Ci siamo, l’atmosfera è quella delle “prime volte”. Ho paura, forse ne hai anche tu. C’è imbarazzo, capita a chi prova a praticare un incontro “nudo”: lì, dove ogni riferimento è perduto, al dischiudersi delle prime luci del giorno, nell’inciampo di ogni tecnica (e ne senti i limiti sulla tua pelle), dove gli slogan perdono quello strano potere di catturare l’attenzione e la fascinazione. Lì, io e te siamo pelle a pelle, corpo a corpo. D’improvviso ci si scopre irriducibilmente umani, poveri e miseri, immersi in questo spazio-tempo emozionato, Tu ed Io usciamo allo scoperto come in un duello senza vinti o vincitori. Siamo indifesi ammettiamolo, il corpo lo testimonia nel suo fremito, nei brividi che lo attraversano, in quella stretta di mano che pare fungere da lasciapasssare verso qualcosa o qualcuno che ci aspetta nel segreto.

Sento la tua mano fredda: “mani fredde cuore caldo” dice un detto popolare della mia terra, accordiamoci allora sulla sua frequenza, sulla sua temperatura. Mettiamoci in ascolto, oltre le parole e le congetture, semplicemente proviamo a sentirci, Io me Tu te e poi, come a provare un approdo su una terra ignota, gettiamo il nostro sguardo per percepire da dove poter iniziare ad incontrarci. Prima che ogni parola possa ostacolarci, prima che ogni pregiudizio possa relegare il nostro trovarci qui, ora, ad una certezza (invidiabile per qualcuno), prendiamoci il tempo per guardarci e non sapere l’uno dell’altro. Io non sono dietro di te – nel mio nascondimento – a lasciarti vivere, non sono nella posizione marmorea di chi antepone il suo “credo” all’imminenza della carne, non voglio. Sono qui, con te, per afferrarci in qualche modo e per percorrere qualche via. Proviamoci.

Il silenzio, a volte, lascia sedimentare qualcosa che precipita incessantemente, finemente e le nostre emozioni a poco a poco si chiarificano, si addensano avvicendandosi in una nuova forma. Il silenzio che si è lasciato dominare coraggiosamente da sguardi e mimetismo, lascia il posto ad una parola che prova, nella povertà del suo limite, ad essere calda e viva. Scrivo questo non per riportare un caso clinico, né per romanzare un qualcosa che ha a che fare con la storia di ogni uomo, ma per orientare lo sguardo, l’orecchio, la pelle, il naso verso quelle direzioni antropologiche che si condensano ogni volta che abbiamo davanti una persona, un Tu che ci interroga. Cos’è il Tu? Chi sei Tu? Sono turbato, inquietato, sgomentato. Come poter lasciar cadere questo stupore? Come permettere che quell’unicità vada perduta, frantumata dalla disattenzione, da ciò che pare congruo fare per una giusta prassi? Cosa sono quegli occhi che si muovono, quel cuore che pulsa e si rende visibile dalle arterie che salgono per la gola? Domande che si perdono nel gorgoglio del tempo, in attesa che quella caldera, che quel Tu esploda e si manifesti per la sua più potente ineffabilità.

L’altro mi ha sempre scosso, me ne rendo conto giorno per giorno sempre più nitidamente: lasciandomi parti di sé in custodia (come se in qualche modo ne avessi, per lui, la licenza), pungendomi, assentandosi (talvolta definitivamente), calpestandomi, innalzandomi, mancando all’appello pur se presente. Questo accade a tutti noi, il modo con cui risuona in ognuno poi sono diverse ed in me hanno sempre assunto il carattere di un qualcosa di “corposo” che si compiva. L’altro è quella sottile linea di demarcazione che abita il mondo e mi ricorda, ci ricorda, che esistiamo, cioè che per poter vivere abbiamo bisogno di perderci nell’altro e con l’altro. Perderci nel dubbio e nelle desertiche pianura del non aver risposta da dare, del non poter offrire altra certezza che non la sola presenza, con occhi, pronti a seguire le infinite traiettorie che l’esistenza può compiere, che Tu puoi compiere.

Come un cacciatore che segue la traiettoria di un uccello prima di sparare il colpo che intercetterà quella linea immaginaria che sta per compiersi e che, forse, non si disegnerà oltre. Così nell’incontro, il Nostro, il proiettile lascia in aria un solco, una testimonianza che nulla può essere più come prima per me e per te. Questo è quel qualcosa di importante che ho sempre sentito, nulla può restare come prima, perché in qualche modo una domanda su chi si è, su chi si ha innanzi, su chi siamo Noi ora, la si produce sempre. E questa, anche a nostra insaputa, inizia a far gocciolare dal tetto, come in una grotta carsica, acqua mista a sali addensandosi poco a poco in un nuovo e continuo senso che abita il dischiudersi al divenire.

In questo strano gioco di immagini e con-fusioni sono preso dalla nostalgia, desiderio di tornare al luogo abituale, a quella dimensione a due che pare perdersi negli abissi della fretta e della superficialità dello scorrere degli eventi. Può lo sguardo salvarci cogliendo le essenze? Può il corpo, nel suo vitale palpito, valicare il deserto dell’alienità e incamminarsi verso il Tu lasciando, al contempo, inalterata la nostalgia dell’altrove? Ricerca incessante di quel luogo sempre nuovo e pur noto in cui poterci incontrare. E che legittimità ho io di attenderti per incontrarti? Perché tu dovresti incontrarti con me? Ne ho le competenze, le capacità, le attitudini?
Tra queste domande, che mi rivolgo – rovinosamente – a bruciapelo, provo ancora ad esserci al dileguarsi della notte, in attesa che Tu mi risponda, aprendo così un varco lungo il crinale che corre a picco sul crepaccio “dell’intimità”.

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Suggerimenti bibliografici dell’autore

– Cargnello D.: Alterità e alienità. Roma. 2010

– Di Petta G.: Leila: delirio e destino. Roma. 2015

– Stanghellini G.: Noi siamo un dialogo. Milano. 2017

Posted by Stefano Marini

Psicologo specializzando in Psicoterapia. Editore della pagina

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