“Non si può quindi rimproverare al romanzo di essere affascinato dai misteriosi incontri di coincidenze…,ma si può a ragione rimproverare all’uomo di essere cieco davanti a simili coincidenze nella vita di ogni giorno, e di privare così la propria vita della sua dimensione di bellezza”.

(Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere).

 

Oggi allo stadio si disputa una partita di calcio molto importante: la mia squadra del cuore lotta per la salvezza e per me – che sono un appassionato cronico – non assistere a quest’evento è un grande sacrificio. Eppure dovrò rinunciarvi. Un mese fa una mia cara amica mi ha invitato proprio per oggi (stesso orario dell’incontro di calcio) ad uno spettacolo teatrale molto singolare in quanto realizzato da alcuni detenuti all’interno della casa circondariale della mia città. Lei ci teneva affinché l’accompagnassi, io le avevo detto di sì e oggi non me la sento di deluderla.

Arriviamo all’esterno del carcere, dopo numerosi controlli vi entriamo: per me un’esperienza nuova, una serie di strane sensazioni ma in me lo stato d’animo  predominante è ancora il malessere per la forzata rinuncia alla partita, anche perché all’ingresso ci obbligano a depositare negli armadietti tutti gli effetti personali, compreso il telefono cellulare (“Come farò a seguire il punteggio?”). Entriamo nella stanzetta adibita a teatrino: pochi metri quadrati, molto spartana, nessuna finestra, una pedana come palco e semplici panchine per gli spettatori al posto delle poltroncine. Appena 20 o 30 spettatori, compresa una guardia carceraria.

Dopo una decina di minuti di saluti e brusio, entra in scena il narratore: ci racconta che la rappresentazione sarà liberamente ispirata all’opera “Aminta” di Tasso del 1573, che durerà un paio d’ore e che, poiché uno degli attori-detenuti è stato scarcerato pochi giorni prima, verrà sostituito da uno degli altri tre attori (che di conseguenza interpreterà ben tre ruoli). Penso che sarà uno spettacolo estremamente dilettantistico, e mi cruccio perché quando uscirò da lì, l’incontro di calcio sarà finito da un pezzo.

Inizia la rappresentazione e arriva la prima bella sorpresa: non sono un grande esperto di teatro ma noto che gli attori sono piuttosto bravi. Soprattutto, sin dall’inizio mi colpiscono la loro passione e la loro autenticità. Inizio ad appassionarmi, e come me tutto il pur esiguo pubblico. Il mio sguardo si posa su quello degli attori: in loro vedo brillare una luce, sono occhi carichi di passione, di energia, di vita, di amore, nella recitazione esprimono quello che hanno dentro. La tragedia di Tasso è lunga, complessa e con un linguaggio anacronistico, tipico dell’epoca nella quale è stata scritta. Penso allo sforzo che questi uomini hanno sostenuto per interiorizzarla, impararla a memoria e per interpretarla con siffatta qualità e ardore. Mi chiedo quali stimoli abbiamo trovato tra quattro mura, in un posto in cui la vita non è vita, e alla fine per recitarla davanti ad appena una ventina di spettatori!

L’interpretazione mi coinvolge sempre più fin quando, giungendo all’ultima scena, improvvisamente in quella piccola stanza buia dall’aria viziata si staglia un arcobaleno: gli attori con occhi sempre più vivi ed emozionati ci donano la loro anima, parlano di sé, insieme al regista ci raccontano di come lo spettacolo sia stato messo in scena per il reinserimento dei detenuti ma che in realtà rappresenta molto di più, un emozionante incontro tra loro e noi, tra due mondi separati, tra chi sta dentro e chi sta fuori. Per loro la rappresentazione è un modo di sentirsi ancora vivi, ancora utili alla società, ancora capaci di emozionarsi e di emozionare. Lo spettacolo a cui ho assistito li ha riavvicinati al mondo esterno.

E’ come se in quegli attimi facessero librare le loro anime di bruchi insieme alle nostre anime di farfalle. Ma chi sono i bruchi, e chi le farfalle? Mi commuovo, in quel piccolo anonimo teatrino si è accesa una scintilla: hanno vinto l’arte, l’essere umano, l’anima, l’incontro! La loro è un’espressione di amore, di gioia di vivere, di gratitudine, di emozione, di coinvolgimento. Noi nella quotidianità delle nostre vite siamo capaci di altrettanta arte? Chi sono oggi i veri uomini liberi? E chi sono i detenuti? Noi o loro?

Nella vita normale dovremmo essere liberi, ma lo siamo davvero? Superficiali, freddi, frenetici, asettici, anestetizzati, immersi in mille maschere, schiavi di falsi miti, incapaci di emozionarci, di amare, e soprattutto incapaci di cogliere la magia dell’incontro! Ogni incontro è magia, bellezza, scintilla, ed hanno dovuto ricordarmelo dei detenuti! Il loro dolore, la loro emarginazione, la loro empatia con l’altro, la loro nostalgia per la vita li hanno trasformati in artisti.

Tutti gli esseri umani hanno il diritto di essere amati, di essere ascoltati, di sentirsi vivi, di essere reintegrati. L’inclusione sociale dei detenuti può avvenire tramite l’arte, così come la rieducazione di noi uomini “liberi”. E soprattutto apriamoci alla magia dell’incontro, anche quello apparentemente più strampalato! Io non conoscerò mai i nomi di quegli attori, non li rivedrò mai più, ma vorrei sapessero che mi hanno emozionato, e che l’incontro con loro e con la loro arte rimarrà per sempre una perla nella mia vita di uomo “libero”.

“Ogni rapporto è una specie di sincronicità: un evento unico in cui un incontro esterno di individui assume rilevanza emotiva, simbolica e trasformativa. Molti degli eventi sincronistici descritti in questo capitolo mostrano che siamo collegati agli altri con legami molto più forti di quanto spesso non siamo in grado di riconoscere, e che ognuna delle coincidenze significative qui riportate conferma il concetto junghiano di inconscio collettivo, secondo cui ogni essere umano condivide a livello psicologico e spirituale un legame con tutti gli altri esseri umani. Quasi fossimo personaggi di un intreccio, incontriamo spesso la persona o le persone che dobbiamo incontrare….tu non sei solo.”

(Robert H. Hopcke – Nulla succede per caso).

Suggerimenti sitografici

https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/altre-news/carcere-di-bollate-dove-il-detenuto-non-perde-la-sua-dignita

Bollate carcere moderno:

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-78c2b896-164a-4975-9892-b09c8c93af9e.html

 

Posted by Domingo Lupi

Libero Blogger

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