Ora – come per sfuggire ad i limiti che il corpo all’apparenza ci consegna – tuffiamoci nella magia dell’apparire del mondo, accadere che attraversa il nostro corpo, quell’intricato intreccio di connessioni cellulari, neurali: migliaia, milioni, addirittura miliardi di unità biologiche che assolvono ad una miriade di funzioni essenziali alla vita. Intreccio che non va confuso, però, con la sua conseguenza consegnataci dal riduzionismo scientifico che ha assunto delle sembianze ambigue e confusionarie, quella condizione che prende il nome di “mente” e che ha in sé una profonda inconsistenza, se con “mente” ci si riferisce solo all’accadere psichico.

Ecco perché va specificato che l’idea di fare del riduzionismo parlando del cervello e dei suoi mattoni (i neuroni), non è una scomposizione dell’uomo ai fini di determinarlo e rimpicciolire a cosa-morta fine a se stessa. Per questo risulta quanto mai necessario conoscere cosa significa fare scienza per non cadere nei suoi tranelli terminologici e pratici: conoscere cioè quel procedimento logico che si fonda su di un metodo proprio della materia, che permette di giungere a determinati risultati ed, infine, l’origine stessa dell’idea di “scienza”. Non pare necessario addentrarsi troppo in profondità, basta solo richiamare l’attenzione sul fatto che – come nel nostro caso – quando parliamo di scienza e di riduzionismo il fine corrisponde al tentativo di “spacchettare l’individuo, la sua complessità, studiandolo per sezioni e domini altrimenti fusi insieme e capaci di regalarci la coerente esperienza che abbiamo nel nostro interfacciarci con il mondo reale”.

Citando Vittorio Gallese: “noi siamo più delle nostre sinapsi” (piccoli spazi tra i neuroni che permettono a questi ultimi di comunicare) e tra poco scopriremo il perché. Ecco un’immagine che ci viene subito in soccorso per comprendere quanto sia vicino a noi ciò di cui parliamo: in uno stralcio di intervista ad un celebre drammaturgo e regista britannico Peter Brook riportata in So quel che fai di Rizzolatti e Sinigaglia, viene esplicitata con molta semplicità ed efficacia la similitudine tra la scoperta dei mirror (neuroni specchio) ed il teatro, andando a specificare come: “le neuroscienze hanno cominciato a capire quello che il teatro sapeva da sempre. […] Il lavoro dell’attore sarebbe vano se egli non potesse condividere, al di là di ogni barriera linguistica o culturale, i suoni o i movimenti del proprio corpo con gli spettatori rendendoli parte di un evento che essi stessi debbono contribuire a creare”. In altre parole quando vediamo un altro essere umano muoversi mentre interpreta una parte sul palcoscenico, o nella sua vita quotidiana, noi – inconsapevolmente – siamo animati dal suo essere-in-movimento: siamo coinvolti intimamente dal suo apparire, dal suo manifestarsi che è l’esperienza e che costruisce l’esperienza del mondo in modo immediato.

Meravigliosa l’intuizione di Merleau-Ponty quando nel testo Fenomenologia della percezione del 1945 scrive che “la possibilità di comprendere i gesti è data dalla reciprocità delle mie intenzioni e dei gesti altrui […] un modo per accedere all’oggetto originale. All’originario”. Questo meccanismo di “risonanza” ci connette intuitivamente ed immediatamente con il mondo: spazio condiviso in cui compiere le azioni e luogo che ci congiunge, di conseguenza, all’altro che agisce in questo reticolato comune di possibili ed infinite interazioni intenzionali. Questo meccanismo di imitazione – di prassi mimetica direbbe Lorenzo Calvi – ci porta a ribadire che all’origine della nostra conoscenza e dell’agire non vi è semplicemente il mondo, o i nostri neuroni, ma l’apparire del mondo, o come puntualizza Severino “la manifestazione del mondo, il suo esser noto; ed è innanzitutto questa manifestazione e notizia che spetta di esser qualificata come mente”. La peculiarità dei neuroni specchio, quella di attivarsi quando si compie un’azione in prima persona e anche quando la si osserva compiere dagli altri, ci permette pertanto un’immediata condivisione di gesti che non sono semplicemente movimenti ma, atti attraverso i quali “prende corpo la nostra esperienza dell’ambiente che ci circonda”.

Atti che assumono diretto significato senza alcun bisogno di altre mediazioni: sono capaci, cioè, di aprire ogni individuo ad un mondo dove non può non esserci il contributo reciproco di ogni Io e di ogni Tu. Tuttavia, questa famiglia di neuroni non è che una piccola parte di un tutto più complesso. La “mente”, se così si vuol chiamare non è solo lo psichico, quanto anche l’esperienza, l’intreccio con il mondo a cui l’umano è rivolto e a cui la ricerca non può voltare le spalle. Si può davvero considerare una scoperta avvincente quella dei neuroni specchio. Essi sono alla base di quel meccanismo neurofisiologico che permette al nostro “cervello-corpo” di entrare in una relazione carica di senso con un l’Altro; un coinvolgimento immedesimato, come se fosse l’osservatore stesso a compiere l’atto. Ancora una volta si afferma decisamente, sul piano esperienziale, che in principio è la relazione tra parti dialoganti e “lo stesso rigido confine tra processi percettivi, cognitivi e motori finisce per rivelarsi artificioso”.

Così, quello che ognuno di noi percepisce dal mondo si trova sommerso dall’azione attraverso la quale ri-conoscere gli altri, le azioni ed anche le conseguenze delle intenzioni come dipendenti dal “nostro patrimonio motorio”, senza far uso della parola. Cosa emerge da queste poche righe? Ciò che pare più evidente, nel tentativo di spacchettare il fenomeno dell’attività di queste popolazioni di neuroni poste in una specifica area celebrale, è che la nostra conoscenza del mondo è primariamente corporea e priva di qualunque mediazione verbale esplicita. È corporea non solo nel senso che c’è la mediazione dei nostri sensi, o semplicemente perché si sta parlando di cellule che appartengono al dominio della materia, del corpo appunto. L’esperienza del mondo è primariamente corporea perché ogni Io sperimenta il Tu in se stesso, attraverso il suo stesso corpo. Si potrebbe dire, appoggiandoci sulla filosofia di Husserl, che tra ognuno di noi ed il mondo non c’è distanza ma una coincidenza.

Un Io sperimenta in se stesso, a suo modo, quello che un Tu manifesta a livello corporeo in uno spazio comune, trafiggendo gli oggetti del mondo da infinite angolazioni. Oggi si parla molto dell’empatia, quel tentativo di mettersi al posto dell’altro cercando di vivere l’esperienza come se la stessimo vivendo noi in prima persona. Ebbene (forse avevate già intuito) il sistema mirror incarnato rappresenta il prerequisito fondamentale per una prima reazione e comprensione empatica relativa proprio al come se. L’empatia è quindi “il dispositivo in prima persona utilizzato per entrare in contatto con l’Altro tramite immediatezza ed immedesimazione, riconoscendo al Tu la sua autonomia” e se tale alterità dovesse venir a mancare, perirebbe l’idea stessa di intersoggettività. Ovviamente i neuroni mirror non sono gli unici ad entrare in gioco in queste risposte automatiche, implicite e naturali che ci permettono di interfacciarci con gli altri e con il mondo, ma per comodità polarizzeremo la nostra attenzione su di loro.

Basta solo sapere che il cervello funziona a coorte, come un’orchestra mentre produce una sinfonia: noi ora stiamo dando risalto ad una piccola parte del tutto, solo alla partitura suonata da qualche violino per restare sulla metafora. Ciò che conta – per non fare delle neuroscienze cognitive un baluardo del riduzionismo fine a se stesso – non è partire dal cervello per poi, alla fine della fiera, tornare ad esso come se questo fosse il tassello mancante che permette all’uomo di considerare il mistero del suo essere-nel-mondo come compiuto. La vera scommessa è, piuttosto, partire dall’individuo per tornare all’individuo, sottolineare l’assoluta importanza dell’esperienza che si costituisce come un’unità cervello-corpo-mondo e concedere così spazio ad un impianto esistenziale che tenda ad enfatizzare la ineludibilità del mondo e dell’Altro, costruttori di conoscenza non primariamente verbale ma immediata ed intima. Un balzo nel mondo-della-vita (Lebenswelt) rintracciando il prerequisito per conoscere e ri-conoscere gli altri e noi stessi, al fine rispondere a quelle condizioni di possibilità quali sono le prospettive del mondo vissuto nel rapporto con le cose e con ogni Tu, aprendo lo sguardo alle infinite interrelazioni mondane.

La domanda che probabilmente molti, a questo punto, avranno provato a farsi è: perché un discorso su ciò che è ovvio ed immediato? Perché ri-velare ciò che accade in ognuno di noi quando ci gettiamo nel mondo come esseri-incarnati? Ed ancora: perché provare a smascherare l’immediatezza delle nostre relazioni mondane, quando sarebbe sufficiente l’esperienza immediata per comprendere ciò che viviamo? Il punto è che questa riflessione non serve a spiegare un meccanismo alienandolo dalla vita vissuta anzi, lo scopo è l’opposto: giungere al risultato che tutto assume una salienza, una rilevanza a noi nota solo perché ne facciamo esperienza implicitamente, cioè prima che tale esperienza diventi parola e riflessione cognitiva. Il mondo è alla nostra portata, afferrabile ed intimo, è fatto di carne. È questa relazione implicita con gli altri e le cose che ci autorizza ad edificare un ponte adatto a farci delocalizzare dalle nostre posizioni, dalla nostra esperienza ed abbracciare – con tutti i limiti – quella di chi è dinnanzi a noi. Questa riflessione serve per assumerci il peso della nostra natura.

Accettare su di noi, quindi, quella condizione di possibilità esistenziale in cui l’uomo, ogni Io ed ogni Tu, è deposto – come ricorda Martin Buber – nella parola base inscindibile “Io-Tu”. Non vai mai dimenticata, in questa possibilità di immedesimazione con il nostro prossimo, la massima di Jaspers quando dice che “i mattoni con i quali costruiamo il mondo dell’Altro, è il modo in cui l’Altro fa esperienza del mondo”. Questa frase consegna nelle nostre mani la possibilità intersoggettiva dell’esser-noi, ci ricorda che ciò che è appartenente ed è dell’altra persona resta suo, privato ed insondabile, eludendo ogni determinismo o psicologismo speculativo. L’altro lo si puoi ridurre, limitare; sull’altro si può dir tutto, ma questi si sottrarrà a tutti questi tentativi e resterà alterità.

Qual è l’utilità del sistema specchio se l’altro resta infondo insondabile allora? Ciò che ci è  affidato infondo, è la possibilità di approssimarci gli uni agli altri come in una danza iniziatica, sondando le abissali pareti dell’esistenza senza illuminarne il fondo, diretti verso un continuo palpitare intersoggettivo. Diastole e sistole del nostro essere-noi. Io e Te, come in un abbraccio, ci tocchiamo e lasciamo. Ora coma allora, come in ogni oltre che sarà. Un progetto in cui Noi siamo profondamente coinvolti, costitutivamente rivolti vicendevolmente e capaci di seguire la scia lasciata da schegge esistenziali che anelano all’ineffabile. Chiudiamo con Proust che sintetizza mirabilmente quanto detto finora. Scrive l’autore: “l’uomo sa farsi specchio e riflettere così la propria vita”.

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Suggerimenti bibliografici dell’autore

– Clavi L.: Epoché, prassi mimetica e neuroni specchio. Comprendre, 2000, 19: 34-43

– Merleau-Ponty M.: Fenomenologia della percezione. 2012

– Rizzolatti G., Sinigaglia C.: So quel che fai. 2006

– Severino E.: Cervello, mente, anima. 2016

Posted by Stefano Marini

Psicologo specializzando in Psicoterapia. Editore della pagina

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