Molto spesso capita, in questi giorni prossimi alle festività natalizie, di aggirarmi nei negozi, come faccio del resto tutto l’anno, per fare delle normali spese per la vita di tutti i giorni ed è da più di un mese che vedo vetrine addobbate, scaffali modificati, così come le corsie dei negozi, e riempiti di ogni bene che possa essere coincidente con le richieste del mercato di questo periodo dell’anno. Sempre in questi giorni, molto spesso, mi capita di ascoltare, nei discorsi delle persone a me vicine, il tema del senso del Natale che si è perso, “del Natale di una volta“ quando si stava tutti insieme in famiglia e bastava poco per essere felici. Questo è perlomeno, quello che sento dire è così lo riporto a voi. È indubbio che negli ultimi anni qualcosa sia cambiato. Forse quello che più salta all’occhio dal contrasto tra quello che era prima e quello che c’è ora è la ricerca sfrenata, direi quasi compulsiva, degli oggetti. Questione comune a tutto l’anno che però sotto questo periodo pare accentuarsi, causa i regali che, talvolta paiono un dovere da espletare. Intendiamoci, non sto demonizzando nulla, acquistare un oggetto, un “pensiero” non ha in sé nulla di denigrabile o di capitalistico, quello su cui provo a riflettere con voi è sul valore che a tutto ciò si da e che rispecchia il paradigma contemporaneamente che muove la nostra società: il più-di-godimento.

Detta così, la questione suona sinistra, ma è più immediata di quanto non si creda. Sintetizzo il tutto in poche spicciole parole: il nostro contesto culturale funziona imponendo al singolo, a sua insaputa, di consacrare l’esistenza alla ricerca dei piaceri legati agli oggetti che il mercato offre ed oltre a questo spinge le persone, tutti noi quindi, verso un’autosoddisfazione “legittima”. E così il corpo, i legami sociali, il tempo, la propria vita spirituale, insomma tutta l’intera esistenza ne risulta stravolta e questo vale ovviamente anche per il Natale. Ognuno ripiegandosi su se stesso cerca il senso della propria esistenza e crede di trovarlo nei gadget che il mercato offre, nella soddisfazione legata al comprare qualcosa più che nel donare l’oggetto acquistato, nel contraccambio più che nel dono gratuito. Su questa “piattaforma esistenziale” se non si fanno i regali ci si sente quasi sbagliati, accusabili, insomma moralmente fuori posto perché il regalo a Natale “Si fa”. Questi gadget divengono sembianti capaci, all’apparenza, di colmare la nostra mancanza strutturale, quel taglio che ci spinge a farci domande, che ci sospinge verso la ricerca interiore, spirituale, creativa. Oltretutto quietano il nostro senso di disagio ed il senso sentirci giudicati nell’eventualità fossimo ospiti di qualcuno a pranzo e possiamo portare con noi un pacchetto, magari “non sentito” ma… insomma come si dice “almeno non andiamo a mani vuote!”.

Gli oggetti, così come vengono concepiti dal mercato e quindi anche dal consumatore, coprono però alla meglio questa “ferita” e con essa anche la possibilità di desiderare, di volgersi cioè verso qualcos’altro che ha il sapore del mistero, del nuovo, della sorpresa, della riscoperta dello stare insieme per il puro gusto di condividere un momento. Il risultato? Una silenziosa angoscia ed una inevitabile solitudine che cercano rimedio nello stordimento che le “cattedrali del commercio” offrono: luci, canzoncine a tema e confusione disarticolando le coordinate di cui la vita, anche il Natale, ha bisogno per esistere. Il Natale ha un suo tempo, il tempo dell’attesa, attesa di una nascita che fa sorgere qualcosa di nuovo dentro la propria interiorità, fosse anche una contraddizione. Per un bambino l’attesa diventa un piccolo regalo incartato che suscita il de-siderio, un primo senso del mistero, è l’attesa del velo di carta che squarcerà “appena è l’ora“.
Il Natale ha un corpo, non quello del povero perché essere poveri fino a divenire isolati, morenti e compatiti da tutti non credo sia desiderato da qualcuno, ma quello della fragilità dell’esistenza. La nascita di Gesù è nascita nell’inermità, nell’insufficienza e nella totale dipendenza dall’Altro: siamo fatti per nascere continuamente e ripetere questa venuta al mondo in questa stessa condizione. La nascita è l’apertura al mondo della vita che vince sulla morte e della luce che penetra l’ombra, non prepotenza antropocentrica che consuma e si riempie del futile edificandosi sul surplus e facendo ombra sul più debole con tracotanza.

Il Natale vive nei legami sociali, nella famiglia, ma non come imposizione – “perché Si deve” -, quanto “perché è il luogo in cui dispiegare il proprio de-siderio”. Difatti è con l’altro che posso trovare vera soddisfazione, aprendomi alla sorpresa che mi propone. La sorpresa del “regalo di Natale” è quindi la metafora di quello che l’altro significa: qualcuno che nel confronto mi spiazza non donandomi quello che mi aspetto, ma ciò che lui/lei ha pensato per me.
Il Natale vive nella spiritualità: detta così sembra una cosa scontata ma non lo è affatto. Quante volte un uomo può risollevarsi dalla polvere, può risorgere dalle sue morti? O, quante volte può riproporre dentro di sé il miracolo della nascita, del rinnovamento interiore? Quante volte si apre al miracolo della speranza? Hannah Arendt diceva che l’essere umano è fatto per nascere, per assumere su di sé la responsabilità di ri-nascere giorno per giorno.

E non si può che rinascere nell’inermità che più che condannare predispone alla vita: vita che ha bisogno degli altri e non solo di oggetti, di attese che vivificano il tempo è non di smanie di possesso immediato o di tavole imbandite con eccessi, che ha bisogno della cura attenta della propria personale interiorità e non del superfluo de-centrandosi, così che la morte possa non avere l’ultima parola sulla vita. Ri-scoprire il senso del Natale allora richiede non di fare uno sforzo nell’essere più miti in questi giorni, rimandando gli scatti d’ira ed i giudizi velenosi al 27 dicembre, ma lasciarsi trafiggere dalla propria inermità e da tutto quello che essa comporta, riconoscere questa condizione come parte fondante anche dell’altro che ci è davanti. Non più buoni per dovere, ma più consapevoli e vigili per dei giorni più vivi e meno ipocriti che riportino al centro il mistero del nascere: il senso segreto, che ad ognuno può disvelarsi diversamente, della mangiatoia di Betlemme.

 

Posted by Stefano Marini

Psicologo specializzando in Psicoterapia. Editore della pagina

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