Camminare è uno sport di moda. Oggigiorno se ne fa un gran parlare e sempre più persone si avvicinano a questa attività, praticandola in varie forme: trekking, Nordic Walking, passeggiate in montagna, camminata a passo svelto, tapis roulant in palestra, gruppi di cammino in città. I medici sono ormai tutti concordi nel declamare i vantaggi del cammino, per tutte le età: prevenzione cardiovascolare, benessere fisico, riduzione del peso, azione benefica sulle articolazioni, etc… Si moltiplicano le iniziative istituzionali per favorire questa pratica e fioriscono, sul territorio nazionale, i cosiddetti cammini a tappe, creati sull’esempio del cammino di Santiago, come, ad esempio, la via Francigena e i cammini francescani.

Camminare è un’esperienza vivificante e rigenerante. Qualcuno dice che Dio abbia progettato l’uomo per camminare ed è per questo che, quando l’uomo cammina, ritrova un po’ se stesso. Ma un pellegrinaggio è qualcosa di diverso. Rispetto alle altre forme di cammino, e di viaggio in genere, specialmente se fatto a piedi e per più giorni, ha la specifica capacità di consentire al pellegrino di raggiungere una dimensione interiore del tutto peculiare; ti fa sentire un sapore diverso, in profondità, e ti mette un tarlo positivo nell’anima. C’è un motivo per questo: è lo scopo del pellegrinaggio. Non si fa un pellegrinaggio, spesso lungo e faticoso, per motivi turistici: meglio un bel viaggio, magari comodo ed organizzato; non per motivi culturali: molto meglio una visita al museo, o un “trekking urbano“, come oggi si chiama; non per motivi naturalistici: perché mai camminare attraverso periferie di città, o talvolta su percorsi asfaltati, o, addirittura, come mi è capitato, per lunghi chilometri sul bordo di una superstrada? Decisamente meglio un trekking in montagna, o in collina! Né si fa per motivi fisici o atletici: ci sono centinaia di modi di camminare più sani e più divertenti, da praticare senza farsi venire le vesciche ai piedi o senza portarsi sulle spalle il peso dello zaino.

L’unico motivo per cui si decide di affrontare un pellegrinaggio è la meta. Sebbene contenga in sè anche tutti i vantaggi delle altre forme di cammino e di viaggio, il pellegrinaggio non sarebbe giustificabile, se non per il fatto che esso è il percorso che ti porta alla meta. Il pellegrino mette un piede davanti all’altro per ore, cammina in condizioni climatiche talvolta avverse, dorme su brandine e stuoini, riduce tutta la sua  vita a ciò che può essere contenuto in uno zaino e se lo carica sulle spalle…fa tutto questo solo perché si è prefissato una meta; tutto ha senso in vista della meta. Altrimenti, non avrebbe senso. È’ questa la magia del pellegrinaggio. Il pellegrino tornerà a casa con questo tarlo nell’anima: il senso.

Nel fondo del suo cuore, che lo voglia o no, avrà rafforzato l’idea che la vita ha un senso, che la SUA vita ha un senso, uno scopo, un significato! La sua anima avrà un pò riscoperto che ognuno di noi è un essere unico ed irripetibile, con una missione unica ed irripetibile! Come dice Dio a Mosè, nell’Esodo: “se non andrai tu, non andrà nessun altro!“. Il suo bambino interiore avrà sentito di nuovo il sapore dei suoi desideri profondi, il gusto dei suoi Sogni, quelli con la “S” maiuscola, il suono di quella vocina sussurrata che riempie il cuore e che, magari, non sentiva da anni. E tutti i fatti della vita acquisteranno una luce nuova. È’ il senso a fare la differenza tra il Paradiso e l’Inferno, nella nostra vita.

[su_divider divider_color=”#1f32c9″ link_color=”#0c0101″ size=”6″ class=”1″]

Suggerimenti bibliografici dell’autore

Anonimo Russo, Racconti di un pellegrino russo, 1853-1861.

Posted by Giuseppe Vallesi

Medico presso l’ospedale di Città di Castello (PG).

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *