Da un punto di vista etimologico il termine presepio significa: luogo che ha dinanzi un recinto riconducibile alla più comune mangiatoia, ma la sua caratteristica fondamentale sta nel costrutto allegorico di ripresentare una “rappresentazione” di un determinato momento metastorico che nella fattispecie corrisponde all’irruzione (kenosi, discesa del Figlio, svuotamento) del trascendente, del soprannaturale nel tempo.

La peculiarità della mangiatoia è quella di fissare nella temporalità ordinaria l’Eterno e di reiterarlo costantemente alla presenza della coscienza di ogni singolo individuo determinando una concezione del tempo non più circolare, ma volta ad un Fine Ultimo (éskhatos). Reiterazione in grado di riproporre puntualmente un quesito: l’abbandono ad un Mistero che apre al Divino? Oppure la libera e legittima scelta di non aderirvi? Raffigurazione apparentemente statica, ma da cui può scaturire la possibilità di una scelta dinamica proiettata verso una dimensione trascendentale, tale da penetrare nella profondità temporale della propria esistenza; al di là del potere evocativo del simbolo, al di là dello spazio e del tempo risiede un Mistero insondabile, che nel bene o nel male continua ininterrottamente ad interrogare l’uomo.

La mira madre in poveri panni il Figliol compose, e nell’ultimo presepio soavemente il pose; e l’odorò: beata! Innanzi al Dio proposta, che il puro sen le aprì“.

(Alessandro Manzoni, Il Natale)

Pubblicato da Marco Di Domenico

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