“La nostra esistenza è come un brano jazz. Credere che esista una nota assolutamente sbagliata significa agire come se il tempo non esistesse. Equivale a dimenticare che navighiamo sul fiume del divenire, non nel cielo delle idee eterne” (Charles Pèpin – Il magico potere del fallimento). Come mi accade spesso nei pochi momenti liberi, passeggiavo in libreria affascinato dall’odore tipico della carta, in silenzio, assorto a cogliere il bisbiglio dei libri. D’improvviso, uno di essi mi chiamò attirando la mia attenzione: titolo in caratteri grandi, neri, su una copertina spartana, priva di figure, piccola quasi in formato tascabile, piuttosto semplice ma molto incisiva: “Il magico potere del fallimento” con un sotto-titolo di dimensioni minori ma di un verde fosforescente capace di attrarmi violentemente: “Perché la sconfitta ci rende liberi”. A completare la copertina, il nome dell’ autore (Charles Pèpin) e una freccia obliqua verso il basso (sempre in verde).

Era il mio: mi ha sempre affascinato “sentire al contrario”, “entrare in profondità nel perché delle cose”, “non fermarmi alle apparenze”. Un libro forte e chiaro, un inno all’insegnamento dei fallimenti, un vero pugno nello stomaco dell’odierno pensiero occidentale (secondo cui vince chi non sbaglia, basato sul “super-uomo”, sulla vittoria della tecnica, sull’importanza delle risposte rispetto alle domande).

Charles Pèpin è un giovane filosofo francese, professore universitario, che in quest’opera riesce a raccontare in modo comprensibile a tutti l’eterno dibattito che nella storia, da millenni e ancora oggi, viene affrontato dai filosofi di tutto il mondo: la vita dell’essere umano è un divenire? O è un’essenza? I filosofi del divenire pongono l’accento sulla storia dell’individuo, sulla sua crescita attraverso i fallimenti, sul coraggio di uscire dalle comodità dell’abitudine, individuando i fallimenti come opportunità per reinventarci.

I filosofi dell’essenza, invece, basano le loro convinzioni sulla verità immutabile dell’ uomo, su ciò che i cristiani definiscono “Anima” e Cartesio “Io”: ci spronano a chiederci chi siamo, quale sia il nostro desiderio più profondo, rimanendo il più possibile incentrati su di esso. Da un lato Eraclito: “Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume” e poi Sartre (secondo il quale porci domande sulla nostra essenza ci inibisce, pone un freno alla nostra libertà).

Dall’altro Parmenide, che definisce Dio (e l’uomo) come “l’ Uno immobile ed eterno” e poi Lacan (il nostro desiderio inconscio ci costituisce in maniera essenziale). Dopo una serie di riflessioni attuali ed intense, condite con il cuore e con l’ardore oltre che con la razionalità – e dopo numerosi, vivaci e curiosi racconti della vita di celebri personalità entrate nella storia, l’autore giunge ad una conclusione illuminante ed emozionante: compito dell’essere umano è superare l’opposizione tra le due correnti, “provare a reinventarsi il più possibile, pur restando fedeli al proprio desiderio. Utilizzare i fallimenti, le possibili alternative e la capacità di reagire per tentare di avvicinarsi al proprio asse – a ciò che è ESSENZIALE PER NOI. E’ proprio questo il significato del “Diventa ciò che sei” nietzscheano”.

Un libro indimenticabile per chi – come me – ama avvicinarsi alla filosofia senza averla studiata a scuola, una filosofia – quella espressa da Pèpin – molto incisiva e concreta, capace di donarci illuminanti riflessioni sulla nostra quotidianità, anche grazie agli aneddoti raccontati dall’autore sulle vite di personaggi unici della nostra epoca come Nadal, Agassi, Ray Charles, Charles De Gaulle, David Bowie e altri.

 

“Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!”

(Rudyard Kipling, Se)

Posted by Domingo Lupi

Libero Blogger

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