Ritornate verso gli altipiani e
tuffatevi di nuovo nell’oceano cosmico…
la gente pensa che nei dettagli trova la luce,
la precisione che sta cercando. Ma è un’illusione:
troverete molta più luce in ciò che è vago e indistinto…
l’anima umana ha bisogno di immensità;
solo nell’immensità può sentirsi libera di respirare”.
(Omraam Mikhael Aivanhov)

Si corre spesso il rischio di considerare l’esperienza vissuta, quella che non usa linguaggi criptici e complessi, come un qualcosa situato ad un livello inferiore rispetto al sapere astratto, quasi puro,  del logos. L’esperienza, e con essa il vissuto, ha a che fare con una conoscenza ingenua, soggettiva e per questo – nel mondo del sapere oggettivo – vista come uno scarto, un rimasuglio derivante dall’epurazione dell’oggettivazione della conoscenza. La verità sul mondo, invece, è – se non altro inizialmente – ingenua. Ingenue sono il brusio intimo delle cicale e il sibilo della presenza del vento su un prato montano; ingenuo è il dolce richiamo delle ciliege e l’asfittica domanda di un frutto acerbo; ingenue sono le forme ora morbide e malinconiche, ora irte e nervose di una collina che degrada inesorabile nei calanchi appenninici; ed ancora ingenue sono la ruvidezza del travertino e la sensuale vivacità della seta; la penetrante presenza della resina ed il canto lieto del gelsomino. Ma cos’è l’ingenuità? Questa compagna che, nel vagabondare abita il mondo, dischiudendo lo sguardo stupefatto dal nuovo orizzonte? Ingenuità è l’esperienza originaria che ognuno fa del mondo, l’etimologia della parola ne da testimonianza, esperienza naturale intesa nel senso che gli conferivano i Greci, cioè quella natura che si apre agli occhi e  coincidente con la dimensione del mondo-della-vita proposta da Husserl.

Ingenuo è il passeggiare in montagna ascoltando il dolce fruscio delle foglie colpite dal vento, soffermarsi sulla tenera voce degli uccellini che ci salutano al nostro passaggio. Domandarsi, senza proferire parola, sul silenzio solenne dei monti maestosi riempiendolo con la sensazione di rientrare nel ventre materno in attesa di nascere di nuovo. È la fiduciosa consapevolezza che tutti abbiamo sempre una seconda possibilità ed accogliere l’energia della natura, sintonizzarci armoniosamente sulla stessa frequenza dell’energia che abita il mondo. L’indefinito e il vago, ci ricorda Leopardi nello Zibaldone, sono le categorie del poetico. E per cogliere la poesia in cui siamo immersi, c’è bisogno di capire che il mondo è abitato da corpi- desideranti capaci di cogliere atmosfere e tonalità affettive, gusti, voci, respirando magia e tragedia. Sono corpi che restano in piedi non per le loro reazioni chimiche, quanto perché sono presi dal mondo, cioè al contempo agiti ed agenti; non intelletti giudicanti che oggettivano e prendono le distanze da tutto, ma corpi che sono situazionati, che offrono e ricevono, odono e rispondono: ora con lo sguardo, ora con il gesto, ora con le viscere costruendo il mondo che abitano.

Tra noi ed il mondo non c’è distanza, siamo esposti l’uno all’altro e nel riflettere su di un’esperienza non si scopre l’interiorità pura, ma una commistione inestricabile tra noi e l’ambiente in cui la coscienza si immerge. Il corpo-vissuto abita una relazione simpatetica con ciò che lo circonda, è un Io-penso che incontra lo spessore della carne se vuol fare esperienza della prossimità delle cose e delle persone, ospitato dal mondo ed animato da esso, assorbito dal paesaggio e non dalla mappa che ne deriva, sbigottito dalle stelle e non dalla posizione da loro occupata nella volta celeste. Muoversi nel mondo-della-vita è simile ad una passeggiata in montagna, è vivere la consapevolezza che siamo costituiti della stessa materia degli alberi, delle rocce, dei prati, dei monti, del cielo, del Sole e delle nuvole. Caldo e freddo, umido e secco, cotto e crudo. Questa è l’esperienza originaria a cui il corpo è chiamato a rispondere, non conoscenza logica ma sapere patico e denso.

Un sentirsi-a-casa in quello spazio in cui è possibile rintracciare il mio segno e quello dell’altro, riconoscere ed essere riconosciuto: luogo di addii e meraviglia, di ombra e luce, trasalimenti e noia. Il corpo è trafitto dal desiderio che permette la pro-tensione verso le cose del mondo che sono dislocate attorno a lui, non secondo coordinate logico-geometriche, quanto piuttosto tramite organizzatori legati al vissuto, che permettono di donare spessore all’esperienza. Così, il fare esperienza del mondo originario (per esempio camminando in montagna), catapulta il soggetto in un paesaggio che è al contempo noto ed ignoto, abitudine e novità, in un intreccio di sincronia e diacronia, definito da una domanda che genera attesa di una risposta che non si conosce e che potrebbe anche non arrivare. Passeggiare nella natura è una sospensione che permette di posare lo sguardo nell’immensità del paesaggio; è ascoltare i monti che ci sussurrano: “noi esistiamo da millenni, siamo maestosi ed eterni. Come noi, anche ognuno di voi è maestoso ed eterno”. È guardare i fiorellini che sul ciglio del sentiero nascono, crescono, si fanno belli e poi muoiono; è ammirare le variopinte farfalle che volano con scatti repentini cambiando continuamente direzione, seguendo il loro istinto, la loro natura: monito che richiama ogni uomo a seguire la propria vocazione.

Il paesaggio è composto da dissolvenze e cesure, crinali e ripidi pendii, squarci e con-fusioni in un intreccio inestricabile di corpi, esperienze ed orizzonti che si dischiudono al nostro essere esposti a ciò che abbiamo innanzi. Impressionismo e cubismo che non si escludono: se da un verso l’esperienza assume le forme cangianti e atmosferiche del dipinto che impressiona e coinvolge, dall’altro c’è l’oggetto che viene trafitto da infiniti punti che ci informano sulla familiarità dei luoghi e del nostro essere-al-mondo (per esempio gettando lo sguardo in vallata e riconoscere i paesi, le loro storie che si intrecciano con le nostre, trasformando il ricordo in presenza che e-moziona, cioè che muove verso quel luogo e quel tempo che sono ancora alla nostra portata). Così, dando un nome, riconoscere qualcosa o qualcuno, dona il senso della consuetudine e del ricordare, avvicina le cose e permette di prenderne al contempo distanza; gettare lo sguardo e riconoscere i luoghi in cui si è stati e in cui un giorno si tornerà ad essere, permette di farci ri-cordare la nostra storia e ricordare è un ri-accordare il nostro passato con il nostro futuro. Questa prospettiva del ricordare non è solo un sottrarsi sempre dalla morte che, nel corpo-morto, consegna definitivamente un passato immodificabile, ma è un tornare pro-tesi verso la libertà del nostro essere-nel-futuro, della nostra decisione.

Decidere è essere al contempo nel nostro essere pres-enti (cioè presi dalla situazione, dalle persone, dalle esperienze che viviamo e da ciò che ci circonda), riaccordando il passato al futuro, in un’attesa di una nuova intuizione sulla nostra vita. Camminando su un sentiero montagnoso, tutte queste coordinate sono ben visibili: è tangibile il limite dell’orizzonte prima di arrivare sul crinale, sperimentando l’attesa del futuro che è apertura alla nuovo prospettiva; è afferrabile il nostro passato che ri-emerge dai passi che si sono succeduti e che ci hanno fatto prendere un sentiero piuttosto che un altro, riducendo inevitabilmente le nostre possibilità; è visibile il presente, melodia che ci avvolge, senso che diventa continuo passato e compimento di un futuro che è continuamente in divenire. In questo senso l’esperienza della passeggiata può essere un ri-accordo (temporaneo), un rapimento, una sospensione di ogni certezza  e apertura verso orizzonti inammissibili. Passeggiare in montagna è ammirare l’essenziale, rientrare in sé stessi ritrovando la propria identità,  svelando il proprio cammino, abbracciando i nostri ritmi primordiali, tornando ad amare la vita.

Nel camminare immersi nella natura c’è dentro la nostra relazione con il mondo, il modo di vederlo e sentirlo, la nostra eredità ed educazione, il nostro ambiente: in una parola c’è tutta la nostra storia e tutto il nostro desiderare. Nell’esser immersi nella natura è possibile sperimentare un’irripetibilità, per questo ha un potere vitalizzante così forte, si è presi dal desiderio perché si allontana la possibilità della ripetizione che Freud ci ricorda essere la pulsione di morte. Ogni passo è sempre irriproducibile, ogni colpo d’occhio è un nuovo vedere, ogni emozione è sempre il suo superamento: io sono il mio sbigottimento, sussulto che non mi abbandona anche se si getta fuori da me, nella vastità del mondo che si apre innanzi. Camminare in un paesaggio naturale maestoso ed imponente, non è solo nuovi orizzonti e racconti di storie che dalla vallata salgono echeggiando inebriando l’atmosfera. Passeggiare nel mondo originario è, anche, fare esperienza dell’ombra e dell’insondabile; abitare l’angoscia dell’ignoto e della indefinibilità dell’esistenza; smarrimento generato dal non poter scrutare oltre la fitta muraglia di un bosco frondoso, che lacera il cammino del viandante e percepire la propria precarietà incarnata dall’umile rispetto che occorre rivolgere alla natura.

Ma chi va per boschi e montagne sa che ad un certo punto dinnanzi agli occhi, spesso improvvisamente, si apre una finestra di luce diradando l’ombra che l’avvolge: una radura che contrasta con il bosco frondoso da cui si proviene. Questa è l’esperienza della Lichtung proposta da Heidegger, la radura non è solo la possibilità di una illuminazione, ma la possibilità della coscienza umana di essere aperta alla visione di un qualcosa che è la luce stessa nella sua luminosità. Il mondo-della-vita è vita e morte e questo è direttamente afferrabile passeggiando in luoghi naturali, dove la morte e la vita assumono un senso autentico: germogli che spuntano e foglie secche a terra, fiori e frutti che si alternano a rami ed alberi spezzati. Ogni cosa ha il suo posto, anche la morte che si rivela essere il progetto di ogni cosa alla quale non ci si può sottrarre, dalla quale non c’è via di fuga. La morte rivela così tutta la sua autenticità, per fare un gioco di parole con Vattimo, possibilità autentica ed autentica possibilità.

Passeggiare in montagna è sentire l’aria fresca che pulisce i polmoni, è vedere il Sole che scalda gli organi vitali, è ascoltare i silenzi che liberano la mente, è provare l’amore assoluto che apre il cuore, è la più potente medicina per sanare il male di vivere. In definitiva questo è un invito al riposo, quell’essere immersi in un aroma, in un’armonia ed atmosfera attraverso cui noi siamo a bagno degli infiniti rimandi che il mondo è in grado di offrirci. Passeggiare in montagna è un incontro particolare e speciale con il mondo-della-vita. Ognuno di noi ha una storia e passeggiare in montagna ci fa ri-entrare nella storia di vita di ognuno di noi.

Suggerimenti bibliografici degli autori

– Heidegger M.: Essere e Tempo. 2011

– Galimberti U.: Il Corpo. 2013

– Vattimo G.: Introduzione ad Heidegger. 2010

Domingo Lupi Libero Blogger

Stefano Marini, Psicologo

Posted by Domingo Lupi

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