Tra il passato e il presente c’è ben altro che una semplice differenza di grado. Il mio presente è ciò che mi interessa, ciò che vive per me, e, in breve, ciò che mi provoca all’azione, mentre il mio passato è essenzialmente impotente. […] Cos’è per me il momento presente? La caratteristica del tempo è di scorrere; il tempo già trascorso è il passato, e chiamiamo presente l’istante in cui scorre. Ma qui non si può trattare di un istante matematico. […] La materia, in quanto estesa nello spazio, deve essere definita, a nostro avviso, un presente che ricomincia incessantemente, e, inversamente, il nostro presente è la materialità stessa della nostra esistenza, cioè un insieme di sensazioni e di movimenti, e nient’altro che questo. E questo insieme è determinato, unico per ciascun momento della durata, proprio perché sensazioni e movimenti occupano i luoghi dello spazio e perché, nello stesso luogo, non ci possono essere più cose contemporaneamente“. (H. Bergson, Materia e memoria, 1896).

All’inizio del XX secolo, l’esposizione internazionale di Parigi, a cui parteciparono circa 50 milioni di visitatori, esaltò i rivoluzionari sviluppi del progresso; furono organizzate le prime Olimpiadi dell’era moderna, una sfida sportiva e tecnologica su scala mondiale; i fratelli Wright spiccarono il volo con il primo aeroplano della storia; si diffusero le biciclette, ma anche le motociclette e le automobili; comparvero le grandi corse di ciclismo su strada e si moltiplicarono le gare automobilistiche; il più grande transatlantico mai costruito solcò le acque gelide dell’oceano atlantico, superando addirittura i 20 nodi all’ora; le locomotive divennero sempre più affidabili ed efficienti; la radio ed il telegrafo consentirono comunicazioni immediate; le nuove catene di montaggio abbatterono drasticamente i tempi della produzione industriale e, in Italia, il Futurismo intese idealmente “bruciare i musei e le biblioteche“, in modo da non avere più rapporti con il passato e concentrarsi sul dinamico, promettente, inebriante futuro.

Il XX secolo, figlio della Rivoluzione Industriale, portò con sé una nuova, grande, pregnante promessa per l’umanità, a cui tutti credettero e della quale tutti si innamorarono: la velocità! Finalmente, l’uomo poteva viaggiare, scrivere, produrre, correre, stampare e, in una parola, vivere sempre più rapidamente! Molto più rapidamente di prima! Ma il vento della velocità conteneva un seme culturale negativo e pericolosissimo! Un seme che è cresciuto a tal punto che, nel XXI secolo, è diventato ormai un grande albero, con profondissime radici. Non c’è niente da fare: se la velocità è considerata una cosa buona, poiché riduce il tempo necessario per realizzare le cose (un prodotto, un manufatto, uno spostamento o un lavoro), ne consegue necessariamente che, in qualche modo, il tempo è cattivo! Se l’automobile è una cosa buona perché mi permette di ridurre il tempo per andare da casa al lavoro, è evidente che quel tempo non è qualcosa di buono! La velocità riduce il tempo: se questo fosse buono, la velocità diminuirebbe un bene, per cui non potrebbe essere vista positivamente. È’ elementare! È’ scritto nella stessa formula matematica della velocità! v=s/t. Il mito della velocità, in fondo, ci convince che il tempo non sia qualcosa di buono da vivere e da gustare, ma qualcosa di malvagio, di sbagliato, qualcosa da ingannare, da eludere, da evitare! Questo è un tarlo profondissimamente radicato nelle nostre menti.

Se fossi vissuto fino al XIX secolo, al calare della notte avrei avuto scarsa possibilità di visione; avrei potuto usare una candela o una lampada, ma con poca luce e per poco tempo. Avrei dovuto aspettare il ritorno del sole il mattino seguente. Avrei potuto usare quel tempo per dormire, o riposare, o pensare, o meditare, o pregare; o semplicemente per attendere il ritorno della luce. Oggi, con l’illuminazione artificiale, invece, posso riempire quel tempo di cose da fare (ad esempio, posso scrivere un articolo per “Il Luogo”!!). Vedete? Stiamo dicendo, in pratica, con la nostra vita, che il tempo dell’attesa, del riposo, della contemplazione, del silenzio, è totalmente inutile e dannoso! La nostra società sta dicendo che il tempo, di per sé, non vale la pena di essere vissuto! Il pellegrino, al contrario, non può fare altro che mettere un piede davanti all’altro. Se vuole raggiungere la meta, deve avere la pazienza di attraversare e godersi il tempo (di fatica, peraltro) che lo separa da quella meta.

Non può fare altro che viverlo ed apprezzarlo. Non può ingannarlo, alienandosi in una corsa cieca e inconsapevole. Non può evitarlo. È’ costretto a procedere lentamente, a guardare il paesaggio, a sentire gli odori, ad ascoltare i suoni; è costretto, grazie a Dio, a percepire ed affrontare il suo mondo interiore, le sue riflessioni, le sue paure, le sue angosce, i suoi desideri; è costretto, grazie a Dio, ad entrare nella dimensione bella dell’attesa, una dimensione in cui si ha la sensazione che la separazione tra il desiderio e la sua realizzazione sia qualcosa di sacro; una dimensione in cui si matura l’idea che la pienezza della vita sta, forse, più in quell’attesa piena di speranza che nella realizzazione stessa del desiderio; una dimensione in cui i problemi e le domande non impongono ansiosamente e frettolosamente una soluzione immediata, spesso fasulla, surrogata, alienante, tanto grande è l’angosciosa necessità che abbiamo di risolverli ed eliminarli! Una dimensione in cui ci scopriamo in grado di guardarli in faccia, sopportarli, dominarli, attendendo con forza e stabilità il prossimo sicuro arrivo della loro soluzione. L’attesa è uno dei “grandi assenti” del XX secolo!

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Suggerimenti bibliografici dell’autore

Giovanni Vannucci, Filocalia I, 1998.

Henri Bergson, Materia e memoria, 1896.

Anonimo Russo, Racconti di un pellegrino russo, 1853-1861.

Posted by Giuseppe Vallesi

Medico presso l’ospedale di Città di Castello (PG).

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