro essere, perché Firenze era la cosa più nobile e importante. Purtroppo, non ho la stessa sensazione quando osservo i miei onorevoli rappresentanti discutere e confrontarsi in televisione. E voi?

[su_divider divider_color=”#1f32c9″ link_color=”#0c0101″ size=”6″ class=”1″]

Suggerimenti bibliografici dell’autore:

  1. Alighieri, Divina Commedia, Editrice La Scuola, Brescia 197915.
  2. Sermonti, L’inferno di Dante, BUR, Milano 20084.

 

 

La Radio regala emozioni

“E’ incredibile ciò che si riesce a vedere con le orecchie, non appena si accende la radio” (Ashleigh Brilliant). Tra l’epoca della modernità e quella della post-modernità l’essere umano ha inventato e sviluppato diversi sistemi di comunicazione: la radio, poi la televisione e infine i moderni social tecnologici. Tali strumenti hanno fortemente condizionato la società nelle sue diverse epoche, diventando addirittura delle icone rispetto alle modalità di esercitazione del pensiero e dei rapporti umani. Oggi, i moderni strumenti di comunicazione ci donano la perfezione: qualità dell’immagine, velocità di circolazione delle informazioni, possibilità di vedere tutto nello stesso momento in cui sta accadendo, vantaggio di comunicare con chiunque in qualunque parte del mondo e in tempo reale, ampia scelta di canali e tempi di risposta immediati rispetto alle nostre richieste.

Eppure, in tutta questa perfezione tecnologica l’essere umano (per sua natura imperfetto, riflessivo e inquieto) non riesce a trovare la sua dimensione. Ci sentiamo esseri troppo imperfetti in un mondo troppo perfetto. Come scrive Angeles Donate nel libro “La posta del cuore della senorita Leo”: “Durante quasi tutto il XX secolo, le onde della radio si intrecciarono con la vita di molte persone: nella pace del focolare domestico, in mezzo alle trincee, negli uffici, sui mezzi di trasporto la voce dei presentatori radiofonici faceva compagnia a bambini, giovani e adulti. La musica, i notiziari, le trasmissioni, le partite di calcio, le interviste a personaggi più o meno famosi permettevano alla gente di informarsi, divertirsi, gridare allo scandalo, insomma, di vivere.”

E soprattutto, la radio ci faceva immaginare, sognare, provare emozioni: chi di voi non ricorda con nostalgia la curiosità di associare un volto (sconosciuto) alla voce calda del presentatore o della presentatrice, chi non ha almeno una volta telefonato al numero della radio locale per dedicare all’amato o all’amata la vostra canzone, attendendone con ardente fervore la trasmissione e l’ascolto? Chi di voi non ricorda i tempi in cui la partita di calcio della squadra del cuore si ascoltava alla radio, preferendo questo o quel radiocronista, e quando quest’ultimo iniziava ad aumentare il tono della voce per un’azione d’attacco il nostro cuore cominciava a battere più forte? Immaginavamo quell’azione, i movimenti del calciatore che crossava, di quello che segnava, come poteva esprimere la sua esultanza l’incontro di calcio era tutto dentro la nostra testa, e dentro il nostro cuore.

Cara amata radio, ricordo quando da ragazzo posizionavo le audio cassette nel radio registratore per registrare il mio brano preferito, premevo “record e play”e accadeva che negli ultimi secondi della canzone il presentatore con la sua voce coprisse la registrazione: che nervi, l’avrei ucciso! La vita era apparentemente più difficile, più povera, nulla era a portata di mano, tutto era una conquista però sapevamo cosa volevamo! E conoscevamo i tempi lunghi di ogni conquista! Oggi, nella confusione di input e nell’ampiezza delle scelte che ci vengono offerte, nella facilità di avere ogni risposta con un solo click, abbiamo dimenticato il sapore delle domande, dell’attesa, dell’essenzialità. Non sappiamo più cosa vogliamo!

E poi, quel gracchiare dei dischi di vinile! Oggi il suono è pulito, perfetto, ma paradossalmente gli manca qualcosa, quell’imperfezione che emoziona noi esseri vulnerabili, e che ci veniva donata da quel suono sofferto. Ieri mi è accaduto un sogno: mi reco presso uno studio medico, avviso del mio arrivo in segreteria e dopo un quarto d’ora entro. Tempo mezz’ora, esco dallo studio del medico e torno in segreteria per pagare e avere copia della fattura; la segretaria mi guarda e con un bagliore negli occhi mi sussurra: “Io ho riconosciuto la tua voce, 25 anni fa conducevi un programma di dediche su Radio Ascoli, sento ancora la tenerezza e le emozioni che quella trasmissione mi suscitava. Era una festa e mi permetteva di sognare” Grazie, radio. Nessun altro strumento di comunicazione potrà mai più farci sognare come te.

Ti voglio bene, resisti! “Ogni sera, alla stessa ora, l’intero paese si ferma e si mette in ascolto davanti alla radio. Mentre nelle case si diffondono le prime note della sigla musicale, nel piccolo studio di calle Caspe, a Barcellona, cala il silenzio, una luce comincia a lampeggiare e due labbra dipinte di rosso si avvicinano al microfono per augurare la buona notte agli ascoltatori. Sono le labbra di Aurora, la presentatrice di uno dei programmi radiofonici più popolari nella Spagna degli anni settanta: La posta della senorita Leo. Quando Aurora inizia la sua collaborazione con la radio, non può certo immaginare quanto quel lavoro le cambierà la vita. Per molte persone la senorita Leo è una vera e propria ancora di salvezza, una confidente, un’amica via etere” (Angeles Donate – La posta del cuore della senorita Leo).

La Natura Subordinata alla Logica del Profitto

La tematica in questione assume un’importanza capitale se si tiene conto di come ormai l’Occidente abbia subordinato la natura ad una fredda e spietata logica del profitto. Esercitando per un attimo l’immaginazione, in maniera un poco originale, ci si può raffigurare nella mente un muro che si frappone tra due momenti focali della storia umana: gli albori della umanità da una parte e la rivoluzione industriale, cronologicamente attestata intorno alla metà del XVIII sec. d. C. dall’altra. Questo spartiacque segna un netto cambiamento, sia per quel che concerne gli aspetti economici, quanto più per quelli antropologici. Infatti, se prima dell’avvento della rivoluzione industriale l’uomo viveva in simbiosi con la natura a prescindere dal fatto che essa fosse ostile o benevola, con l’industrializzazione l’uomo iniziò a concepire la natura non più come una genitrice pronta a dispensare vita, ma come una risorsa da dominare e manipolare allo scopo di incrementare guadagni e comodità. Attraverso il suo pensiero, il filosofo inglese Bacone, diede l’avvio ad una profonda critica al sapere tradizionale. Tale autore fece del sapere scientifico di matrice aristotelica e del metodo scientifico squisitamente sperimentale, i due strumenti più efficaci per permettere all’uomo di conoscere più approfonditamente il cosmo e conseguentemente di dominarlo:

Leggi tutto “La Natura Subordinata alla Logica del Profitto”

La Grande Via: una buona alimentazione e preghiera “Elisir” di lunga vita

Molto spesso oggi capita di ascoltare, o leggere, il “bollettino di guerra” che il nostro stile di vita ci consegna. Siamo circondati, o forse noi stessi siamo, malati cronici; i farmaci sono diventati gli ingredienti essenziali per vivere a lungo e se di per sé questo è evidentemente un bel passo avanti compiuto dall’uomo, dell’altro è una condanna perché il malato, più facilmente anziano, è costretto ogni giorno ad assumere un numero più o meno abbondante di pasticche per far fronte spesso – ma non sempre – ad una vita di sregolatezze. Da questo punto di partenza inizia la nostra riflessione che sarà accompagnata dalla lettura del testo “La Grande Via” di due esponenti illustri della medicina italiana: Franco Berrino e Luigi Fontana che non necessitano di presentazioni.

Il presupposto su cui si fonda il discorso è che risulta ormai priva di fondamento la divisione tra corpo, psiche e spirito, che per millenni ha caratterizzato il pensiero dell’Occidente. I confini tra queste parte sono così difficili da rintracciare, qual’ora ci fossero, che ogni definizione risulterebbe artificiosa e pericolosa soprattutto per quel che riguarda le ricadute nella vita quotidiana di ogni singolo individuo. La riflessione dei due autori sopra citati parte dal vecchio, ma intramontabile, aforisma: “siamo quello che mangiamo”. Non si parla in termini ideologici di nessuno stile alimentare, ogni fenomeno è letto sotto la lente di ingrandimento della saggezza antica e delle moderne ricerche. Proprio questa duplice prospettiva di lettura, permette di comprendere come senza alcuna consapevolezza sui processi cellulari e sulle molecole chimiche, i nostri antenati avevano intuito quali fossero le coordinate per vivere in modo sano equilibrando l’intero essere dell’uomo.

La Scuola di Medicina Salernitana nell’XI secolo diceva “Se ti mancano i medici, ti siano medici: la mente lieta, il riposo e il nutrimento moderato”, in Estremo Oriente si consigliava di mangiare solo quando si aveva fame e riempiendo lo stomaco per i ¾, alzandosi con un poco di fame, consumando “cibi delicati come cereali, legumi frutta e vegetali, limitando il resto”. Oggi sappiamo come i cibi ricchi in fibre sono processati dai batteri intestinali per produrre metaboliti che ci proteggono dalle più varie patologie.

Un altro consiglio che fornisce il testo di Berrino e Fontana è di introdurre la maggior parte delle calorie giornaliere nella prima parte della giornata senza andare mai oltre il necessario. Non a caso una iscrizione egizia del 3800 a.C. dice “Gli uomini possono vivere con un quarto di quello che mangiano, sugli altri tre quarti vivono i dottori”. Le più recenti ricerche sull’invecchiamento ci dice, dopo quasi 6000 anni la stessa cosa, cioè che attuando la restrizione calorica del 20-40% si assiste ad un aumento della qualità e della quantità della vita nei topi da laboratorio e nelle scimmie (con cui condividiamo il 96% del DNA).

Questo allungamento della vita e miglioramento della qualità di essa, dipende dalla riduzione del livello delle molecole infiammatorie e ad una più efficace riparazione dei danni al DNA. Ovviamente anche sulla restrizione non si deve esagerare, per cui il consiglio è quello di farsi sempre seguire da un medico che, dopo adeguate analisi, possa calibrare, in base alle esigenze di ognuno, il giusto introito di calorie, elementi minerali e vitamine utili al nostro corpo. Un altro aspetto che i due autori prendono in considerazione è il movimento sia esso di tipo aerobico, che anaerobico e non per ultimo quello associato alle pratiche spirituali come lo Yoga o il Tai Chi: tutto sempre calibrato dal nostro medico in base al nostro quadro clinico.

Questi due punti: la via del cibo e la via del movimento – senza entrare troppo nello specifico per non anticipare la lettura del libro – si basano sull’assunto che l’organismo umano è nato e si è poi evoluto in un ambiente dove il cibo era scarso, comunque doveva essere assunto dopo un notevole sforzo fisico, sia per i raccoglitori, che per i cacciatori ed anche per i primi agricoltori che lavoravano la terra con attrezzi rudimentali. Per questo la sedentarietà risulta essere un fattore di rischio importante per la salute.

L’ultima Via, non per importanza, che nel testo “La Grande Via” viene preso in esame è quella della meditazione/preghiera, uno stato cioè di presenza a se stessi momento per momento che trae origine da tutte le più antiche forme di spiritualità Orientale ed Occidentale. Non importa quale sia la pratica meditativa o di preghiera seguita, ciò che conta per gli autori è praticare tutto con assiduità e serenità d’animo senza affrettare i tempi o spingere l’acceleratore per raggiungere un obiettivo. L’obiettivo è la pratica stessa. Le pratiche spirituali spengono determinati geni, specie quelli responsabili della più comuni malattie che affliggono la società occidentale e accendono i geni che hanno funzioni ripartiva o protettiva.

Questa breve riflessione vuole essere un’esortazione a leggere il libro – ciò non a fini pubblicitari ovviamente – per poter così far esperienza e avere un’idea della proposta degli autori e di questa Grande Via, che ha preso forma dal sapere “ingenuo” dei maestri dei millenni addietro e dal sapere più oggettivante delle scienze moderne; Via che ogni uomo può percorrere. Questa proposta di lettura può così diventare un modo per prendere coscienza di noi stessi e comprendere come ogni rivoluzione è vana se prima non passa per la nostra interiorità, attraverso la nostra riflessione e la nostra esperienza diretta: l’invito è, quindi rivolto al fare più che al fermare tutto al pensare.

 

[su_divider divider_color=”#1f32c9″ link_color=”#0c0101″ size=”6″ class=”1″]

Bibliografia suggerita dall’autore

 

  • Bergamini E.: L’arte della longevità in buona salute. 2012.

 

  • Berrino F., Fontana L.: La Grande Via. 2017.

 

  • Bianchi E.: Una lotta per la vita.

 

  • Thich Nhat Hanh.: Il Miracolo della Presenza Mentale. 1992.

L’uomo virtuale: tra sapere e non sapere

L’uomo virtuale si può collocare come Soggetto che vive e agisce all’interno della postmodernità. Per postmoderno si intende quel periodo che va dagli inizi degli anni sessanta ad oggi, in concomitanza con il tramonto della modernità. Tale cambiamento è stato determinato da uno sviluppo repentino dei mezzi di comunicazione e da strutture/sistemi economici sempre più rivolti a dimensioni globalizzanti. Tra le peculiarità più importanti possiamo evidenziare lo straordinario sviluppo della rete, difatti, è un dato oggettivo che l’uomo della postmodernità è “obbligato” a vivere a stretto contatto con l’innovazione tecnologica. Il suddetto progresso che solo alcuni decenni addietro veniva visto come qualcosa di utopico ha facilitato molti ambiti della vita sociale favorendo lo sviluppo di una comunicazione sempre più efficace e immediata. Oggi grazie a internet e alle varie reti di comunicazione globale è possibile dialogare con tutti, qualunque sia la distanza non ci sono più confini, non ci sono più limiti all’informazione, il motto è: si sa tutto di tutti nell’immediato. Da questa “ragnatela” mediatica si è poi sviluppata una modalità comunicativa estremamente rapida e allo stesso tempo intricata, analogicamente possiamo immaginarla come un fiume in piena senza logica di scorrimento delle acque:

Leggi tutto “L’uomo virtuale: tra sapere e non sapere”

LA MAGIA DELL’INCONTRO: L’arte come inclusione sociale dei detenuti.

“Non si può quindi rimproverare al romanzo di essere affascinato dai misteriosi incontri di coincidenze…,ma si può a ragione rimproverare all’uomo di essere cieco davanti a simili coincidenze nella vita di ogni giorno, e di privare così la propria vita della sua dimensione di bellezza”.

(Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere).

 

Oggi allo stadio si disputa una partita di calcio molto importante: la mia squadra del cuore lotta per la salvezza e per me – che sono un appassionato cronico – non assistere a quest’evento è un grande sacrificio. Eppure dovrò rinunciarvi. Un mese fa una mia cara amica mi ha invitato proprio per oggi (stesso orario dell’incontro di calcio) ad uno spettacolo teatrale molto singolare in quanto realizzato da alcuni detenuti all’interno della casa circondariale della mia città. Lei ci teneva affinché l’accompagnassi, io le avevo detto di sì e oggi non me la sento di deluderla.

Arriviamo all’esterno del carcere, dopo numerosi controlli vi entriamo: per me un’esperienza nuova, una serie di strane sensazioni ma in me lo stato d’animo  predominante è ancora il malessere per la forzata rinuncia alla partita, anche perché all’ingresso ci obbligano a depositare negli armadietti tutti gli effetti personali, compreso il telefono cellulare (“Come farò a seguire il punteggio?”). Entriamo nella stanzetta adibita a teatrino: pochi metri quadrati, molto spartana, nessuna finestra, una pedana come palco e semplici panchine per gli spettatori al posto delle poltroncine. Appena 20 o 30 spettatori, compresa una guardia carceraria.

Dopo una decina di minuti di saluti e brusio, entra in scena il narratore: ci racconta che la rappresentazione sarà liberamente ispirata all’opera “Aminta” di Tasso del 1573, che durerà un paio d’ore e che, poiché uno degli attori-detenuti è stato scarcerato pochi giorni prima, verrà sostituito da uno degli altri tre attori (che di conseguenza interpreterà ben tre ruoli). Penso che sarà uno spettacolo estremamente dilettantistico, e mi cruccio perché quando uscirò da lì, l’incontro di calcio sarà finito da un pezzo.

Inizia la rappresentazione e arriva la prima bella sorpresa: non sono un grande esperto di teatro ma noto che gli attori sono piuttosto bravi. Soprattutto, sin dall’inizio mi colpiscono la loro passione e la loro autenticità. Inizio ad appassionarmi, e come me tutto il pur esiguo pubblico. Il mio sguardo si posa su quello degli attori: in loro vedo brillare una luce, sono occhi carichi di passione, di energia, di vita, di amore, nella recitazione esprimono quello che hanno dentro. La tragedia di Tasso è lunga, complessa e con un linguaggio anacronistico, tipico dell’epoca nella quale è stata scritta. Penso allo sforzo che questi uomini hanno sostenuto per interiorizzarla, impararla a memoria e per interpretarla con siffatta qualità e ardore. Mi chiedo quali stimoli abbiamo trovato tra quattro mura, in un posto in cui la vita non è vita, e alla fine per recitarla davanti ad appena una ventina di spettatori!

L’interpretazione mi coinvolge sempre più fin quando, giungendo all’ultima scena, improvvisamente in quella piccola stanza buia dall’aria viziata si staglia un arcobaleno: gli attori con occhi sempre più vivi ed emozionati ci donano la loro anima, parlano di sé, insieme al regista ci raccontano di come lo spettacolo sia stato messo in scena per il reinserimento dei detenuti ma che in realtà rappresenta molto di più, un emozionante incontro tra loro e noi, tra due mondi separati, tra chi sta dentro e chi sta fuori. Per loro la rappresentazione è un modo di sentirsi ancora vivi, ancora utili alla società, ancora capaci di emozionarsi e di emozionare. Lo spettacolo a cui ho assistito li ha riavvicinati al mondo esterno.

E’ come se in quegli attimi facessero librare le loro anime di bruchi insieme alle nostre anime di farfalle. Ma chi sono i bruchi, e chi le farfalle? Mi commuovo, in quel piccolo anonimo teatrino si è accesa una scintilla: hanno vinto l’arte, l’essere umano, l’anima, l’incontro! La loro è un’espressione di amore, di gioia di vivere, di gratitudine, di emozione, di coinvolgimento. Noi nella quotidianità delle nostre vite siamo capaci di altrettanta arte? Chi sono oggi i veri uomini liberi? E chi sono i detenuti? Noi o loro?

Nella vita normale dovremmo essere liberi, ma lo siamo davvero? Superficiali, freddi, frenetici, asettici, anestetizzati, immersi in mille maschere, schiavi di falsi miti, incapaci di emozionarci, di amare, e soprattutto incapaci di cogliere la magia dell’incontro! Ogni incontro è magia, bellezza, scintilla, ed hanno dovuto ricordarmelo dei detenuti! Il loro dolore, la loro emarginazione, la loro empatia con l’altro, la loro nostalgia per la vita li hanno trasformati in artisti.

Tutti gli esseri umani hanno il diritto di essere amati, di essere ascoltati, di sentirsi vivi, di essere reintegrati. L’inclusione sociale dei detenuti può avvenire tramite l’arte, così come la rieducazione di noi uomini “liberi”. E soprattutto apriamoci alla magia dell’incontro, anche quello apparentemente più strampalato! Io non conoscerò mai i nomi di quegli attori, non li rivedrò mai più, ma vorrei sapessero che mi hanno emozionato, e che l’incontro con loro e con la loro arte rimarrà per sempre una perla nella mia vita di uomo “libero”.

“Ogni rapporto è una specie di sincronicità: un evento unico in cui un incontro esterno di individui assume rilevanza emotiva, simbolica e trasformativa. Molti degli eventi sincronistici descritti in questo capitolo mostrano che siamo collegati agli altri con legami molto più forti di quanto spesso non siamo in grado di riconoscere, e che ognuna delle coincidenze significative qui riportate conferma il concetto junghiano di inconscio collettivo, secondo cui ogni essere umano condivide a livello psicologico e spirituale un legame con tutti gli altri esseri umani. Quasi fossimo personaggi di un intreccio, incontriamo spesso la persona o le persone che dobbiamo incontrare….tu non sei solo.”

(Robert H. Hopcke – Nulla succede per caso).

Suggerimenti sitografici

https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/altre-news/carcere-di-bollate-dove-il-detenuto-non-perde-la-sua-dignita

Bollate carcere moderno:

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-78c2b896-164a-4975-9892-b09c8c93af9e.html

 

Riflessioni da “La vita è qualcosa di straordinario” di Lee Lipsenthal

 

“Un giorno anche voi dovrete fare i conti con la vostra natura mortale. La mia speranza è che, quando giungerà quel momento, possiate pensare che la vostra è stata una vita vissuta bene, senza rimpianti, e che abbiate saputo amare nel modo giusto. Allora, e ve lo auguro di cuore, quello sarà un giorno perfetto per morire”.

Lee Lipsenthal, insegnante e saggista nel campo della medicina integrativa, è stato un’autorità a livello internazionale. Nel 2009 gli viene diagnosticato un tumore all’esofago; nei mesi successivi scrive “La vita è qualcosa di straordinario”: un inno alla vita nel momento in cui sente vicina la morte. In precedenza, Lee Lipsenthal era un medico ricco, di successo, sportivo, dotato di grande cultura, con una famiglia impeccabile.

Eppure gli manca qualcosa: travolto dalla frenesia di tutti i giorni, si lascia trascinare dalla quotidianità nella sua gabbia  intrisa di consuetudine, aspettative, insoddisfazioni che sfociano nella depressione. Fin quando non si rende conto di poter morire da un momento all’altro; è allora che scopre quanto la sua vita gli offre già: “Spesso si impara di più sulla vita, e anche sulla morte, ricorrendo all’introspezione, restando tranquilli e ascoltando. Non c’è bisogno di agitarsi e ingozzarsi di cose da vedere e da fare. Basta fermarsi, ascoltare e imparare. Con il passare del tempo, questa è diventata la mia filosofia. Prestare attenzione a quanto di buono accade ogni giorno e goderselo per ciò che è, non per quello che sarebbe potuto o dovuto essere. Gustarsi ogni panino. E il mio panino è la mia vita: avrò ben il diritto di assaporarne ogni boccone”.

Ma il messaggio che più mi ha colpito è il bisogno di tenerezza di ogni ammalato; quando abbiamo vicina una persona a cui vogliamo bene, e questa si ammala gravemente, tendiamo a starle vicini accompagnandola dal luminare più noto, o cercandole la cura più adatta, o facendola distrarre. In realtà ci chiede soprattutto affetto e tenerezza: “Con il passare del tempo Kathy è riuscita sempre più a stare semplicemente con me, a tenermi tra le braccia quando ne ho più bisogno. Abbracci, non farmaci (nè zuppe)”.

Lee Lipsenthal muore nel settembre 2011.

Gv 20,4-8: le bende e il sudario nel sepolcro e il perché di una fede “strutturata”

 

  1. Premessa

In questa sede propongo una riflessione sull’importanza, che definirei essenziale, della traduzione coerente e puntuale dei termini usati nelle Sacre Scritture, contestualmente ad un appropriato commento esegetico ed ermeneutico nel caso di specie, del Nuovo Testamento; trattandosi, come noto, di testi scritti in greco e giunti a noi in questa lingua classica attraverso i c.d testimoni, ossia ogni copia – in questo caso manoscritta – di un testo del quale non si conserva l’originale, può verificarsi che alcune traduzioni non riescano a rendere il senso della frase e fornire una rappresentazione dei fatti cosi come intendeva fornirla il redattore originale; ciò si realizza anche a seguito dei diversi interventi, più a meno voluti, in sede di copiatura di chi ha consentito, nel corso dei secoli, che tali preziosissimi testi giungessero a noi. Del resto, il riferimento etimologico del verso latino tradere, trasmettere – da cui deriva tradizione – è lo stesso di tradire: vi è il rischio, non trascurabile, che ciò che si ritiene autenticamente trasmesso dalla tradizione, possa rivelarsi un tradimento o, quantomeno, un travisamento.

 

  1. Le bende e il sudario

I passi evangelici da cui abbiamo preso spunto per la nostra ricerca sono tratti dallo studio di critica testuale Vangeli e Atti degli apostoli interlineare, greco, latino italiano curato da M. Zappella che, per il testo greco, ha utilizzato la versione di Nestle – Aland, per quello latino l’edizione della Vulgata Clementina e, per quello italiano, l’edizione de La Nuovissima edizione dai testi originali:

ΚΑΤΑ ΙΩΑΝΝΗΝ, 20, 4-8:

4ἔτρεχον δὲ οἱ δύο ὁμοῦ· καὶ ὁ ἄλλος μαθητὴς προέδραμεν τάχιον τοῦ Πέτρου καὶ ἦλθεν πρῶτος εἰς τὸ μνημεῖον, 5καὶ παρακύψας βλέπει κείμενα τὰ ὀθόνια, οὐ μέντοι εἰσῆλθεν. 6ἔρχεται οὖν καὶ Σίμων Πέτρος ἀκολουθῶν αὐτῷ καὶ εἰσῆλθεν εἰς τὸ μνημεῖον, καὶ θεωρεῖ τὰ ὀθόνια κείμενα, 7καὶ τὸ σουδάριον, ὃ ἦν ἐπὶ τῆς κεφαλῆς αὐτοῦ, οὐ μετὰ τῶν ὀθονίων κείμενον ἀλλὰ χωρὶς ἐντετυλιγμένον εἰς ἕνα τόπον. 8τότε οὖν εἰσῆλθεν καὶ ὁ ἄλλος μαθητὴς ὁ ἐλθὼν πρῶτος εἰς τὸ μνημεῖον καὶ εἶδεν καὶ ἐπίστευσεν·

VANGELO SECONDO GIOVANNI, 20, 4-8:

4Correvano ambedue insieme, ma l’altro discepolo precedette Pietro e arrivò primo al sepolcro. 5Chinatosi, vide le bende che giacevano distese; tuttavia non entrò. 6Arrivò poi anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro; vide le bende che giacevano distese,7 e il sudario che era sopra il capo; esso non stava assieme alle bende, ma a parte, ripiegato in un angolo. 8Allora entrò anche l’altro discepolo ch’era arrivato per primo al sepolcro, e vide e credette.

 

Il contesto spazio – temporale del racconto è da collocarsi nell’immediato post Resurrezione, al sepolcro di Cristo: Maria Maddalena ha appena avvisato i discepoli che la pietra del sepolcro è stata spostata e che «2bhanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’abbiano posto»; quindi, Maria non entra nella tomba e ritiene che abbiano sottratto il corpo di Cristo, non immaginando che si fosse concretizzata la profezia della Resurrezione; Pietro – Σίμωνα Πέτρον e l’«2aaltro discepolo che Gesù amava – ἄλλον μαθητὴν ὃν ἐφίλει ὁ Ἰησοῦς» si precipitano al sepolcro e il secondo giunge prima di Pietro e, chinatosi, vede le bende distese: si capisce che l’accesso alla tomba era garantito da una entrata più bassa della statura di un uomo e il discepolo vede le bende chinando il capo ma senza entrare; arriva Pietro, entra nel sepolcro e vede anche lui le bende distese e il sudario a parte: allora, entra anche il secondo discepolo e vide e credette. Perché il discepolo che Gesù amava vide e credette? Che cosa voleva intendere il redattore evangelico con una affermazione così perentoria da non lasciare spazio a nessun dubbio, forse una delle più puntuali di tutta la narrazione neotestamentaria?

Una spiegazione senz’altro originale la fornisce il sacerdote e biblista Antonio Persili nel suo studio Sulle tracce di Cristo Risorto. Con Pietro e Giovanni testimoni oculari, testo – guida in questa beve ricerca, senza dilungarci sulla sua pur puntuale ricostruzione ma arrivando al punto dirimente: quali erano le supposte posizioni delle fasce e del sudario che videro Pietro e l’altro discepolo, rilevate dall’analisi esegetica ed ermeneutica? Il testo greco, al v. 5, dice: «βλέπει κείμενα τὰ ὀθόνια» che in latino è stato tradotto «vidit pòsita linteàmina» utilizzando il verbo κείμενα che nel testo interlineare di riferimento, in italiano, si traduce con giacenti mentre, nel testo comparato sempre in italiano, con l’espressione giacevano distese; il testo CEI 2008 ripreso dalla Bibbia di Gerusalemme traduce con posati là (riferendosi ai teli utilizzando, pertanto, il participio al maschile plurale).

Al v. 6 l’analoga espressione riferita a Pietro «θεωρεῖ τὰ ὀθόνια κείμενα» nella versione latina è tradotta «vidit linteàmina pòsita» e, nell’interlineare, osserva le bende giacenti; nel testo comparato italiano in vide le bende che giacevano distese e nel testo CEI 2008 vide i teli posati là. Anche in questo caso il participio greco utilizzato è κείμενα. Al v. 7 il termine greco utilizzato per il sudario – σουδάριον – è ἐντετυλιγμένον (entetyligménon) tradotto in interlineare con avvolto; la versione latina utilizza pòsitum e la versione italiana comparata ripiegato; la versione CEI 2008 traduce con avvolto.

Il redattore fa notare, sempre nella seconda parte del versetto 7, che «οὐ μετὰ τῶν ὀθονίων κείμενον ἀλλὰ χωρὶς ἐντετυλιγμένον εἰς ἕνα τόπον» ossia che il sudario era «non con le bende giacente «ma a parte avvolto in un solo luogo»: rileviamo che il verbo usato per dire che il sudario non era giacente come le bende è lo stesso utilizzato al v. 6, ossia κείμενον: in questo caso, però, starebbe ad indicare che era diversa la modalità di presentarsi del sudario e non la distinta allocazione rispetto alle bende come meglio indicheremo a breve. Tutto ciò avrebbe portato il discepolo che Gesù amava a vedere e credere e questo era il messaggio che il redattore ispirato voleva far risaltare. Il ricorso ad una diversa esegesi supporterebbe ciò che Don Antonio Persili ritiene abbiano visto i due discepoli:

Due apostoli, Pietro e Giovanni, dietro l’invito pressante della Maddalena, visitarono il Sepolcro subito dopo la prima visita delle due donne e tramandarono la loro testimonianza attraverso il vangelo di Giovanni. Essi descrissero accuratamente ciò che videro nel sepolcro dopo la risurrezione e tacquero ciò che non videro: videro le “fasce afflosciate” e il sudario al contrario rialzato ed avvolto, benché non sostenuto; non videro il corpo di Gesù e gli aromi, che dovevano esserci, ma che erano scomparsi (Cfr. Sulle tracce di Cristo, pag. 7). Il Persili, a sostegno di quanto scrive, dopo aver descritto la preparazione del corpo di Gesù per la sepoltura e fornite le prime indicazioni terminologiche aggiunge, in particolare, sul significato del verbo κείμενα:

Il verbo «keimena» è il participio di «keimai», che corrisponde al latino «jaceo» e significa: «giacere, essere disteso, seduto, steso, orizzontale; si dice di una cosa bassa in opposizione ad una elevata, eretta, come per esempio il mare calmo rispetto al mare agitato». (vocab. greco Bonazzi). Perciò il significato che Giovanni vuol dare a questo verbo è quello di far risaltare che prima le fasce erano rialzate (come un mare agitato), perché all’interno c’era il corpo; dopo la risurrezione, invece, le fasce erano abbassate, distese (come un mare calmo), giacendo nel medesimo posto in cui si trovavano quando contenevano il corpo di Gesù. E arbitrario farle giacere per terra, perché, se cosi fosse, Giovanni avrebbe dovuto dirlo espressamente, aggiungendo una determinazione di luogo, se esso fosse stato diverso da quello, in cui le fasce si trovavano. […] Perciò le due parole “tà othónia keimena” si possono tradurre: “le fasce distese”, ma intatte, non manomesse, non disciolte. I tre versetti, che costituiscono il cuore della testimonianza, contengono in realtà due testimonianze, quella di Giovanni e quella di Pietro (Cfr. Sulle tracce di Cristo, pagg. 145-6).

Per quanto riguarda il sudario, Persili precisa che Giovanni utilizza l’espressione «ὃ ἦν ἐπὶ τῆς κεφαλῆς αὐτοῦ» ossia  «che era sulla testa di lui» facendo espresso riferimento al telo posto sul capo di Cristo: probabilmente, per lo stesso studioso, Giuseppe D’Arimatea aveva lasciato il volto non avvolto nelle bende ponendovi un telo per coprirlo e «questo sudario, come precisa la testimonianza di Pietro al termine del versetto, è avvolto attorno al capo di Gesù e svolge la funzione che le fasce svolgono per il resto del corpo». Ma l’aspetto straordinario, evidenziato dallo studioso, che dà un senso a tutto il racconto e spiega perché il discepolo che Gesù amava vide e credette dopo la visione completa della scena, è che Pietro vuol dire la stessa cosa: le fasce erano distese in piano, si trovavano in posizione orizzontale, mentre il sudario non era in posizione orizzontale, ma in posizione verticale, cioè rialzata e la traduzione della frase è: “Non con le fasce disteso”.

 

In particolare:

Pietro vuol dare all’avverbio “khorìs” il significato modale, perché la logica della sua testimonianza consiste nell’opporre la posizione assunta dalle fasce (distese), a quella, diversa, assunta dal sudario (avvolto). Non ha senso perciò tradurre l’avverbio “khorìs” con l’avverbio italiano “separatamente”, perché non corrisponde alla dinamica del pensiero di Pietro, invece è logico e naturale tradurlo con l’avverbio “al contrario”, perché con tale avverbio si chiarisce e si completa l’opposizione tra i due modi di essere delle fasce e del sudario» (Cfr. Sulle tracce di Cristo, pagg. 148).

Anche il significato attribuito all’espressione «εἰς ἕνα τόπον – eis héna tópon» ossia «in un altro luogo» viene censurato:

 

a parte l’assurdità della testimonianza, dalla lettura del versetto risulta evidente che Pietro vuole contrapporre la posizione delle fasce a quella del sudario e che non vuole contrapporre il luogo in cui si trovano le fasce al luogo in cui si trova il sudario, perché, in questo caso, avrebbe dovuto dire espressamente in quale luogo si trovavano le fasce. Cioè, Pietro avrebbe dovuto precisare che le fasce erano distese sulla pietra sepolcrale e che il sudario era invece avvolto in un altro luogo, diverso dalla pietra sepolcrale, e avrebbe dovuto nominarlo. Poiché Pietro non nomina nessun luogo in particolare, è evidente che sia le fasce che il sudario si trovano nello stesso luogo e che questo luogo non può essere altro che la superficie della pietra sepolcrale. Questo è il significato che Pietro ha voluto dare all’aggettivo numerale “héna”. Il sudario, al contrario delle bende, era avvolto in una posizione unica, nel senso di singolare, eccezionale, irripetibile. Infatti, mentre avrebbe dovuto essere disteso sulla pietra sepolcrale con le fasce, era invece rialzato ed avvolto.

La posizione del sudario appare unica per eccellenza agli occhi di Pietro e poi di Giovanni, perché è una sfida alla forza di gravità. […] Dunque la frase deve tradursi: “in una posizione unica”» (Cfr. Sulle tracce di Cristo, pag. 148). Giova puntualizzare che, per onestà intellettuale, il Persili riporta diffusamente nella sua opera le diverse e opposte interpretazioni di autorevoli grecisti ma, l’esito dello studio del Persili con riferimento a come si sarebbero svolti i fatti al sepolcro snodatisi in distinte fasi, comunque permette di ricostruire la vicenda come segue:

  1. il primo discepolo, quello che Gesù amava (che Persili individua senza dubbio in Giovanni ma sulla cui identità non vi è certezza), arriva al sepolcro ma non entra: si china, perché l’entrata era più bassa e vede le bende distese (il redattore non dice svolte o disfatte);
  2. arriva anche Pietro e, entrato nel sepolcro, vede anch’egli le bende distese e il sudario posto in posizione diversa rispetto alle bende, ossia non disteso come le bende;
  3. entra anche l’altro discepolo e contempla la medesima scena apprezzata da Pietro: vide e credette, perché realizzò che le bende e il sudario, visibili distintamente una volta acceduti, erano posti in maniera diversa ma nel medesimo luogo (la pietra sepolcrale).

 

Una simile ricostruzione, oltre ad apparire certamente coerente in ragione dell’analisi terminologica, lessicale e contestuale esposta, rappresenta uno straordinario strumento di esercizio dell’intelligenza a supporto della fede dimostrando, tra l’altro, l’assunto di partenza circa la necessità imprescindibile che lo studio attento e critico delle Sacre Scritture possa risultare dirimente per la storicizzazione dei fatti inerenti la Salvezza.

 

 

  1. Il perché di una fede strutturata

Nella 1 Lettera di Pietro vi è un versetto che personalmente ritengo uno dei più importanti nell’ottica di una adesione alla fede in maniera matura: «ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi»; un rispondere, quindi, a una domanda sulla fede in maniera ragionevole, non razionale in senso scientifico moderno o, peggio, razionalista – concetto deleterio in tale contesto perché non tiene conto del Mistero della Rivelazione – frutto di un’adesione attraverso l’intelligenza nella consapevolezza che la vera libertà dell’uomo è nella sequela del messaggio di Cristo.  Una teologia intesa quale logos di Dio ma anche ciò che l’uomo può dire su Dio, pur nelle connaturate limitatezza e finitudine, che può e deve intendersi come intelligenza della fede, così come teorizzato da Agostino di Ippona e Anselmo d’Aosta:

La definizione della teologia come intellectus fidei è propria della tradizione teologica occidentale e risale soprattutto a Sant’Agostino (354-430), per essere poi ripresa nel Medioevo da Sant’Anselmo di Canterbuy (1033-1109). Il primo, in particolare, ha coniato alcune formule sintetiche di grande pregnanza per descrivere il rapporto tra la ragione e la fede e per esprimere, all’interno della fede, l’esercizio credente della ragione: Tra le più famose: credo ut intelligam et intelligo ut credam. La prima parte della formula sottolinea che il punto di partenza della teologia è la fede che costituisce la radice e l’orizzonte imprescindibile della comprensione che il cristiano ha del mistero di Dio, alla luce della rivelazione che ne ha fatto (che ne è) il Cristo. Dunque, occorre prima credere, per poter penetrare poi in una conoscenza anche intellettuale del Dio vivente. La seconda parte della formula è complementare alla prima. All’interno dell’orizzonte dischiuso dalla fede, l’intelligenza deve essere esercitata per portare a una fede sempre più profonda e consapevole di sé: desideravi intellectus videre quod credidi – ho desiderato vedere con l’intelletto ciò che ho creduto (Cfr. Teo-logia, le parole di Dio nelle parole dell’uomo, 84-5).

Un cercare, quaerere, sempre nuovo come costante e reiterato invito ad approfondire per consolidare e rafforzare. Anselmo, ispirato dal Vescovo di Ippona, creerà la formula fidens quaerens intellectum o intellectus fidei, ossia una teologia che presuppone la fede «ma è qualcosa di più della semplice fede, rappresentandone un approfondimento di tipo intellettuale; e questo perché il mistero dischiuso dalla fede è immenso, e quindi deve essere sempre ricercato e indagato – veritas semper indaganda: il che corrisponde alla vocazione più profonda dell’intelligenza umana chiamata alla visione di Dio» (Cfr. Teo-logia, le parole di Dio nelle parole dell’uomo, pagg. 86-7). Una relazione su cui si è pronunciato anche Giovanni Paolo II che, nella Lettera enciclica circa i rapporti tra fede e ragione Fides et ratio, non lesina il debito riferimento a San Tommaso D’Aquino sostenendo che:

Un posto tutto particolare in questo lungo cammino spetta a San Tommaso […] (che) ebbe il grande merito di porre in primo piano l’armonia che intercorre tra la ragione e la fede. La luce della ragione e quella della fede provengono entrambe da Dio, egli argomentava. Perciò non possono contradirsi tra loro (Cfr. Fides et ratio, lettera enciclica circa i rapporti tra fede e ragione, 65).

Una impostazione, quella dell’Aquinate, che pone l’uomo quale soggetto attivo nell’atto di ricorrere a fede e ragione in quanto destinatario di tali strumenti fin dalla Creazione, attore a cui è stata donata la capacità di intelligere – ossia vedere e comprendere attraverso l’intelligenza – perché potesse percepire pienamente la Divina Rivelazione servendosi anche del dato rinveniente dalle Sacre Scritture: «certamente nei racconti evangelici è contenuto quanto riguarda la figura storica di Gesù, ma ciò è anche fuso con le interpretazioni tipiche di ogni evangelista, per cui oggi è difficile stabilire esattamente quanto è storico nel senso moderno da quanto è teologico. Lo sforzo dei neotestamentaristi è indirizzato, tra l’altro, a ricostruire la figura del Gesù storico» (Cfr. Introduzione alla Sacra Scrittura alla luce della Dei Verbum, 62). Un tentativo, pertanto, di attingere l’autentico contenuto delle Sacre Scritture per trarne le indispensabili informazioni a supporto di uno studio ragionato che sostenga e rafforzi la fede, che, come detto, è anche e soprattutto ricerca.

 

FONTI

La Bibbia di Gerusalemme, Bologna 2014.

Vangeli ed Atti degli Apostoli, interlineare, greco, latino italiano, a cura di Marco Zappella, Cinisello Balsamo (MI) 2014.

Giovanni Paolo II, Fides et ratio, lettera enciclica circa i rapporti tra fede e ragione, Citta del Vaticano 1998.

 

TESTI

Coda Piero, Teo-logia, le parole di Dio nelle parole dell’uomo, Roma 2009.

Deiana Giovanni, Introduzione alla Sacra Scrittura alla luce della De Verbum, Città del Vaticano 2009.

Persili Antonio, Sulle tracce di Cristo Risorto. Con Pietro e Giovanni testimoni oculari, Tivoli 1988.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“L’amore di una lettera”.

“Una mail non può contenere l’alone di una lacrima”.

(Josè Saramago)

“Senza il grasso il cannone non spara”: una frase scritta in una vecchia cartolina, sepolta tra altre carte gelosamente custodite dai miei nonni defunti in un porta gioie poggiato su un comò della loro vecchia camera. L’ho scoperta per puro caso, rovistando nei ricordi. Una cartolina ricevuta da mio nonno ai tempi della guerra, scritta da un suo amico al fronte che spera di essere rimpatriato. Che fine avrà fatto quel soldato? Come avrà vissuto il resto dei suoi giorni? Perché mio nonno l’ha per tanto tempo custodita gelosamente tra i suoi ricordi?

Francobollo da 50 centesimi, si intravede un timbro: “Prelevata per censura il 17 Ago 1943”. Una cartolina che da oggi custodirò gelosamente tra le mie cose più preziose, perché le emozioni scritte su una lettera sono testimonianze di vita, d’amore e di speranza. Oggi siamo sovrastati dalle mail, dai social, da corrispondenza fredda e asettica in cui leggiamo il messaggio senza cogliere l’emozione di chi ci ha scritto.

Che calore e che colore le vecchie lettere! L’ attesa del postino, l’apertura della busta, il profumo della carta,il tratto della penna, l’interpretazione della scrittura rigorosamente a mano….Le lettere sono antiche come la scrittura, addirittura esistono testimonianze di genere epistolare fin dalla Mesopotamia e dall’ antico Egitto. Il genere epistolare è una pratica antica, sopravvissuta a persecuzioni e censure….e adesso deve essere condannata a morte a causa della comunicazione digitale?

Recentemente ho letto e amato un romanzo di Angeles Donate (Il club delle lettere segrete) in cui una postina di un piccolo paese rischia di rimanere senza lavoro perché nessuno scrive più lettere. Tutto il paese si mobilita per salvarla, e per salvare l’amore sprigionato dalle lettere. Una catena epistolare che fa riaffiorare vecchi segreti e dà il via a nuove amicizie e nuovi amori. Sogno un mondo in cui ricominceremo ad esprimere le nostre emozioni in una lettera, in cui ci dichiareremo al nostro amore aprendo il nostro cuore in una lettera, in cui cada una lacrima su di essa, in cui condivideremo un viaggio piacevole in una cartolina, ma soprattutto sogno un mondo in cui l’attesa di una risposta sia lunga, lenta, ricca di sensazioni profonde e di fervente umanità.

“Tutte le lettere d’amore sono ridicole. Non sarebbero lettere d’amore se non fossero ridicole. Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore, come le altre ridicole. Le lettere d’amore, se c’è l’amore, devono essere ridicole. Ma dopotutto solo coloro che non hanno mai scritto lettere d’amore sono ridicoli. Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo senza accorgermene lettere d’amore ridicole. La verità è che oggi sono i miei ricordi di quelle lettere a essere ridicoli. Tutte le parole sdrucciole, come tutti i sentimenti sdruccioli, sono naturalmente ridicole”.

(Fernando Pessoa).