Nel nostro “deposito” psichico abbiamo un solo moralistico Natale: il Natale del “siam tutti più buoni”, ma in realtà ci sono tre sottocategorie: il raffinato e elitario Natale A, l’inossidabile dimensione statica e ripetitiva del Natale B e la necessaria presenza del Natale C, che ha come funzione quella di placare subdolamente i rimorsi di coscienza degli “abitanti” del Natale A e B. Premessa: nessuno di questi “natali” ha un lieto fine, ma rappresentano una trappola costante ed equilibrata che protegge irrevocabilmente da qualsiasi costruttivo cambiamento.

Se pensate di trovarvi nella dimensione redentiva della famosa opera di Charles Dickens (1812-1870) Canto di Natale vi state sbagliando. Non c’è nessun Ebenezer Scrooge il quale scopre di aver vissuto inutilmente una vita di accumulo indiscriminato di denaro, ma che poi trova un lieto fine con la presa di coscienza della sua discutibile condotta. Racconto accompagnato da un reale cambiamento di Ebenezer Scrooge. Qui siamo immersi fino al collo nell’abisso di tre sabbie mobili le quali imprigionano coscienza e Spirito. Il Natale A con i suoi raffinati auguri, fatto di tavole imbandite che potrebbero sfamare 1000 persone, di presepi sfarzosi e alberi di quattro metri tolti alla natura, di cristi con corone dorate e messe di mezzanotte prêt-à-porter e di inchini fatti dai potentati al mafioso di turno.

Il Natale B invece è quello che abbraccia e riguarda la stragrande maggioranza, si festeggia cercando di imitare grossolanamente il Natale A, è il ricettacolo del puro consumismo, ma la vera peculiarità del Natale B è quella di mantenere costante la distanza tra il Natale A e il Natale C, infatti, l’opulenza del Natale A e la povertà del Natale C, vengono armonizzate grazie all’incapacità degli abitanti del Natale B di adempiere ad una attenta autocritica e a una lettura sociale scevra da stereotipi dettati dalla logica del consumo e dalla ricerca indiscriminata del desiderio e del vizio. Il Natale C, come avete potuto ben intuire, è rappresentato dai reietti, dai poveri e ha poco a che fare con il concetto erroneo e anche a suo modo romantico del “vogliamoci tutti bene siamo poveri ma contenti”.

No! Non è così! E’ l’anticamera dell’inferno per chi lo vive, luogo di solitudine e di soprusi subiti o anche vicendevoli. Mentre noi mastichiamo “pregiate carni” loro masticano amarezza e odio verso una festa che ricorda loro di essere figli indigesti di un altro Dio. In questo sistema il Natale C è di fondamentale importanza, da una parte permette di far pensare agli appartenenti del Natale A e B di essere migliori e dall’altra spinge i “natalini” A e B a fare quella che notoriamente viene definita elemosina.

Un’elemosina che accontenta solo e parzialmente lo stomaco degli appartenenti al Natale C e che oggettivamente non permette a quest’ultimi di rialzare veramente la testa, possiamo definirla una solidarietà che non aiuta anzi che consolida le catene degli appartenenti al Natale C. Se dai solo quel poco che basta per evitare di morire di fame di conseguenza viene negata la possibilità concreta e imprescindibile di crescere, di espandere il proprio essere e specialmente di coltivare le proprie capacità. Troppe persone abili a pensare sono scomode e per tener costante quest’equilibrio è indispensabile quel tipo di Natale. In realtà nessuno è più sfortunato o fortunato dell’altro, dal momento in cui i rispettivi “natali” non danno una vera possibilità di cambiamento a nessuno. Sabbie mobili fondate su stereotipi reiterati nel tempo. Buon Natale e buona riflessione.

Suggerimenti bibliografici dell’autore

Charles DickensCanto di Natale.

 

Posted by Marco Di Domenico

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