La morte di Zygmunt Bauman è rimbalzata su tutta la rete nel giro di un minuto. Le bacheche di Facebook e Twitter si sono magicamente riempite di foto e frasi del sociologo polacco. Bauman ci ha lasciati. È morto. Ma in questo caso la morte non è definitiva perché il suo spirito continuerà a vivere nella consistenza delle sue opere. Molti di quelli che lo hanno ricordato sui social lo hanno studiato nelle università, altri lo conoscono solo di nome ma essendo una personalità di spicco non hanno voluto mancare all’appuntamento del «codividi» (chissà cosa avrebbe detto Bauman!); altri ancora, semplicemente, non sanno chi sia.

Poco importa, non si può pretendere di conoscere tutto. Con questo articolo vogliamo rendergli omaggio tratteggiando le principali linee del suo pensiero, sapendo in anticipo di non poter in nessun caso essere esaustivi, spero che Bauman ci perdoni! Zygmunt Bauman è stato un autore molto prolifico, ha scritto molto e di tutto. Viene principalmente ricordato come il sociologo della «modernità liquida». Bauman prende in prestito la teoria fisica dei «liquidi» – che in condizione di stasi non possono mantenere una forza tangenziale o di taglio e quindi sono in continuo mutamento se soggetti a pressioni – e la applica alle società capitalistiche, ricusando decisamente la categoria di post-modenità: «Quella che tempo fa era stata (erroneamente) etichettata come post-modernità, e che io ho preferito chiamare, in modo più pertinente, “modernità liquida”, è la convinzione sempre più forte che l’unica costante sia il cambiamento e l’unica certezza sia l’incertezza» (Z. Bauman, Modernità liquida, VII). Significa che nelle società attuali tutto si comporta come fosse un fluido che si rimodella e si rifunzionalizza in fretta.

La storia delle società occidentali è la storia di liquefazione continua atta a frantumare tutti i corpi solidi che essa stessa aveva costituito. I corpi solidi sono quelle realtà su cui si fonda una società rendendola stabile e duratura come ad esempio lo Stato e la Chiesa. I primi a liquefarsi sotto la spinta della modernità sono le agenzie etiche e religiose che facevano da collante sociale. La società è passata dal capitalismo «pesante» a quello «leggero», ossia dal modello della fabbrica fordista in cui capitale, management e lavoro vivevano – nel bene e nel male – in reciproca compagnia; al modello, liquido, in cui il capitale viaggia liberamente non essendo più legato a nulla di consistente o materiale (si pensi alla finanza), mentre il lavoro resta immobilizzato. Inoltre, «il capitalismo leggero, volto al consumatore, non ha abolito le autorità dispensatrici di leggi  e neanche le ha rese superflue. Ha semplicemente dato vita e fatto coesistere un numero fin tropo alto di autorità perché una qualunque di esse possa restare in carica a lungo e tanto meno vantare l’etichetta “esclusivo”. […] Quando le autorità sono molte tendono ad annullarsi a vicenda» (Z. Bauman, Modernità liquida, 63-64).

Allora, l’unica cosa che conta, l’unica cosa che rimane è l’individuo, non più il cittadino inserito nella società. Questo è il senso della famosa frase di Margaret Thatcher «la società non esiste». Esiste solo l’individuo emancipato dall’idea di «bene comune» e completamente scollegato dagli altri individui. Due sono le peculiarità della fluidità: il crollo dell’idea di un fine sociale ultimo da raggiungere (telos) e la deregolamentazione e privatizzazione dei compiti e dei doveri propri della modernizzazione in cui si è portato a termine il passaggio da una «società giusta» a quella dei «diritti umani», dove l’individuo atomizzato sceglie ciò che è meglio per lui e solo per lui.
Contrariamente a quello che si pensa Bauman non è stato solo il teorico della liquidità, ma un critico della società dei consumi. In un certo senso è proprio il consumo patologico a rendere la società liquida e a radicalizzare l’individualità. «Possiamo dire che il “consumismo” è un tipo di assetto sociale che risulta dal riutilizzo di bisogni, desideri e aspirazioni dell’uomo prosaici, permanenti e per così dire “neutrali rispetto al regime”, facendone la principale forza che alimenta e fa funzionare la società» (Z. Bauman, Consumo dunque sono, 36).

Questo tipo di struttura che permea l’attuale società occidentale si riverbera nell’integrazione sociale, nel rapporto tra gli individui, nell’autoidentificazione personale e nella ricerca del proprio orizzonte esistenziale. In altre parole, il tipo di struttura economico-sociale determina necessariamente ciò che siamo e le relazioni che abbiamo. In una società consumistica il paria è il «consumatore difettoso», chi non è inserito e assuefatto totalmente nel consumo e perciò stesso escluso o tenuto in disparte. Chi, invece, fa parte della società dei consumi in modo netto è esso stesso un prodotto di consumo. La grande rivoluzione è antropologica. Oggi devi vendere te stesso per andare avanti, vivere nella giungla consumistica significa operare un buon marketing della tua persona: devi farti prodotto vendibile. «Farsi “prodotto vendibile” è un’attività “fai da te” e un dovere individuale: farsi, non semplicemente divenire, è la sfida e il compito» (Z. Bauman, Consumo dunque sono, 73).

Il consumo spasmodico di gadget riempie soltanto spazi di felicità effimera, istantanea, ma mai duratura. La felicità per Bauman non può essere trovata nello shopping ma nel sacrificio, nella difficoltà di un problema risolto e superato. Il tutto e subito non rende né felici né appagati. Nella spirale consumistica tutto viene fagocitato. Viene destrutturato tutto ciò che «dura» e sostituito dalla fluidità. I rapporti d’amore diventano liquidi, senza responsabilità, vengono consumati come merce. I rapporti umani si trasformano in meri «contatti» (condizione, questa, amplificata dai social) perché non c’è tempo per approfondirli, sarebbe un investimento troppo oneroso. Bauman con estrema lucidità e acutezza ha fotografato i mali sociali del nostro secolo più di chiunque altro. Ha tracciato una linea nella quale si pone una scelta, forse più radicale di quanto si immagini: continuare imperterriti sulla strada del consumo e della liquidità o contrapporre ad essi un nuovo modello sociale. Questa è la sfida che dobbiamo raccogliere perché la realtà non è irriformabile e destinale come spesso si decanta nei circoli mediatici; possiamo cambiare rotta, spiegare le vele e navigare in un’altra direzione con venti più favorevoli all’essere-uomo.

Pubblicato da Vincenzo Viviani

Laurea Magistrale in Scienze Religiose.

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