L’altra sera, come molti di voi,  ho strabuzzato gli occhi nel guardare in TV la partita di calcio tra Ajax e Tottenham, spettacolare e ricca di colpi di scena. Divertimento elevato all’ennesima potenza, esaltazione della velocità, dell’aggressività, dell’attacco, dell’esplosività. Valido intrattenimento, non c’è che dire! Eppure, alla fine qualcosa non mi convinceva: in me si è fatta spazio l’impressione che lo spettacolo fosse diventato l’unico obbiettivo, anche a scapito del risultato; che il consumo ossessivo di emozioni fosse prioritario rispetto alla conquista di una finale di Champions League; che l’attenzione mediatica di centinaia di milioni di consumatori voyeuristi fosse più importante dell’amore di 50.000 tifosi che, assiepati sulle tribune dello stadio, avranno pianto per aver perso in quel modo una finale europea.

Nella mia mente sono allora riemerse delle immagini: L’Italia operaia vincitrice del mondiale 1982, Fabio Cannavaro che con le unghie e con i denti andava ad arpionare tutti i palloni in difesa nel mondiale del 2006,  Franco Baresi che nel ruolo di libero (vi ricordate il libero?) non aveva certo il dinamismo dei calciatori di oggi ma stava sempre nel posto giusto, Donato Anzivino che con la maglia dell’Ascoli nel 1983 annullò la classe di un certo Zico standogli attaccato come una ventosa, e ho provato un po’ di nostalgia; sì, andrò controcorrente ma riconosco che ho provato un po’ di nostalgia per quello spirito battagliero, per quella strenua difesa della conquista, per la completezza tattica di un tempo nel riuscire ad attaccare ma anche a neutralizzare gli attacchi degli avversari, per quelle vittorie sudate, stiracchiate, sofferte in cui la squadra pur di difendere il risultato alzava un muro davanti al portiere.

Un po’ come la vita, che d’altronde oggi è un po’ rispecchiata dall’incontro di calcio tra Ajax e Tottenham: nella società attuale vince chi rischia di più, chi corre di più, chi aggredisce di più, chi attacca di più, chi spettacolarizza di più, chi seduce di più. Ma io sono stufo: vorrei ricreare un mondo in cui torna a vincere chi agisce nel silenzio, chi fa un passo per volta, chi ha pazienza, chi soffre di più, chi pensa di più, chi con le unghie e con i denti difende le proprie conquiste, chi non punta alla quantità ma alla qualità, chi piuttosto che correre sempre per raggiungere una smagliante forma fisica decide di sedersi su un cucuzzolo di montagna per ore ad ammirare la bellezza del paesaggio, chi ama una sola persona con costanza per tutta la vita, chi piuttosto che fare sesso con più persone possibili decide di fare l’amore con una sola persona, quella che ama, chi si ferma e si chiede: “Chi sono io?”. Ecco: io rivoglio i Gaetano Scirea, i Franco Baresi, i Fabio Cannavaro, i Donato Anzivino.

Io rivoglio quel calcio lento, attempato, prevedibile, ordinato, quel calcio che va sorseggiato lentamente, quel calcio romantico, quel calcio in cui le partite venivano viste allo stadio o ascoltate alla radio, quel calcio in cui per sapere se era rigore o no dovevi aspettare Carlo Sassi a mezzanotte, quel calcio rappresentato da Costantino Rozzi, da Carletto Mazzone, da Giovanni Trapattoni, da Novantesimo minuto, da Tonino Carino, da Luigi Necco, da Aldo Biscardi, quel calcio che era teatro mentre oggi è cinema hollywoodiano, quel calcio che tanto somigliava alla realtà mentre oggi somiglia ad un videogioco. Rivoglio quel calcio fatto di uomini e non di marziani.

Domingo Lupi, libero Blogger

 

 

Pubblicato da Domingo Lupi

Libero Blogger

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *